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  • Kosovo, perché l’ex presidente Hashim Thaçi è stato condannato a 25 anni per crimini di guerra (open.online)
il 17 Settembre 2026

Kosovo, perché l’ex presidente Hashim Thaçi è stato condannato a 25 anni per crimini di guerra (open.online)

di Anna Clarissa Mendi

(Foto: ANSA/ARBEN LLAPASHTICA | I sostenitori si riuniscono per mostrare solidarietà agli ex leader dell’Esercito di liberazione del Kosovo (KLA) dopo la sentenza nel loro processo, a Pristina, Kosovo, il 16 settembre 2026)

 

La sentenza: «Era a conoscenza delle azioni commesse dai miliziani dell’Uck contro gli oppositori» durante il conflitto kosovaro del 1998-2000. I sostenitori tentano l’assalto alla sede Ue a Pristina

L’ex presidente del Kosovo Hashim Thaçi è stato condannato in primo grado a 25 anni di carcere dalle Camere specializzate per il Kosovo (KSC) dell’Aja per i crimini di guerra durante il conflitto kosovaro del 1998-2000. È stato invece assolto dalle accuse di crimini contro l’umanità.

Secondo il collegio giudicante, presieduto dal giudice americano Robert Smith III, Thaçi «era a conoscenza» dei crimini commessi dai miliziani dall’Esercito per la liberazione del Kosovo (UÇK) contro persone considerate «oppositrici» e contro «albanesi accusati di collaborare con il regime serbo». I giudici hanno inoltre ritenuto che l’ex leader abbia partecipato personalmente ad alcuni degli episodi contestati.

Le condanne

In aula Thaçi, presente alla lettura della sentenza, è apparso impassibile. Condanne sono state pronunciate anche nei confronti degli altri tre ex dirigenti dell’UÇK imputati nello stesso processo: Jakup Krasniqi è stato condannato a 25 anni, Kadri Veseli a 18 e Rexhep Selimi a 13 anni di carcere. Dal totale delle pene dovrà essere detratto il periodo di detenzione già scontato, dal momento che i quattro si trovano all’Aja dal 2020, dopo essersi consegnati spontaneamente.

Le accuse e i crimini contestati

L’accusa ha sostenuto che gli imputati svolgessero un «ruolo comune e significativo» in quanto membri chiave dello Stato maggiore dell’UÇK e che avessero «intenzione e consapevolezza dei crimini», «un controllo effettivo sul terreno» e «un contributo significativo al piano criminale comune». L’obiettivo, secondo l’accusa, sarebbe stato quello di consolidare il controllo sull’intero Kosovo, attraverso arresti arbitrari, maltrattamenti, torture, omicidi e altre forme di violenza contro persone considerate avversarie degli obiettivi politici e militari dell’UÇK. Nel corso del processo sono emersi anche particolari sulle torture inflitte ai detenuti.

Nella sentenza, il collegio ha stabilito che i quattro ex dirigenti sono penalmente responsabili di crimini di guerra relativi a detenzione arbitraria, maltrattamenti, tortura e uccisioni illegali.

(ANSA/EPA/ARBEN LLAPASHTICA | Proteste in Kosovo, 16 settembre 2026)

Chi erano le vittime

Le vittime erano in larga parte albanesi considerati «oppositori», persone che si erano schierate contro la violenza o contro l’UÇK, oppure individui accusati di essere «spie» o «collaboratori» del regime serbo, in alcuni casi senza che tali accuse fossero fondate. Complessivamente, i crimini accertati hanno riguardato 385 persone per la detenzione arbitraria, 49 per i maltrattamenti, 303 per la tortura e 96 per le uccisioni illegali.

Il ruolo di Thaçi

Per Thaçi, in particolare, i giudici hanno ritenuto determinante il suo ruolo nello Stato maggiore dell’UÇK e alla guida della Direzione politica. Secondo il collegio, avrebbe contribuito alla formulazione e all’attuazione del piano, compresa l’organizzazione delle strutture di detenzione, l’identificazione degli oppositori, il loro arresto e la detenzione e, in alcuni casi, la loro uccisione. Thaçi è stato inoltre ritenuto personalmente coinvolto nell’arresto, nella detenzione arbitraria e nell’interrogatorio di 13 parlamentari e nell’arresto, nella detenzione, nel trasferimento e nell’uccisione illegale del professore albanese Behajdin Allaq.

I quattro imputati sono stati invece assolti, per insufficienza di prove, dalle accuse di crimini contro l’umanità. Il collegio non ha ritenuto dimostrato che le condotte contestate facessero parte di un «attacco diffuso e sistematico» contro la popolazione civile nel suo complesso, requisito necessario per configurare tali reati.

L’eredità dell’UÇK

L’eredità dell’organizzazione resta ancora oggi oggetto di interpretazioni profondamente diverse. Per la Serbia, l’UÇK era una formazione terroristica, mentre, prima dell’escalation del conflitto nel 1999, anche gli Stati Uniti e le Nazioni Unite definirono in alcuni casi le sue attività come terroristiche, senza tuttavia inserirla formalmente nelle rispettive liste di organizzazioni terroristiche. Di segno opposto è la memoria diffusa tra molti kosovari e albanesi, che continuano a considerare l’UÇK un movimento di liberazione nazionale.

(ANSA/ARBEN LLAPASHTICA | Proteste in Kosovo, 16 settembre 2026)

Proteste a Pristina

Dopo la lettura della sentenza, a Pristina una folla di manifestanti si è radunata davanti alla sede di Eulex, la missione dell’Unione europea in Kosovo, che aveva avuto un ruolo nel trasferimento all’Aja di Thaçi e degli altri ex dirigenti dell’UÇK. Alcuni manifestanti hanno tentato di entrare nell’edificio, protetto da un consistente schieramento di agenti antisommossa.

Diversi partecipanti hanno cercato di scavalcare la recinzione, sormontata da filo spinato, ma sono stati respinti dalle forze dell’ordine. Secondo fonti presenti sul posto, la sede è stata evacuata dal personale. La folla ha scandito slogan a sostegno dell’UÇK, mentre tra i manifestanti erano presenti soprattutto giovani con magliette nere dell’organizzazione, bandiere albanesi e bandiere nere con la scritta «La libertà ha un nome».

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