Pochi mesi dopo, il filosofo israeliano Yehuda Elkana, sopravvissuto ad Auschwitz, pubblicò sul quotidiano israeliano Haaretz un articolo intitolato Il bisogno di dimenticare. La memoria dell’Olocausto, sosteneva, si era radicata così profondamente nella coscienza israeliana che, per la maggior parte degli ebrei israeliani, lo slogan “mai più” si era ridotto all’idea che una simile tragedia non dovesse mai più accadere a loro. “Dobbiamo imparare a dimenticare!”, scriveva Elkana:
«Oggi non credo ci sia, per i leader di questa nazione, un compito politico ed educativo più importante di quello di schierarsi dalla parte della vita, dedicarsi alla costruzione del nostro futuro e smettere di preoccuparsi, dalla mattina alla sera, dei simboli, delle cerimonie e delle lezioni dell’Olocausto».
E aggiungeva: «L’esistenza stessa della democrazia è in pericolo quando la memoria dei morti partecipa attivamente al processo democratico. I regimi fascisti lo avevano capito molto bene e agirono di conseguenza». Che la memoria pubblica dei morti assuma una dimensione politica è inevitabile e non costituisce di per sé un problema. Crea coesione, un’identità condivisa, ma la questione è: in nome di quale ideologia? A volte i morti vengono invocati per legittimare nuovi massacri.
Tra quanti si sono espressi su questi stessi temi, e che continuano a farlo, c’è lo storico israeliano Omer Bartov. Nato in un kibbutz nel 1954, vive e insegna negli Stati Uniti da molti anni e, nel suo libro del 1996 Murder in Our Midst: The Holocaust, Industrial Killing, and Representation (“Il massacro in mezzo a noi: l’Olocausto, l’uccisione seriale e la rappresentazione”), ha portato alle estreme conseguenze l’argomentazione di Elkana: «Un popolo che ha scelto di chiamare Catastrofe [Shoah] uno degli eventi centrali della propria storia recente è naturalmente incline alla paranoia, all’ansia, all’isteria e a manifestazioni di brutalità». Secondo un luogo comune, chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo. Presumibilmente, è vero anche il contrario: chi ricorda le catastrofi del passato in modo ossessivo e con accanimento è condannato a ripeterle a ritmo vertiginoso.
Nel tentativo di capire come la memoria israeliana possa trasformarsi in una morsa soffocante e come sia possibile, a quel punto, dimenticare, a maggio mi sono ritrovato davanti all’appartamento di Omer Bartov, in una strada tranquilla e anonima di Cambridge, nel Massachusetts. Bartov è diventato noto all’inizio degli anni Novanta grazie a uno studio sulla complicità della Wehrmacht nei crimini di guerra, in particolare nell’Europa orientale. Anche a causa della decisione presa durante i processi di Norimberga di non dichiarare la Wehrmacht un’organizzazione criminale, l’esercito “regolare” del Terzo Reich era stato a lungo considerato proprio questo: un esercito regolare. Il lavoro di Bartov contribuì a far maturare una consapevolezza che fu alla base di una controversa mostra sulla Wehrmacht, allestita a partire dal 1995 in oltre trenta città tedesche e austriache, a seguito della quale tedeschi e austriaci dovettero accettare che i loro padri e nonni non erano stati, dopotutto, soldati così ordinari.
Una giovane donna con un bambino in braccio apre la porta e mi dice che Bartov abita al piano di sopra. Dopo poco lui scende: è un uomo di bassa statura, dalla voce pacata. Prepara un espresso, osserva che il mio nome di battesimo è israeliano e mi chiede se per caso parlo ebraico. Rispondo che il mio ebraico basta a malapena per lavorare nel settore dell’ospitalità, e forse neanche per quello.
«Allora inglese», dice.
L’ultimo libro di Bartov ha un titolo molto semplice: Israel: What Went Wrong? (“Israele: che cosa è andato storto?” o Nell’abisso in versione italiana). «Il mio libro viene pubblicato in diversi paesi», racconta Bartov, «tranne che in due: Israele e Germania. È una cosa sconcertante, e anche un po’ triste. Il mio editore tedesco, Suhrkamp, ha pubblicato i miei due libri precedenti e pubblicherà anche il prossimo, ma questo non l’ha voluto».
