La morsa di Putin sull’Europa (valigiablu.it)
Uno spettro si aggira per l’Europa: la minaccia di un’invasione russa su larga scala, o addirittura di un attacco nucleare su capitali come Londra, Varsavia, Vilnius.
Ma a evocare tale spettro non sono le cancellerie europee, bensì la Russia stessa. Per esempio l’agenzia di stampa TASS ha recentemente rilanciato l’avvertimento dell’ambasciata russa a Bruxelles nei confronti della NATO: il suo «approccio avventato e irresponsabile [nei confronti della semi-exclave russa di Kaliningrad] aumenta in modo significativo i rischi di uno scontro militare diretto» con la Russia, perché essa «dispone dei mezzi necessari per respingere eventuali aggressioni ed è pronta a ricorrere all’intero arsenale di armi a sua disposizione qualora i paesi della NATO tentassero di isolare la regione di Kaliningrad»; è stato chiesto ai paesi dell’Alleanza di «astenersi da ulteriori dichiarazioni e azioni che possano aggravare la situazione, al fine di evitare uno scontro su larga scala».
I corsivi sono di chi scrive, le parole dell’ambasciata russa in Belgio sono l’ennesimo esempio del “tintinnar di sciabole nucleari” che ormai da anni arriva da Mosca. Del resto è da ben prima dell’aggressione russa all’Ucraina del 2022 che nell’oblast’ di Kaliningrad (circa cinquecento chilometri da Berlino e Stoccolma, in linea d’aria) sono presenti sistemi missilistici balistici Iskander (SS-26 Stone) in grado di trasportare anche testate nucleari.
Nel febbraio 2023 il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato che il suo paese sospendeva la partecipazione al New START, firmato a Praga con grandi fanfare nel 2010 e scaduto poi nel 2026. Nel marzo 2023 l’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Russia, ha dichiarato che «ogni giorno in cui si danno armi straniere all’Ucraina, l’apocalisse nucleare si avvicina sempre di più» e ha minacciato di distruggere il Bundestag e la cancelleria federale (dopo che l’allora ministro della giustizia tedesco aveva detto che Putin sarebbe stato arrestato se avesse messo piede in Germania).
Sempre Medvedev a febbraio ha dichiarato che la Russia avrebbe usato armi nucleari tattiche contro l’Ucraina, la Francia e la Gran Bretagna se Parigi e Londra avessero trasferito tecnologie militari nucleari a Kyiv (cosa poi smentita dai paesi interessati). E sempre l’ex capo di Stato russo ha detto a settembre che la Lituania «sparirebbe dalla mappa del mondo» in caso di una guerra con la Russia.
Ora, Medvedev non ha particolare peso all’interno del regime, e le sue continue esternazioni da guerrafondaio sono anche un modo per proteggersi da “incidenti” che potrebbero colpirlo in quanto ex “riformista” e possibile presidente alternativo a Putin. Tuttavia le sue minacce, così come quelle di altri esponenti del regime (ad esempio Nikolaj Patrušev ha dichiarato che la Polonia cesserebbe di esistere in due o tre giorni in caso di guerra con la Russia) e di personaggi vicini a Putin come Vladimir Solov’ëv (noto per aver demenzialmente ingiuriato la presidente del consiglio Giorgia Meloni), sortiscono comunque effetti reali: terrorizzano molti europei, e condizionano il dibattito pubblico continentale, anche attraverso una sorta di gaslighting di massa, perché è impossibile per un non-addetto ai lavori decifrare ad esempio la bellicosità parossistica di Medvedev.
Il terrore di una guerra totale e la realtà dell’escalation ibrida
Oslo, una caffetteria nel vivace quartiere di Grünerløkka, a pochi passi da una delle migliori librerie della capitale norvegese. Il re Harald V è morto da pochi giorni, presto si celebreranno le sue esequie. Chi scrive è intento a sorseggiare un latte bollente in attesa di una videocall importante. Al tavolo accanto una coppia discute delle vacanze autunnali: lei norvegese, lui greco. Entrambi parlano un inglese perfetto. Lei propone la Svizzera, lui il Tirolo.
