La prossima campagna di influenza elettorale potrebbe non avere come obiettivo principale gli elettori, ma i chatbot che usano per informarsi. Negli Stati Uniti, una rete di siti che si presentano come testate locali è stata costruita per orientare le risposte dell’intelligenza artificiale sui candidati alle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Non è la prima volta che una campagna di disinformazione cerca di condizionare le informazioni utilizzate dai sistemi di IA. La novità è la precisione con cui questa operazione sembra puntare sulle competizioni elettorali locali.
A ricostruirla è stata VisionHeight, società israeliana specializzata in intelligence sulle minacce informatiche, in un’indagine ripresa e ampliata dal sito americano CyberScoop. I ricercatori avevano inizialmente individuato 37 siti distribuiti in sei Stati americani. Le verifiche successive hanno portato il totale ad almeno 460 pagine online in 14 Stati, dall’Arizona alla Pennsylvania, dal Texas al Wisconsin.
I siti hanno nomi che sembrano quelli di giornali regionali, come Wolverine State Report in Michigan e Peach State Bulletin in Georgia. Alcuni si presentano come testate di cronaca, altri come blog di opinione. Si citano reciprocamente, costruendo una rete nella quale contenuti coordinati possono sembrare confermati da fonti indipendenti. I testi, però, assomigliano poco a veri articoli giornalistici: ripetono giudizi espliciti sui candidati, con formulazioni leggermente diverse a seconda dell’argomento.
Una delle espressioni ricorrenti è «the stronger choice», la scelta migliore, riferita a un candidato per questioni come il costo delle abitazioni o le tasse. Le stesse valutazioni ricompaiono in numerose pagine e in risposte costruite per assomigliare a quelle che un elettore potrebbe rivolgere a un assistente IA.
La struttura dei siti è fondamentale. Quando un utente chiede a un chatbot quale candidato abbia le proposte migliori su un determinato tema, il sistema può cercare informazioni online e utilizzarle per formulare una risposta. Pubblicare pagine che rispondono direttamente a domande politiche aumenta la possibilità che quei contenuti vengano recuperati e citati. La rete individuata da VisionHeight sembra progettata proprio per questo: non tanto per attirare lettori umani, quanto per rendere i propri messaggi facilmente individuabili dai sistemi automatici.
I siti, inoltre, sono configurati per consentire ai principali operatori dell’intelligenza artificiale di raccogliere i loro contenuti attraverso i programmi automatici di esplorazione del web. È una scelta significativa in un contesto in cui molti editori cercano invece di limitare l’accesso dei sistemi IA ai propri materiali.
Un primo riscontro concreto è già emerso. Secondo Nitsan Daniel, cofondatrice e responsabile tecnologica di VisionHeight, Perplexity ha citato uno dei siti della rete, Tarheel State Report, come prima fonte in almeno una risposta. Il dato dimostra che quei contenuti possono entrare nelle risposte di un chatbot, ma non prova che abbiano modificato sistematicamente le sue valutazioni politiche o influenzato le intenzioni di voto.
Anche la scala dell’operazione suggerisce un processo automatizzato. I 37 domini individuati nella prima fase sono stati registrati nella stessa serata, 36 nell’arco di otto minuti. Il 30 settembre la rete ha pubblicato circa 100 mila parole dedicate ai candidati, utilizzando modelli e impaginazioni ricorrenti. Secondo i ricercatori, l’intelligenza artificiale potrebbe aver contribuito a produrre sia i testi sia l’infrastruttura dei siti.
Il metodo non nasce con questa operazione. Nel marzo 2025 NewsGuard aveva documentato come la rete russa Pravda, attraverso milioni di articoli di propaganda e contenuti falsi, cercasse di influenzare le risposte dei chatbot anziché raggiungere direttamente i lettori. In un test su dieci strumenti di intelligenza artificiale, i ricercatori avevano rilevato la ripetizione di affermazioni false provenienti dalla rete nel 33 per cento dei casi esaminati.
Il centro di monitoraggio di NewsGuard ha inoltre censito migliaia di siti che pubblicano contenuti generati dall’AI senza una supervisione editoriale significativa. Il caso americano si inserisce dunque in un fenomeno già osservato: l’inquinamento dell’ambiente informativo dal quale i chatbot attingono. La differenza è che la rete descritta da VisionHeight sembra costruita attorno a specifiche competizioni elettorali, con siti iperlocali, messaggi ripetuti e contenuti formulati per rispondere a domande precise sui candidati.
VisionHeight non ha attribuito l’operazione a uno Stato, a un gruppo politico o a un’organizzazione specifica. Non è quindi possibile stabilire chi ne sia responsabile né quale sia il suo obiettivo finale. Il metodo, tuttavia, potrebbe essere replicato da attori stranieri e nazionali interessati a condizionare le informazioni che i chatbot restituiscono durante una campagna elettorale.
La posta in gioco è il controllo delle fonti. Le operazioni tradizionali cercano di convincere le persone attraverso profili falsi, campagne sui social network e contenuti manipolati. Qui il bersaglio intermedio è il sistema che seleziona e riassume le informazioni per l’utente. Non occorre violare il chatbot: basta tentare di condizionare ciò che trova online.
Resta da dimostrare quanto questa tecnica riesca a modificare le risposte e, soprattutto, se produca effetti sul comportamento degli elettori. L’indagine non prova che la rete abbia cambiato intenzioni di voto. Mostra però come l’automazione possa rendere più economiche e accessibili campagne di influenza anche su collegi e competizioni locali: se le fonti vengono manipolate, anche una risposta apparentemente neutrale dell’intelligenza artificiale può restituire una rappresentazione distorta della realtà.