La folle corsa di Trump (corriere.it)
di Massimo Gaggi
Cosa fa e perché
Prima l’accordo con Vladimir Putin per la fornitura di diesel russo nella speranza (vana) di far calare i prezzi alla pompa in America alla vigilia del voto.
Non accadrà, dicono gli esperti: le quantità sono minime (meno di un giorno di consumo Usa di gasolio), le scadenze troppo ravvicinate ed è difficile che Mosca riesca a produrre e consegnare in tempi di guerra. L’intesa avvantaggia solo la Russia (allenta l’embargo) e l’Iran, incoraggiato a mantenere alta la tensione a Hormuz e in tutta l’area del Golfo, vista la vulnerabilità politica di Donald Trump.
Un presidente che ieri, annunciata una (apparentemente inesistente) «tregua energetica» tra Ucraina e Russia ha subito lo schiaffo dal Cremlino che ha fatto bombardare centrali elettriche e impianti per la produzione di gas di Kiev. In questi anni ci siamo abituati ai comportamenti erratici, spesso irrazionali, di Trump, abbiamo preso atto della demolizione di ciò che restava dell’ordine internazionale nato dopo la sconfitta del nazifascismo.
Abbiamo visto il presidente tentare di sostituire la diplomazia con un dealmaking nel quale lui impone le ragioni della forza militare ed economica degli Stati Uniti e presenta ai leader stranieri quella visione distorta della realtà, i «fatti alternativi», con la quale ha conquistato milioni di voti degli americani. Ma i suoi passi degli ultimi giorni segnano un altro salto di qualità nella perdita di credibilità di questo leader, e purtroppo della politica Usa, davanti al mondo.
P assi sconclusionati, figli del suo terrore di perdere le elezioni di mid term. Passi che purtroppo fanno altri danni gravi nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa e mettono di nuovo con le spalle al muro Volodymyr Zelensky: Trump non solo lo delegittima dicendo che l’Ucraina ha bisogno di un nuovo leader, ma cerca di scaricare su Kiev la responsabilità dell’aumento dei prezzi di benzina e diesel che dipende dalla sua scellerata guerra contro l’Iran.
Ma all’interno degli Stati Uniti, nella sua stessa coalizione, lo spettacolo non è meno grottesco: i candidati repubblicani, che un tempo imploravano il suo sostegno, in molti casi oggi evitano di farsi vedere a fianco di un presidente con indici di popolarità in caduta libera. Lui, però, continua imperterrito a tenere comizi — questa settimana in Ohio, Alaska, Arizona e Montana — e grida a caratteri cubitali dalla sua piattaforma di comunicazione «i miei interventi stanno salvando di nuovo i repubblicani».
Intanto, però, i parlamentari repubblicani che fin qui hanno subito in silenzio gli scavalcamenti del Congresso da parte di un presidente che ha governato a colpi di ordini esecutivi della Casa Bianca, cominciano a farsi sentire. L’accordo sul diesel viene contestato da sei senatori che accusano apertamente Trump di aver concluso un patto illegale, visto che fin dal 2022 il Congresso ha vietato per legge ogni acquisto di energia dalla Russia e che ancora pochi giorni fa sono state approvate norme, firmate dallo stesso Trump, che prevedono sanzioni anche nei confronti dei Paesi che mantengono qualche rapporto commerciale con Mosca. E quattro dei sei firmatari della lettera che chiede al presidente di cancellare immediatamente quell’intesa sono senatori repubblicani.
Già ci si interroga su come governerà Trump se, come appare probabile, perderà il controllo della Camera e, forse, anche quello del Senato. Probabilmente cercherà di continuare a governare coi suoi ordini esecutivi. Un Congresso a controllo democratico potrebbe superarli con le sue leggi alle quali, però, Trump potrebbe opporre il veto presidenziale. E il probabile terzo impeachment sarebbe un nuovo trauma politico senza conseguenze definitive, essendo impensabile una condanna per la quale è necessario il voto dei due terzi del Senato.
Un futuro comunque turbolento della politica interna americana diventa un secondo fattore di indebolimento del ruolo degli Stati Uniti nel mondo che si aggiunge alle mosse sciagurate del suo presidente in Iran e nei confronti della Russia e al fallimento della sua politica di dealmaking. Non che l’idea fosse del tutto balzana: il copyright della strategia «dollari al posto di pallottole» appartiene a William Howard Taft, che fu presidente ai primi del Novecento.
Ma dal Golfo a Gaza, passando per l’Ucraina e, ora, per il possibile patto con la russa Lukoil, gli affari promossi da Washington sembrano più tarati sull’accrescimento delle fortune del clan Trump che destinati a favorire tregue e stabilizzazioni delle aree di crisi.
Quanto al pilastro militare della supremazia americana nel mondo, c’è un nuovo fattore, dalle caratteristiche più strutturali, che, in assenza di contromisure tempestive, sembra destinato a incrinarlo, se non proprio minarlo: nell’era dell’intelligenza artificiale gli sciami di droni prodotti a milioni a costi bassissimi e i missili da crociera «leggeri», anch’essi molto più economici di quelli tradizionali, rappresentano un’insidia che gli Stati Uniti, con un arsenale basato su armi pesanti e vulnerabili (portaerei, bombardieri strategici, missili balistici intercontinentali) faticano a contrastare.
Con basi militari sparse in tutto il mondo e difficili da difendere, gli Usa stanno da tempo ritirando forze dal Golfo e bombardieri dalla Gran Bretagna, mentre non contrastano l’offensiva degli Houthi nello Yemen per non aggravare, sotto elezioni, il bilancio delle perdite Usa nella guerra con l’Iran, appena aggiornato a 21 morti e 890 feriti.
Può darsi che dopo il voto l’America torni a usare la forza contro l’Iran, ma, a corto di difese antimissile, con la guerra che è già costata quasi 40 miliardi e la distruzione di 80 velivoli dell’Air Force (tra i quali 12 caccia F-15, sette cisterne volanti, un aereo radar e decine di droni), Trump ci penserà due volte prima di attaccare di nuovo. Intanto i sauditi, senza più scudo americano, si rivolgono alla Turchia, al Pakistan e chiedono difese missilistiche anche a Gran Bretagna, Italia e Francia.