Il problema sono i soldi, la Svizzera e il Tirolo economici non sono. A quel punto lui propone la Polonia, i Monti Tatra: da qualche parte ha letto che sono una meta bella ma poco costosa. Lei boccia l’idea in modo poco norvegese. «E se la Russia invade la Polonia, noi che cosa facciamo?». Lui annuisce, meglio restare nella safe area dell’Europa occidentale.
Magdeburgo, capitale della Sassonia-Anhalt. Il giorno prima si sono tenute le elezioni statali, il partito etnonazionalista di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) ha trionfato con quasi il 44% dei voti. Chi scrive chiacchiera con due universitari che attendono, come lui, il treno per Halle. L’inglese dei due ventenni tedeschi non è perfetto, ma ci si intende. Hanno votato entrambi per l’AfD. Ovviamente non sono nazisti, e sono consapevoli che «il partito è un po’ troppo di destra su alcuni temi», ma l’AfD ha un grande pregio: è il Friedenspartei, il partito della pace. Pace con chi? Ma con il regime russo, ovvio. «Se scoppia una guerra con la Russia chi credi manderanno al fronte? Noi due, i nostri amici. Non [il cancelliere federale] Merz».
Trento, quartiere di San Pio X. Chi scrive esamina le coste dei libri che affollano una casetta per il bookcrossing. L’autunno è iniziato, ma splende un bel sole domenicale. Una signora sulla sessantina fa lo stesso. Vive in Italia da molti anni, ma è originaria dell’Europa orientale, ed è molto preoccupata per la guerra provocata dagli Stati Uniti. «Signora, guardi che è stata la Russia a invadere l’Ucraina» le dice chi scrive. «Si informi meglio, chi voleva mettere le basi NATO in Ucraina?». Ora, a suo parere, c’è il serio rischio che il conflitto si allarghi; per colpa dell’Occidente, sia chiaro.
In tutto il continente sono sempre di più gli europei che temono un conflitto con la Russia: i T-90 che sfrecciano sulla Unter den Linden, gli uomini del VDV (le truppe aviotrasportate della Federazione Russa) che sfilano con i loro baschi blu lungo Královská cesta, l’incubo delle testate nucleari che piovono su Rostock o Bratislava. I partiti europei di estrema destra – quasi tutti assai vicini al regime quasi-totalitario di Mosca, per affinità ideologiche o motivi ben più prosaici e inconfessabili – e qualche forza della sinistra radicale o populista cavalcano tali paure, proclamando la loro contrarietà al sostegno militare e finanziario all’Ucraina, e l’urgenza di “fare la pace” con la Russia (che intanto continua a bombardare selvaggiamente le città ucraine, uccidendo civili innocenti, inclusi anziani, donne, disabili e bambini).
E poiché i partiti di estrema destra ottengono buoni risultati alle urne, politici spregiudicati a caccia di voti sposano a loro volta, in modo persino più plateale che in passato, la causa della “pace”. Un esempio è il presidente del governo slovacco, Robert Fico (notoriamente in buoni rapporti con Mosca), che ha dichiarato a degli studenti di medicina di Prešov di temere la guerra. «Ciò che sta accadendo oggi in Europa, ciò che sentiamo e vediamo oggi, è che il conflitto in Ucraina è sfuggito al controllo», ha detto, ipotizzando il rischio di cinquemila o diecimila soldati slovacchi mandati al fronte senza sapere neanche il perché, e sottolineando di non volere che la Slovacchia partecipi a una guerra «a causa di un qualche articolo 5 [del Trattato del Nord Atlantico]».
Anche se con le sue parole Fico contribuisce a indebolire, nel suo piccolo, la capacità deterrente della NATO (di cui la Slovacchia fa parte), il suo irenismo ha motivazioni poco ideali e molto prosaiche: nel 2027 nel paese centroeuropeo si terranno le elezioni parlamentari, e il partito di estrema destra Hnutie Republika, anti-UE, anti-NATO, “pacifista” e prorusso, è in forte crescita nei sondaggi; la “pace” porta voti, e Fico vuole quei voti.
