Il bitcoin e la fuga dalla dipendenza del dollaro
Nel contesto della dedollarizzazione accelerata, due asset hanno acquisito un ruolo sempre più rilevante come riserve alternative al dollaro: l’oro e il bitcoin. Le banche centrali di tutto il mondo hanno acquistato nel 2023 oltre 1037 tonnellate d’oro, il livello più alto dal 1950, secondo il World Gold Council.
Non si tratta di un fenomeno casuale: è una risposta deliberata al rischio sistemico rappresentato dalla capacità americana di congelare riserve in dollari. Il congelamento dei trecento miliardi di dollari di riserve russe nel 2022 ha inviato un segnale inequivocabile ai governi di mezzo mondo: tenere la propria ricchezza in dollari equivale a esporre il patrimonio nazionale a sanzioni politicamente motivate.
La diversificazione verso l’oro – fisicamente detenuto nel territorio nazionale, non soggetto a controlli di capitali né a sequestri elettronici – è diventata una scelta di sicurezza prima ancora che di rendimento. Cina, India, Turchia, Arabia Saudita e Polonia figurano tra i maggiori acquirenti di oro negli anni recenti. Il governatore della Banca popolare cinese ha dichiarato nel 2024 che «la diversificazione delle riserve valutarie è una componente della sovranità finanziaria della Cina, non un’opzione ma una necessità strategica». Al 2025, la Cina detiene ufficialmente circa 2300 tonnellate d’oro – cifra che molti analisti ritengono largamente sottostimata – mentre la Russia ha superato le 2330 tonnellate, portando l’oro a oltre il 25 per cento del totale delle proprie riserve.
Il bitcoin, pur restando un asset altamente volatile, ha guadagnato nella stessa finestra temporale una legittimità istituzionale impensabile pochi anni prima. El Salvador è stato il primo Paese a adottarlo come valuta a corso legale nel 2021; l’esempio è stato seguito da altri piccoli Stati e nel 2024 gli Stati Uniti hanno approvato i primi Etf spot su bitcoin quotati nelle principali borse americane, aprendo l’investimento istituzionale a fondi pensione, assicurazioni e tesorerie aziendali.
La capitalizzazione di mercato del bitcoin ha superato i 1400 miliardi di dollari nel primo trimestre del 2025, portando la sua capitalizzazione complessiva a superare quella dell’oro detenuto in forma di investimento. Per Michael Saylor, fondatore di Strategy e sostenitore più radicale del bitcoin come riserva di valore, «il bitcoin è l’oro digitale del XXI secolo: scarso, verificabile, non confiscabile e globalmente trasferibile senza intermediari». Per i critici, incluso il Fondo monetario internazionale, la volatilità estrema e il consumo energetico della rete bitcoin lo rendono inadatto al ruolo di riserva monetaria stabile.
Il sistema monetario internazionale alla prova
La grande domanda che attraversa tutti i dibattiti sul futuro del sistema monetario internazionale è se il mondo si stia muovendo verso un assetto multipolare – con dollaro, euro, yuan e forse un basket di valute che condividono il ruolo di valute di riserva – o verso una frammentazione in blocchi valutari distinti, con scambi commerciali sempre più regolati in valute nazionali all’interno di ciascuna sfera di influenza geopolitica.
La risposta più probabile, almeno nel medio termine, è né l’uno né l’altra: non un multipolarismo ordinato né una frammentazione caotica, ma una graduale erosione del primato assoluto del dollaro a favore di un sistema più disordinato e asimmetrico. Il dollaro rimarrà la valuta dominante nelle transazioni finanziarie globali per il semplice fatto che non esiste un’alternativa con mercati dei capitali sufficientemente profondi, liquidi e aperti da poterlo sostituire.
L’euro soffre della frammentazione politica dell’Unione Europea. Lo yuan è limitato dai controlli sui capitali cinesi e dalla scarsa fiducia degli investitori internazionali nella trasparenza istituzionale di Pechino. Ma il dollaro opererà in un contesto di crescente contestazione e di progressiva erosione del consenso che ne sosteneva l’egemonia indiscussa.
Per Barry Eichengreen, l’economista che ha studiato più a fondo la storia del dollaro come valuta di riserva, «il mondo si sta muovendo da un sistema unipolare verso un sistema in cui più valute condividono funzioni di riserva diverse: il dollaro per le transazioni finanziarie, l’euro per il commercio europeo, lo yuan per la sfera d’influenza cinese, l’oro e il bitcoin come riserva di valore per chi teme le sanzioni. Non è il crollo del dollaro: è la moltiplicazione delle riserve». La mappa delle monete riflette, in ultima istanza, la mappa del potere politico: quando l’ordine internazionale è unipolare, lo è anche il sistema monetario; quando il potere si frammenta, si frammentano anche le valute. Il XXI secolo non fa eccezione.
Monete digitali e banche centrali: la prossima rivoluzione
L’elemento più dirompente nel panorama monetario degli anni Venti è l’avanzata delle valute digitali delle banche centrali (Cbdc, Central Bank Digital Currencies). A differenza delle criptovalute private, le Cbdc sono emesse e garantite dallo Stato: sono denaro digitale a corso legale, progettato per coesistere con il contante fisico o – nell’orizzonte più radicale – per sostituirlo progressivamente.
Secondo la Banca dei regolamenti internazionali, oltre 130 Paesi, rappresentativi del 98 per cento del Pil mondiale, stavano esplorando o sviluppando Cbdc nel 2025. La Cina è la potenza che ha percorso più strada nel percorso verso la Cbdc. Lo yuan digitale (e-Cny) è stato sperimentato in oltre venti città cinesi con 260 milioni di portafogli digitali attivi e transazioni cumulative superiori ai settemila miliardi di yuan entro il 2025.
La sua adozione internazionale è l’obiettivo strategico più ambizioso: se i Paesi della Belt and Road Initiative iniziano a regolare i propri scambi commerciali in e-Cny, bypassando il sistema Swift e le corrispondenti banche americane, l’architettura del potere finanziario globale subisce una trasformazione strutturale.
La Federal Reserve americana, tradizionalmente cauta, ha accelerato la ricerca su un potenziale dollaro digitale dopo il 2022, ma deve confrontarsi con forti resistenze politiche interne: il Congresso americano teme che una Cbdc possa essere usata dal governo federale come strumento di sorveglianza finanziaria sui cittadini. La Banca centrale europea, che ha avviato la fase di sperimentazione dell’euro digitale nel 2023, ha una roadmap più definita ma deve confrontarsi con le preoccupazioni delle banche commerciali europee, che vedono nell’euro digitale un concorrente diretto ai propri depositi.
La posta in gioco va oltre la tecnica monetaria. Le Cbdc consentono, ai governi che le emettono, di monitorare ogni transazione in tempo reale, di programmare il denaro con «scadenze» o vincoli di utilizzo, di escludere individui o aziende dal sistema finanziario con un clic. Nelle mani di democrazie liberali con solide garanzie costituzionali, queste capacità potrebbero essere usate per combattere il riciclaggio e l’evasione fiscale. Nelle mani di governi autoritari rappresentano uno strumento di controllo sociale senza precedenti nella storia umana.
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