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il 2 Ottobre 2026

La nazione crea i miti che l’Europa non ha (corriere.it)

di Paolo Mieli

Alberto Mario Banti, in un volume per Laterza, ricostruisce il modo in cui, a partire dall’Ottocento, i Paesi costruiscono un’idea di sé che non si è estesa a un’analoga operazione su scala continentale. Decisiva la forza dei simboli

Così le patrie hanno plasmato la propria narrazione

Da due secoli e mezzo «opera un sistema narrativo nazionalista di grandissimo impatto comunicativo, dotato di una adattabilità e di una resilienza eccezionali che gli sono conferite dalla straordinaria forza di seduzione dei materiali simbolici di cui è fatto», osserva Alberto Mario Banti in L’invenzione della nazione che sta per essere pubblicato da Laterza. Viceversa, «non c’è mai stato un sistema narrativo europeista che sia stato degno di questo nome, qualunque cosa si voglia pensare a riguardo». Verissimo.

Nella storia europea «tutti i leader nazionalisti hanno sempre descritto la nazione come un’entità che esiste da secoli se non da millenni». Pur essendo universalmente noto che un tal genere di entità esistenti da secoli o addirittura da millenni non esistono. Nazione, ricorda Banti, è un termine che viene dal latino natio, usato in epoca medievale e moderna in un’accezione etno-geografica per indicare (per fare due esempi) le provenienze di studenti dell’Università di Parigi — nazione francese, normanna, piccarda, anglica — o gruppi di commercianti attivi nella città di Livorno: nazione greca, ebrea, francese, armena. Ma «nessuna di queste e altre consimili declinazioni identifica soggetti collettivi rilevanti per la struttura politica degli Stati di epoca medievale e moderna».

Se si cerca un documento d’ingresso ufficiale del termine «nazione» nel lessico della politica moderna dobbiamo rifarci alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino approvata dall’Assemblea nazionale costituente riunita a Versailles il 26 agosto 1789. Laddove è scritto: «Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione; nessun corpo, nessun individuo può esercitare un’autorità che da essa non emani espressamente». «Più chiaro di così non si può», osserva Banti.

Diversamente da nazione, fa notare Banti, già nell’antichità il termine «patria» (che proviene dal greco) ha una varietà di significati che vanno dall’etno-geografico al politico: indica il luogo di origine ma anche il rapporto che una persona deve intrattenere nei confronti dello Stato al quale appartiene.

E quando nella seconda metà del Settecento la nazione fa il suo ingresso nel vocabolario politico «non ci entra in posizione marginale ma al centro assoluto della nuova visione del mondo». Mentre si opera questa «ridefinizione concettuale» si riformula anche il significato del lemma «patria» che viene «attratto indissolubilmente nel campo gravitazionale del termine nazione». E così, prosegue Banti, «pur mantenendo gli antichi significati, patria diventa essenzialmente un sinonimo di nazione».

Essere «fedele alla patria», «rispettare la patria», «morire per la patria», ora sono locuzioni equivalenti a essere «fedele alla nazione», «rispettare la nazione», «morire per la nazione». La fusione, osserva Banti, è talmente profonda che c’è chi definisce la nuova ideologia in formazione «nazional-patriottismo».

Dalla Francia — come spiega Lewis B. Namier in La rivoluzione degli intellettuali e altrisaggi sull’Ottocento europeo (Einaudi) — tutto ciò contagia rapidamente il resto del continente. L’idea di nazione, scrive Banti, attira l’intero star system intellettuale dell’Europa romantica, «che concepisce un’idea geniale, quella di comunicare le proprie nuove convinzioni politiche nazionaliste non con dei geometrici trattati di filosofia politica come si faceva ancora qualche decennio prima, nel cuore del Settecento illuminista, ma con dei media che sono destinati all’intrattenimento.

Un innumerevole quantità di romanzi storici, raccolte poetiche, drammi teatrali, pitture, statue, stampe monocrome, opere liriche». Allorché queste produzioni riescono a superare la barriera della censura, «costruiscono un sistema narrativo emozionante e attraente, con tutta una serie di invenzioni che incantano un pubblico crescente in vena di novità estetiche e politiche».