Le dichiarazioni bellicose della classe dirigente russa fanno parte, in altre parole, della guerra ibrida che la Russia ha lanciato contro l’Europa. Nel dibattito pubblico si parla moltissimo di guerra ibrida, ma spesso a sproposito. Una guerra ibrida non esclude l’elemento cinetico, ma esso non è predominante come, ad esempio, nella guerra di aggressione russa contro l’Ucraina. Per citare la NATO, «[l]e minacce ibride combinano mezzi militari e non militari, nonché mezzi occulti e mezzi palesi, tra cui la disinformazione, gli attacchi informatici, le pressioni economiche, il dispiegamento di gruppi armati irregolari e l’impiego di forze regolari. I metodi ibridi vengono utilizzati per offuscare i confini tra la guerra e la pace e per tentare di seminare il dubbio nelle menti delle popolazioni bersaglio. Il loro obiettivo è destabilizzare e minare le società».
La definizione di minaccia ibrida del non-paper vergato dal ministro della difesa Guida Crosetto è invece la seguente: «Azioni coordinate in più domini condotte da attori statuali e non-statuali, al di sotto della soglia del conflitto armato e spesso non attribuibili, mirate a danneggiare, destabilizzare o indebolire». Un elemento fondamentale è la «difficoltà di attribuzione e la plausible deniability», cioè «l’occultamento [di] responsabilità dell’attore statuale».
La guerra ibrida è avvolta dalla nebbia, ed è anche un gioco di ombre. Il suo obiettivo principale, per usare le parole del capo di Stato maggiore dell’Esercito Italiano Carmine Masiello, è «minare la coesione di un paese e l’anello più esposto non è un sistema d’arma né un’infrastruttura: è la singola persona».
Come ha sintetizzato Friederich Merz, «non siamo in guerra, ma non siamo più nemmeno in pace». Nel settembre di due anni fa chi scrive metteva in guardia dal rischio di un’escalation ibrida russa. Oggi l’escalation ibrida russa è sotto gli occhi di tutti, e ricorda sempre più qualcosa che in Italia dovrebbe essere familiare a tutti: la strategia della tensione. L’attacco con i droni all’aeroporto di Lipsia ad agosto (guarda caso nella Germania orientale, dove l’AfD raccoglie forti consensi).
Le gravissime violazioni degli spazi aerei di Romania e Moldavia, due paesi che storicamente hanno sempre dovuto fare i conti con l’imperialismo russo. L’incendio della stazione terrestre Starlink a sud di Varsavia. L’inquietante scoperta di un deposito di armi vicino a Berlino. I presunti piani dei servizi russi per eliminare simpatizzanti dell’Ucraina in Europa e persino negli Stati Uniti. Il timore in Francia di attacchi russi a centrali elettriche, reti ferroviarie, acquedotti. Gli allarmi del capo della principale agenzia di intelligence ceca e dei servizi danesi. Tutto questo cos’è, se non una strategia russa della tensione, e per giunta davvero cost-effective?
Può anche essere che sia infondato il presunto allarme della CIA (riportato dal quotidiano spagnolo El Mundo) su droni russi lanciati da imbarcazioni nel Mediterraneo per effettuare azioni in Spagna, Francia o Italia. Ma la notizia in sé basta ad allarmare un’opinione pubblica spaventata, e già messa a dura prova dai rincari del carburante e altri beni di prima necessità, pronta a premiare alle urne qualsiasi partito in grado di garantire buoni rapporti con quell’enorme stazione di servizio con i missili che è la Russia (chi scrive ha conosciuto in Sassonia-Anhalt vari cittadini, ex elettori della CDU e della SPD, che hanno votato l’AfD perché stufi del diesel troppo costoso; a loro parere la “pace” con Mosca è auspicabile perché riporterebbe in Germania un’energia a buon mercato, come ai tempi del Nord Stream, che in effetti l’AfD vuole riaprire).