«Le hanno dato una spiegazione?»
«Sì», risponde Bartov. «Il mio libro precedente non aveva venduto molto bene, e così via. Le solite cose. Il punto è che nel libro affronto il tema del genocidio».
«Secondo i tedeschi esiste un solo genocidio, quello che hanno commesso loro stessi», osservo.
«E non è permesso dire nulla di male sugli ebrei», aggiunge Bartov. «È una delle cose su cui tedeschi ed ebrei sono d’accordo».
Cerco di introdurre qualche sfumatura. Esistono sempre delle voci dissidenti, per quanto poche. Secondo quanto riportato nel libro di Bartov, nella primavera del 2025 l’82 per cento degli ebrei israeliani sosteneva il piano di espulsione dei palestinesi dalla Striscia di Gaza.
Bartov prosegue: «Molti miei amici israeliani che si considerano di sinistra dicono: “Sì, certo, ci sono stati crimini di guerra, e questo succede in tutte le guerre, ci sono elementi radicali nell’esercito, ma…”. E poi arriva il grande ma. Se però dici “genocidio”, non c’è più nessun “ma” possibile. È per questo che insisto nell’usare questa parola».
Nel suo libro Bartov scrive che, in qualità di esperto di genocidi, dopo un’attenta riflessione condotta tra l’ottobre 2023 e il maggio 2024, è giunto alla conclusione che l’esercito israeliano a Gaza si sia reso responsabile di operazioni genocidarie. Fonda questo giudizio sulle dichiarazioni di alcuni esponenti politici (l’intenzionalità), sull’interruzione degli aiuti umanitari e sullo sfollamento della popolazione dal nord di Gaza (pulizia etnica). Durante la nostra conversazione afferma di non voler più dedicare tempo a fornire ulteriori prove a sostegno di questa conclusione.
«Se si usa questa parola», suggerisco, «nessuno può più sostenere di essere uno spettatore innocente. È per questo che è così importante?»
Bartov annuisce. «L’associazione dei medici israeliani ha denunciato le torture? No. Gli avvocati hanno denunciato le violazioni dei diritti umani? No. Un migliaio di accademici israeliani ha firmato una lettera, tutto qui. La società nel suo complesso è complice, sia per ciò che fa sia per ciò che omette di fare. Ed è questo l’aspetto interessante del genocidio: cerca di rendere tutti complici. Inoltre, esiste una Convenzione sul genocidio. Israele, Germania, Francia, Stati Uniti: tutti hanno firmato quel documento. Se lo firmi, hai l’obbligo di prevenire il genocidio. E se non riesci a prevenirlo, hai l’obbligo di punire i responsabili. Ma la comunità internazionale non fa nulla. Trump non fa nulla e Biden non ha fatto nulla».
«E l’Unione Europea è impotente», osservo.
«No, non è impotente. Ora che Orbán non c’è più, qualcosa si sta muovendo: sanzioni contro alcuni coloni, anche se riguardano soprattutto le violenze perpetrate da determinati coloni contro i palestinesi in Cisgiordania con l’avallo dell’esercito. Avrebbero comunque dovuto farlo dieci anni fa. E poi c’è il benaltrismo, il continuo richiamo a ciò che accade altrove. La Somalia. La Russia. La Cina. Il Myanmar. La differenza fondamentale è che Israele è sostenuto dai paesi che affermano di difendere il diritto internazionale. Il Myanmar no. Il genocidio a Gaza è il primo genocidio dal 1945 apertamente sostenuto dall’Occidente. È un genocidio unico nel suo genere».
«Pensavo che non le piacesse la parola “unico” quando si parla di eventi storici», osservo.
«Penso che il dibattito sull’unicità dell’Olocausto sia un falso dibattito. L’Olocausto ha avuto aspetti unici. È stato l’unico genocidio in cui siano stati utilizzati campi di sterminio. Da allora non è più successo. Ciò che rende unico il caso di Gaza è l’impunità».