È un’estetica della politica che, occorre sottolinearlo, «arriva anche agli strati popolari». Attraverso due canali: «La propaganda politica faccia a faccia nella quale si distinguono soprattutto i militanti delle varie organizzazioni mazziniane o di altre associazioni nazionaliste» e «le opere liriche con contenuto politico che coinvolgono anche sezioni di pubblico urbano scarsamente o niente affatto alfabetizzato». L’azione scenica, la musica, i cori (in particolare quelli verdiani), entrano in corto circuito con le parole dei propagandisti, o con le stampe acquistate per pochi soldi sulle bancarelle dei mercati, o con i racconti di qualche più audace cantastorie, con i sermoni dei predicatori patrioti. In questo modo contribuiscono a edificare un potente immaginario «nazional-patriottico».

E l’Europa? Tutto, nelle menti, era predisposto perché dalle nazioni si passasse alla concezione di uno Stato dell’intero continente. Basti ricordare che Giuseppe Mazzini, dopo aver fondato nel 1831 a Marsiglia la Giovine Italia, diede vita nel 1834 a Berna alla Giovine Europa. Una volta compiuta la straordinaria impresa di conquistare la libertà nazionale, scrive Banti, «i movimenti nazionalisti e gli Stati nazione avrebbero dovuto cooperare in vista della fondazione di un’Europa federale, armonica, pacifica, veramente umanitaria».

Ma — come scrive Christopher Clark in Il fuoco della rivoluzione. L’Europa in lotta per un nuovo mondo 1848-1849 (Laterza) — si capì già nei moti rivoluzionari del ’48 che le cose non andavano per il verso auspicato. Perché? Mentre la proposta politica nazional-patriottica, spiega Banti, era stata elaborata sia attraverso documenti politico-filosofici, sia attraverso produzioni culturali che costruivano una mitografia simbolica molto densa, «il progetto europeo non aveva una elaborazione narrativa di pari spessore».

Anzi, quasi non ne aveva. La visione di un’Europa delle nazioni rimaneva «affidata a testi teorici» che non parlavano al cuore delle persone. Così come facevano invece le opere di Ugo Foscolo, Friedrich Schiller, Theodor Körner, Walter Scott, Giovanni Berchet, Heinrich von Kleist, George Byron, Alessandro Manzoni, Eugène Delacroix, Francesco Hayez, Massimo d’Azeglio, Francesco Domenico Guerrazzi, Gioachino Rossini, Gaetano Donizetti, Giuseppe Verdi, Eugène Sue e moltissimi altri.

Due secoli fa

Romanzi storici, raccolte di poesie, drammi, statue, dipinti, stampe e opere liriche generano un sistema narrativo emozionante e attraente

Inoltre, ed è la questione secondo Banti più rilevante, le narrazioni nazionali costruiscono un sistema simbolico potente, suggestivo, coinvolgente e, al tempo stesso, strutturalmente contrario a progetti internazionalisti, siano quello europeista o quello marxista che prende forma politicamente precisa proprio nel 1848 con il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels.

A questo punto il nazionalismo procede per conto proprio. Assemblando un passato immaginario che serve a rinforzarne la mitologia. Succede ovunque. Per esempio, in Italia vengono assemblati nel Canto degli italiani (l’inno di Goffredo Mameli) la Lega lombarda e il giuramento di Pontida (1167), la battaglia di Legnano (1176), i Vespri siciliani (1282), l’assedio di Firenze (1529-1530) e la rivolta di Genova (1746). Ed è giusto prendere atto della circostanza che coloro che combatterono a Legnano, o durante i Vespri, a Gavinana o a Genova «non lo fecero in nome dell’Italia e tanto meno in nome della nazione italiana». Di più, sono idee che vanno considerate sbagliate sotto il profilo della scienza storica.

Banti scrive poi cose molto acute su come la nazione sia una comunità sessuata in cui la donna ha un ruolo quasi superiore a quello dell’uomo. Le donne «sono le custodi della purezza genealogica della nazione». Lo storico elenca opere in cui uno o più stranieri (o in subordine qualche traditore) cercano di stuprare una donna della nazione. Compresi I promessi sposi in cui «Don Rodrigo non vuole certo Lucia per passeggiare insieme a lei sul Lago di Como». Qualcosa di altrettanto pertinente è la concettualizzazione di Banti della nazione come «comunità sacrificale». Un po’ come se tutti coloro che partecipano alle congiure, alle insurrezioni, fossero portatori di anime nobili, come lo furono i martiri paleocristiani ai quali si ispirano.