Perché la vera minaccia non è un attacco nucleare russo (o un’invasione su larga scala)
Una premessa necessaria: sinché nel mondo esisteranno massicci arsenali nucleari, il rischio di una guerra nucleare, voluta o fortuita, ci sarà sempre. Ed è ovvio che il neoimperialismo russo e il parziale disimpegno statunitense dall’Europa, spingano i paesi europei più esposti alla minaccia russa (come la Polonia) al riarmo (e chi dice che la vera risposta all’aggressività russa è la difesa comune europea forse non ha sentito le parole di Fico, o non ricorda come si comportava il ministro-presidente d’Ungheria Viktor Orbán).
Del resto già dopo l’invasione russa della Crimea del 2014 era diventato lapalissiano ai paesi nordici e baltici che il neoimperialismo di Mosca era una minaccia letale. Ad esempio nel 2020, nella Strategia di Sicurezza Nazionale della Polonia, si poteva leggere che «la più seria minaccia [alla Polonia] è la politica neo-imperiale delle autorità della Federazione russa, perseguita anche con l’utilizzo della forza militare». Il famoso ultimatum russo del dicembre 2021, con cui Mosca chiedeva alla NATO di portare la sua infrastruttura militare alle posizioni del maggio 1997, confermava che il revisionismo russo non si limitava a rimodulare i confini e lo status dell’Ucraina o della Georgia, invasa nel 2008.
Tuttavia il rischio che la Russia invada un medio paese europeo confinante, come la Polonia o la Finlandia, è estremamente basso. Le ragioni sono molte. La prima è che la NATO esiste; e a dispetto di certe dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, il parziale disimpegno di Washington dall’Europa (per concentrarsi sul cosiddetto Indo-Pacifico) non implica che Washington abbia deciso di abbandonare il continente al suo destino.
Al momento ci sono circa 80mila militari statunitensi in Europa. E gli Stati Uniti, ha dichiarato il generale Alexus Grynkewich (SACEUR e vertice dello EUCOM), continueranno a fornire alla NATO «capacità critiche ma più limitate»; in ogni caso Putin, ha continuato il generale, farebbe bene «a non provare [a colpire la NATO] mentre io sono di guardia».
Il secondo motivo è che al momento le forze armate russe sono impegnate sino allo spasimo in Ucraina, che doveva essere piegata in pochissimo tempo e invece resiste dal febbraio del 2022. Il successo della terza fase dell’operazione Vivaldi, con 176 chilometri recuperati, è la dimostrazione che l’Ucraina è in grado di riprendere l’iniziativa pure nel Donec’k, con buona pace degli scettici in Occidente.
Aggredire la Polonia o la Finlandia sarebbe per il regime russo il modo perfetto per compiere uno strategical overstretch suicida, e perdere la guerra in Ucraina, persino nell’eventualità (sic stantibus rebus alquanto improbabile) che gli Stati Uniti non dovessero reagire ai sensi dell’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico. Questo perché le forze armate finlandesi e polacche sono tra le più possenti d’Europa. Non è un caso. Come ha dichiarato a un ricercatore un alto ufficiale finlandese, «[s]e si pensa ai duemila anni di storia finlandese, ogni tanto c’è una guerra, di solito contro i russi. La guerra prima o poi arriverà… ti devi preparare per essa».
Il paese nordico non soltanto non ha mai abolito la leva obbligatoria, ma in caso di guerra può mobilitare oltre 280mila uomini e donne, vanta (con la Polonia) il maggior parco di artiglieria del continente, conta su 60 F-18 e – come ama ricordare ai media statunitensi il presidente finlandese Alexander Stubb – ha comprato ben 64 F-35. E proprio Stubb ha recentemente invitato gli europei alla calma. «Nella mia veste di comandante in capo della Finlandia ho accesso a tutte le informazioni rilevanti, ma semplicemente non vedo alcun fondamento concreto a sostegno [di un imminente attacco russo all’Europa]».
