Per una stranissima coincidenza, la battaglia nel Partito democratico tra sinistra di governo e sinistra populista, finita con la vittoria di quest’ultima e la completa schleinizzazione del partito, ha incrociato temporalmente l’esplosione della violenza giovanile di piazza. Cose diverse, ma un incrocio c’è. Come ha detto Sergio Mattarella, bisogna capire e, insieme, condannare «violenze che emergono in modo inatteso, da soggetti inediti».
La sinistra non sembra in grado di capire. Il Movimento degli studenti, nato con motivazioni sensate, è stato rapidissimamente ingoiato dai teppisti. Quel Movimento, in verità un po’ vago e di dimensioni forse non di massa, è chiamato a riprendersi lo spazio che i violenti gli hanno tolto: pare molto difficile, ma si vedrà presto.
Ieri, in un giornale radio della Rai, si è parlato di «casseur, come si dice a Milano», probabilmente confondendo con la «cassoeula», ma inconsapevolmente accostando, e non senza ragione, il fenomeno dei casseurs parigini con questi delinquentelli milanesi, nipotini dei «paninari» che quarant’anni fa fregavano le Timberland ai malcapitati passanti. Solo che questi sono peggio. Il fatto di vivere in periferie difficili non li assolve.
Gli operai della Milano degli anni Cinquanta erano in condizioni peggiori, ma facevano sindacato, non spaccavano le vetrine. Dunque, altro che Sessantotto. Altro che autunno caldo. Qui non c’è alcun ragionamento, meno che mai ideologia. A Herbert Marcuse si è sostituito TikTok («C’è il bordello, brò»). Si torna alla violenza come fatto in sé, a un’orrenda estetica dell’attacco militare che speriamo non sfoci in una qualche «geometrica potenza».
Purtroppo, domenica Elly Schlein non ha fatto nessun’analisi su quanto sta avvenendo. Né altri dirigenti. L’assemblea nazionale è servita ad altro: a fare piazza pulita di dissensi e mugugni e a promettere miliardi agli italiani. Fuori dal partito, anche Walter Veltroni, che è sempre attento a quello che si muove nella società, ha ripetuto che «c’è un malessere di questi giorni che va interpretato». Certo che c’è il malessere. Così come è certo che c’è la follia nichilista. Attenzione a non mescolare piani diversi e a fare i soliti sociologismi. O a battersi il petto con il mea culpa come già fanno i sessantenni della gauche au caviar in certi salotti.
Il fatto è che la sinistra non ha le categorie per capire che dietro questi che distruggono i negozi per rubare i giacconi firmati c’è qualcosa di nuovo e di terribile, cioè lo spappolamento di cervelli rovinati da messaggi di vario tipo scagliati da centri occulti, che siano Elon Musk o Vladimir Putin, veicolati dai social e alimentati dalla demagogia dell’era populista. Una bomba tecnopolitica che travolge razionalità, serietà, cultura, senso dell’ordine.
La sinistra dovrebbe darsi il compito di ricostruire la razionalità perduta non disgiungendolo da quello di fare credibili battaglie. Invece, la sinistra populista è l’esito dell’imbastardimento per cui il popolo ha sempre ragione e gli altri sono l’establishment cattivo. Il riformismo mondiale ha capito troppo tardi che non siamo più nel mondo di ieri, come scriveva Stefan Zweig, quello dello sviluppo progressivo da guidare con la tecnorazionalità macroniana, l’illuminismo degli scandinavi, l’ottimismo obamiano, il pragmatismo renano. C’è qui tutto da ripensare: le cose che ci siamo detti dagli anni Novanta sono in buona parte superate.
Domenica, nel Pd, c’è stata la solennizzazione dell’abbandono della cultura riformista per approdare sui lidi del magma populista, un abbandono che è anch’esso figlio di una colère politica che semplifica – noi buoni, gli altri cattivi – e la fa facile: soldi a tutti e ciao. L’idea che Schlein fornisce è quella di un partito schierato a fianco degli «incazzati» – ormai anche il linguaggio è andato – proprio come teorizza da anni Maurizio Landini, capo della protesta più che autore di una proposta, nella speranza che la massa incazzata possa gonfiare le vele del campo largo.
Questo slittamento del Pd colloca Schlein sullo stesso terreno di Giuseppe Conte, rendendo dunque, nella sostanza, poco interessante il duello tra loro alle primarie, perché le primarie tra due campioni della sinistra populista, senza una seria alternativa di un esponente della sinistra di governo, significano solo lotta tra due apparati e due tifoserie.
Tutto questo, naturalmente, lascia grande spazio a Giorgia Meloni, che nell’anno elettorale apparirà come l’unica pronta a farsi carico del diritto dello Stato a reagire contro i violenti, oltre ad avere la scusa per non fare nulla sui problemi concreti dei giovani. Come al solito, la violenza aiuta la destra. Tanto più con una sinistra che pensa solo ai fatti suoi e non sa più distinguere tra giusto e sbagliato.