Mi torna in mente una conversazione avuta qualche tempo prima con la studiosa israeliana di pedagogia Nurit Peled-Elhanan. «Guarda la storia, guarda il presente», mi aveva detto. «C’è una sola lezione da trarre dal genocidio: puoi commetterlo e farla franca».
«Parliamo della memoria», dico a Bartov. «Nel suo libro scrive: “Alla fine, per la maggior parte degli israeliani, la catastrofe dell’Olocausto è diventata un’enorme foglia di fico, con il deplorevole effetto di combinare il vittimismo e l’autocommiserazione con la presunzione di essere nel giusto, la tracotanza e l’ebbrezza del potere, facendo sì che ciascun lato dell’equazione giustifichi l’altro”. Dove e come la memoria ha preso una strada sbagliata?»
Bartov si alza per chiudere alcune finestre, perché ha freddo, o forse perché teme che ne abbia io. Poi risponde: «All’inizio degli anni Settanta studiavo storia militare tedesca in Germania. Auschwitz non compariva nei libri di testo. L’Olocausto ha cominciato ad assumere importanza nei programmi di studio soltanto tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, non solo in Germania, ma anche in Israele. Ho imparato il tedesco a Murnau, in Baviera; il mio insegnante aveva prestato servizio nella 18ª Divisione corazzata. “Omer, nessuno di noi voleva andare in Russia”, mi diceva. Non volevano andarci, ma ci andarono. La mostra sulla Wehrmacht fu un duro colpo. Hannah Arendt aveva visitato la Germania poco dopo il 1945 e aveva descritto con grande lucidità il “relativismo nichilistico” allora dominante: la distinzione tra opinioni e fatti era completamente scomparsa. I tedeschi si sentivano in diritto di non sapere. Comprensibilmente. Si trattava dei loro padri, dei loro figli. Lo stesso vale oggi per l’IDF, l’esercito israeliano. Ho prestato servizio in quell’esercito durante la guerra dello Yom Kippur. E alla fine degli anni Ottanta, quando Rabin cominciò a dire che bisognava spezzare braccia e gambe, gli scrissi una lettera. “Ho studiato la Wehrmacht”, scrissi, “e sotto la sua guida l’IDF sta imboccando la stessa china pericolosa”. Rabin andò su tutte le furie. Elkana lo aveva detto prima di me. Era un profeta. E quanto alla paranoia, non ho nulla contro la paranoia in sé. Se un ebreo di New York soffre di paranoia, va dal suo terapeuta. Se un ebreo israeliano soffre di paranoia, si arruola nell’esercito. Questo è il problema».
«Nel suo libro scrive che il sionismo avrebbe dovuto essere relegato alla storia nel 1948, perché lo Stato di Israele era stato proclamato e il sionismo aveva così esaurito la propria funzione storica».
Bartov risponde: «Nel 1948 in Israele vivevano circa 600.000 ebrei, molti dei quali sopravvissuti o figli di sopravvissuti. Nella guerra seguita alla fondazione dello Stato morì circa l’1 per cento della popolazione ebraica. Mio padre mi raccontava che i comandanti comunicavano con i soldati in yiddish, perché questi ultimi non conoscevano ancora l’ebraico. I miei genitori hanno continuato a parlare delle persone che avevano perso fino alla fine dei loro giorni. È troppo semplicistico guardare alla storia come se il genocidio a Gaza fosse stato inevitabile fin dalle origini del sionismo, ma è anche vero che quell’esperienza, la guerra, mise fine a ogni possibilità di convivenza. E gli ebrei israeliani continuarono a negare la Nakba: avevano assistito alle atrocità, vi avevano partecipato. Eppure quelle persone, i miei genitori e i loro amici, non avrebbero mai parlato di pulizia etnica né difeso la violenza gratuita. Il sionismo era un movimento etnonazionalista che operava come un movimento coloniale, ma conteneva anche elementi idealistici. Per i miei genitori la possibilità di una società giusta era reale. È per questo che definisco mio padre l’ultimo sionista. In seguito, hafrada, la separazione, è diventata un mantra del campo progressista: la soluzione dei due Stati, con un grande muro in mezzo. È una conseguenza del 1948. All’inizio di questo secolo sostenevo ancora quell’opzione. Oggi non lo farei più. Bisogna capire che quella terra è abitata da ebrei e arabi, che devono imparare a vivere insieme. Un muro è semplicemente un altro modo di incanalare la violenza».