Una storia travagliata e la particolare posizione geostrategica nella Fennoscandia (l’area tra la costa norvegese a ovest, la penisola di Kola e la Carelia russa a est), così come l’involuzione autoritaria della Russia negli ultimi vent’anni (che ha smentito ottimisti quali lo stesso Stubb), hanno condotto la Finlandia alla dottrina del Kokonaisturvallisuus, cioè della sicurezza globale: non soltanto le autorità, ma anche i cittadini, le imprese e le ONG devono cooperare per salvaguardare le funzioni vitali della società democratica finlandese. In Italia si griderebbe alla “militarizzazione”, ma a differenza degli italiani i finlandesi condividono con la Russia un confine di oltre 1.300 chilometri. E nessuno in Finlandia ha dimenticato la brutale aggressione sovietica del 1939, né la perdita di una grossa porzione della Carelia.
Anche la Polonia è stata vittima per secoli dell’imperialismo di Mosca. L’aggressione russa del 2022 ha accelerato in modo significativo il riarmo del paese centroeuropeo, che punta a disporre entro il 2030 del più grande esercito d’Europa. Rispetto al 2016, la spesa polacca per la difesa è aumentata del 207%. Ciò sta iniziando ad avere un impatto profondo sulla struttura economica polacca, con un riorientamento della sua base manifatturiera.
Come la Finlandia, pure la Polonia confina con la Russia; per la precisione con il già citato oblast’ di Kaliningrad. Non solo: la Polonia confina anche con l’Ucraina in guerra, e come ha spiegato il premier polacco Donald Tusk «le azioni aggressive della Russia nei confronti dell’Ucraina si stanno avvicinando sempre più al nostro confine […] Ogni notte o durante il giorno siamo costretti a far decollare ripetutamente i nostri aerei, poiché gli attacchi russi in prossimità del confine polacco, in particolare ai valichi di frontiera e alle infrastrutture vicine al confine, sono ormai diventati un fenomeno ricorrente».
Il potenziale tecnologico, industriale ed economico della Polonia e della Finlandia poi è degno di nota. Entrambi hanno un’estensione lievemente superiore a quella dell’Italia. La Finlandia è un teatro operativo di estrema complessità dal punto di vista geografico e climatico, come ebbero modo di scoprire i sovietici durante la “guerra d’inverno” del 1939 e la “guerra di continuazione” del 1941. La Polonia è geograficamente meno problematica, ma ha 38 milioni di abitanti, quasi quanto l’Ucraina.
Uno scenario nel breve periodo in cui la Russia possa lanciare con successo un blitz su uno dei due paesi è molto difficile da immaginare. Per non parlare di un’azione cinetica sulla Germania, che resta la maggior potenza europea. Anche Berlino, al pari di Varsavia, è ambiziosa, e punta ad avere entro il 2030 il più forte esercito convenzionale del continente (obiettivo arduo, visto che la maggioranza dei giovani tedeschi non ha alcuna intenzione di arruolarsi). In ogni caso sotto la guida di Merz la Germania sta investendo in difesa più della Francia e del Regno Unito combinati.
A Berlino, così come a Varsavia e a Helsinki, i governi sono chiaramente dell’idea che il riarmo serva, in funzione deterrente. E a chi osserva che il riarmo delle potenze europee al principio del XX secolo concorse al macello della Grande Guerra, si può rispondere che la Russia spende più del 3% del PIL in difesa dal 1999; nel 2027 la spesa militare russa supererà i 17 trilioni di rubli (circa 180 miliardi di euro). E soprattutto, i paesi europei del XXI secolo non sono le potenze imperialiste di un secolo fa; l’unico regime neoimperialista tra gli Urali e Lisbona è quello putiniano.
Si dirà che la Russia dispone di un grande arsenale nucleare, e la UE no. È vero, ma la Francia e il Regno Unito sì, per quanto i loro arsenali siano meno cospicui di quello russo. Nel marzo 2026, davanti a un sottomarino nucleare (SNLE), il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato la dissuasion avancée, in qualche modo estendendo il suo sistema di deterrenza nucleare agli alleati europei interessati a cooperare; una scelta storica, seppure non scevra di ambiguità e problematiche, e ancora in via di definizione, che a oggi ha visto l’adesione di ben dieci paesi, inclusi la Germania, la Danimarca, la Polonia, la Svezia e la Finlandia (l’Estonia dovrebbe presto aggregarsi). Quanto al Regno Unito, dopo la Brexit non fa più parte della UE, ma Londra sembra intenzionata a seguire le orme di Parigi, in cambio dell’accesso al mercato UE per le sue merci (e sembra che il primo ministro Andy Burnham punti addirittura a far rientrare il Regno Unito nella UE).