C’è infine la componente della nazione «come sistema di differenze». Che, nella migliore delle ipotesi, incoraggia a vedere gli altri come semplicemente diversi da noi. Nella peggiore, come minacciosi, nemici, bruti, barbari, unni, mostri da combattere in tutti i modi. A metà Ottocento la natura divisiva della nazione come sistema di differenze mette fine — almeno temporaneamente — a ogni discorso di federazione europea. Ci possono senz’altro essere alleanze tra Stati nazione.

Ma «il discorso nazionale», sostiene Banti, «è strutturalmente sovranista, perché identifica la nazione come il soggetto fondativo della sovranità». In un’Europa federale quale sarebbe il soggetto fondativo? Chi ne ha mai parlato? Chi lo ha descritto? Chi ne ha cantato le gesta? Ed ecco che «torniamo al punto della debole elaborazione di una mitografia europea a fronte di un potentissimo sviluppo delle narrazioni e delle simbologie nazionaliste».

Tutto questo discorso ovviamente non può prescindere dalla celebre conferenza del 1882 di Ernest Renan alla Sorbona, pubblicata poi in Che cos’è una nazione? (Donzelli). Una nazione, afferma Renan, «è un’anima, un principio spirituale». Due cose «che in realtà sono una cosa sola, costituiscono quest’anima e questo principio spirituale: una è nel passato, l’altra è nel presente». Una «è il comune possesso di una ricca eredità di ricordi». L’altra «è il consenso attuale, il desiderio di vivere insieme, la volontà di continuare a far valere l’eredità ricevuta indivisa». L’uomo, diceva Renan, non si improvvisa.

La nazione, come l’individuo «è il punto di arrivo di un lungo passato di sforzi, di sacrifici e di dedizione». Il culto degli antenati «è fra tutti il più legittimo». Gli antenati «ci hanno fatti ciò che siamo». È il principio genealogico che è al centro delle tesi di George L. Mosse in La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933) (il Mulino). Cioè, scrive Banti, dello sforzo educativo messo in atto dagli Stati nazione per far sì che tutti i cittadini e tutte le cittadine possano esercitare il «plebiscito di tutti i giorni» di cui parla Renan. Possano cioè essere consapevoli di appartenere a una nazione

Di più. La forza simbolico nazionalista nasce da una sua eccezionale adattabilità a progetti politici molto diversi tra loro. All’inizio dell’Ottocento, sostiene ipotesi che all’epoca sono progressiste ed eversive, perché vogliono cambiare completamente gli assetti politici geopolitici autocratici stabiliti dal Congresso di Vienna. Un’ideologia condivisa da democratici e repubblicani, tanto quanto da liberali e monarchici.

Poi diventa una sorta di ideologia ufficiale delle élite nel tardo Ottocento. Successivamente stronca le resistenze dell’internazionalismo proletario e ci trascina nella Prima guerra mondiale. Dopodiché, dopo aver spinto un’intera generazione ad autodistruggersi, «offre gli strumenti simbolici per l’elaborazione del lutto collettivo nei rituali del milite ignoto o in analoghi riti della memoria». Infine, si ripresenta nei sistemi totalitari del Novecento.

Alla caduta del nazismo e del fascismo di conseguenza «il discorso nazionalista entra in un cono d’ombra». Ed è in questo contesto che l’idea d’Europa riprende vigore. Ma a sorpresa — come racconta Michael Billig Nazionalismo banale (Rubbettino) — l’istinto nazionalista si ripresenta in manifestazioni sportive o competizioni canore. E, altrettanto a sorpresa, si propone nuovamente con movimenti politici a forte caratterizzazione di destra. Solo a destra? No.

Presidenti della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, con il sostegno — scrive Banti — di «autorevoli intellettuali e organi di stampa progressisti», danno «un contributo determinante alla rilegittimazione dei simboli e del linguaggio del nazional-patriottismo». Non è stata quella di Ciampi e Napolitano una strategia politica che abbia «causato» il ritorno del linguaggio nazionalista, osserva Banti. Però «lo ha reso di più facile assimilazione». Ed è un fatto che a uno stadio avanzato del terzo millennio, anche per quella via, il nazionalismo sia tornato tra noi.

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