E anche se Mosca da tempo, come si è visto, fa tintinnare le sue sciabole nucleari, ci sono due suoi partner fondamentali (l’India e la Repubblica Popolare Cinese), che hanno espresso la loro ferma contrarietà all’uso di armi nucleari tattiche in Ucraina. Entrambi i paesi asiatici non hanno alcun interesse a un ulteriore deterioramento delle condizioni economiche globali. Specie considerando che l’Europa, cioè la regione che sarebbe più danneggiata dall’utilizzo russo di armi nucleari in Ucraina (o a fortiori in un membro della UE) è il principale partner commerciale della Cina, ed è il terzo per l’India.
Nello scenario, altamente improbabile, dell’uso di armi nucleari tattiche di Mosca in Europa, il continente sprofonderebbe nella recessione, e si verificherebbe un crollo, per esempio, della domanda europea di auto cinesi e tessile indiano (oltre che una massiccia fuga di capitali europei verso gli Stati Uniti, principale avversario globale della Cina).
Insomma, il rischio che la Russia attacchi una media o grande potenza europea è basso, e lo è pure il rischio di un attacco nucleare. Le minacce di Mosca in tal senso sono espressione della guerra ibrida del regime russo, al pari dei droni e degli aerei che violano lo spazio aereo di questo o quel paese europeo, o il tentativo di assassinare l’AD della Rheinmetall Armin Papperger (o il meno noto Stefan Thumann, AD della startup della difesa Donaustahl). Chi, in Italia o in altri paesi europei, chiede sarcasticamente quando arriveranno i carri armati russi a Roma o a Berlino, si presta a essere un utile idiota della disinformazione russa.
Con acume il presidente finlandese Stubb ha osservato: «La Russia vuole che noi europei stiamo qui a discutere: la Russia intensificherà il conflitto? La Russia ricorrerà alle armi nucleari? La Russia attaccherà la NATO e l’Europa?». In effetti ogni dichiarazione di Putin, Peskov, Lavrov o persino Medvedev viene prontamente rilanciata da molti media europei. Marko Mihkelson, presidente della Commissione per gli affari esteri del Parlamento estone, di recente ha detto: «La campagna russa contro l’Occidente non inizierebbe necessariamente con un attacco convenzionale. Potrebbe iniziare minando la NATO dall’interno: interferendo nelle elezioni, amplificando narrazioni che polarizzano, sfruttando le divisioni politiche e diffondendo paura. Potrebbe cercare di isolare l’Ucraina limitando il sostegno occidentale e poi mettere alla prova la nostra volontà di restare uniti».
I due talloni d’Achille dell’UE
Il primo tallone d’Achille della UE è la mancanza di solidarietà che molti europei dell’ovest e del sud sembrano provare verso gli europei del nord e dell’est. Per esempio in Italia è prassi, non solo nei social media ma anche in certa pubblicistica, tacciare estoni, lettoni e lituani di nazismo, russofobia, bellicismo ecc., ignorando le continue minacce di Mosca contro Tallinn, Riga e Vilnius, o le tante micro-aggressioni russe di cui si è accennato anche sopra.
La scarsissima conoscenza della storia e della società delle tre repubbliche baltiche sfocia, in non pochi connazionali, nell’abbracciare la disinformazione del regime russo contro Lettonia, Estonia e Lituania. Si pensi soltanto, al netto dei giudizi politici, a come viene descritta anche da commentatori e opinionisti di grande influenza Kaja Kallas, cioè l’Alto rappresentante UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, e a come viene banalizzata la sua drammatica vicenda familiare. In pochissimi sanno cosa fu l’Operazione Osen, o l’Operazione Priboi.
Eppure basterebbe leggere un capolavoro come Il latte della madre della lettone Nora Iksena, Scarpette da ballo nelle nevi di Siberia di un’altra lettone (Sandra Kalniete, che non è nata in uno sperduto villaggio siberiano per caso), o almeno Quando i colombi scomparvero della finlandese Sofi Oksanen, per avere una prospettiva diversa sui paesi baltici, «calpestati dall’elefante della Storia»…
Immaginiamo che alle presidenziali del 2027 in Francia vinca Marine Le Pen, attualmente molto forte nei sondaggi. E che l’arrivo di una politica di estrema destra all’Eliseo provochi la caduta del cancelliere Merz, la fine del Brandmauer e un’inedita alleanza tra la CDU-CSU e l’AfD (come già successo in Spagna tra il PP e Vox). Immaginiamo degli Stati Uniti sempre più divisi, e un Trump sempre più focalizzato sulla situazione interna, con la spada di Damocle di una vittoria democratica alle presidenziali del 2028.
Cosa accadrebbe dunque se i russi approfittassero della congiuntura favorevole (congiuntura, peraltro, che essi hanno promosso in ogni modo) per intervenire in maniera chirurgica contro uno dei paesi baltici, ad esempio occupando Narva – come già temeva chi scrive nel 2024 – e facendo proclamare una fantomatica “Repubblica di Narva”? Parafrasando il titolo di un noto articolo di Marcel Déat, milioni di europei non si chiederebbero forse che senso avrebbe morire per Narva, nella lontana Estonia?
Un intervento chirurgico di Mosca potrebbe avere primariamente l’obiettivo di dividere la NATO e le opinioni pubbliche. Gli estoni di sicuro farebbero appello all’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico, e anche all’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato sull’Unione Europea. Ma che cosa farebbe Trump? E la neo-presidente Le Pen? E una coalizione CDU-AfD in Germania? Come risponderebbe il successore della Meloni (o la Meloni stessa) se le piazze si riempissero di italiani terrorizzati dall’idea dei loro figli e nipoti al fronte? Cosa accadrebbe in Polonia, dove la causa ucraina non gode più dei consensi di un tempo, e dove il liberale Tusk e l’ultraconservatore Karol Nawrocki sono costantemente ai ferri corti?
Ed è questo il secondo tallone d’Achille dell’Europa. Politici, di estrema destra (ma anche di sinistra radicale e populista), che alimentano e cavalcano le paure di francesi, tedeschi, italiani, polacchi, spagnoli ecc. e che non sembrano avere per nulla a cuore la solidarietà europea. Il punto è che se l’estrema destra filorussa non fosse così forte in Europa, probabilmente la guerra in Ucraina sarebbe già finita. E di sicuro i russi non si sognerebbero neanche di continuare con la loro guerra ibrida.
Ovviamente il cosiddetto Narva scenario è solo uno scenario. Un altro scenario possibile è una crisi nel Corridoio di Suwałki (l’unico collegamento terrestre tra i paesi baltici e il resto della UE) o nelle Svalbard, o in Gagauzia, la cui sorte sembra stare molto a cuore a Mosca. E non è (ancora) detto che la Le Pen vinca le presidenziali, o che alla fine non imiti Macron nella sua fermezza verso la Russia. Né che il Brandmauer crolli.
I polacchi sono politicamente divisi, ma potrebbero ricompattarsi di fronte a una minaccia ancora più grande. I governi nordici, in testa quello finlandese, non sono particolarmente intimiditi dall’aggressività di Mosca. Né sembrano esserlo i canadesi, i britannici e i neerlandesi. L’Ucraina continua a combattere con eroismo e soprattutto efficacia, e non è detto che le forze russe in Ucraina non crollino nei prossimi mesi; o che un domani Kyiv non possa intervenire in difesa dell’integrità territoriale dell’Estonia (o dell’ancor più vulnerabile Moldavia, dove c’è chi teme un’invasione russa). Ed è proprio questo il cuore della tragedia europea: che la maggiore speranza per la libertà della UE sono gli ucraini e le ucraine in trincea, prostrati da oltre quattro anni e mezzo di guerra profonda, durissima, inimmaginabile per noi europei dell’ovest, al sicuro nelle nostre case.
È Kyiv il vero scudo d’Europa, e la garanzia della sua futura grandezza.