«Lei sostiene che per risolvere i problemi bisogna tornare al 1948. Nel suo libro scrive che uno dei problemi principali è l’assenza di una Costituzione israeliana».
«Ben-Gurion rinviò a tempo indeterminato l’adozione di una Costituzione, ufficialmente perché gli ebrei ortodossi vi si opponevano, sostenendo: “Non abbiamo bisogno di una Costituzione, abbiamo la Torah”. Ma all’epoca gli ebrei ortodossi erano una piccola minoranza e a Ben-Gurion non importava assolutamente nulla della Torah. Il vero motivo per cui non venne adottata una Costituzione era il grande problema che nessuno voleva affrontare: il rapporto tra ebrei e palestinesi. La Dichiarazione d’indipendenza afferma che gli arabi godono degli stessi diritti e sono cittadini a pieno titolo, ma mentre veniva redatta era già in corso la pulizia etnica. E quella dichiarazione non è mai diventata legge. Ancora oggi non esiste una Costituzione. Esiste però una Corte suprema, che ha sistematicamente fornito una giustificazione giuridica alle ingiustizie commesse dal paese. Per esempio, nel 1948 applicò il concetto di “assenti presenti”. Si trattava di arabi che si trovavano sul territorio israeliano e avevano quindi diritto a un passaporto israeliano, ma che nel momento cruciale non erano presenti nel proprio villaggio o nella propria casa perché ne erano stati espulsi, e che per questo persero i loro diritti di proprietà. Ciò portò allo smantellamento di centinaia di villaggi palestinesi, un processo che proseguì fino al 1966. Alcuni palestinesi si rivolsero alla Corte suprema, ma non ottennero nulla. La Corte suprema ha legittimato gli insediamenti e ha consentito che gli ebrei in Cisgiordania fossero soggetti alla legislazione israeliana, mentre i palestinesi sono sottoposti alla legge militare, una legge arbitraria. In breve: un regime di apartheid. La Corte suprema si è rifiutata di pronunciarsi su Gaza, sostenendo che si tratta di una questione politica. Nell’anno precedente all’attacco di Hamas dell’ottobre 2023, i miei amici israeliani di sinistra, a Tel Aviv e altrove, hanno protestato con forza contro il tentativo di Netanyahu di smantellare la Corte suprema. Ma, nel farlo, difendevano i propri privilegi».
«Sorprendentemente, nonostante tutto, il suo libro non è del tutto privo di speranza. Scrive della possibilità di una confederazione tra Israele e Palestina. Chi libererà Israele?»
«La liberazione è un concetto complicato. Pensa che nel 1945 i tedeschi si sentissero liberati? Erano stati sconfitti e umiliati. Nessuno pensava di essere stato liberato dall’Armata Rossa: non i polacchi, certamente non gli ucraini, né i lettoni. Solo gli ebrei la pensavano così. Nel 1985 il presidente Richard von Weizsäcker dovette ricordare ai tedeschi che nel 1945 erano stati liberati. Naturalmente spero che Tel Aviv non subisca la sorte di Amburgo o Dresda. La risposta si trova a Washington. Uno dei consiglieri di Trump gli ha detto che sarà l’ultimo presidente filoisraeliano. Questo cambiamento sarà accompagnato da un aumento dell’antisemitismo. Per gli ebrei americani, quindi, potrebbe non essere una buona notizia: per decenni si sono considerati bianchi, e questa loro appartenenza alla categoria dei bianchi verrà lentamente meno. Basta guardare Tucker Carlson. Ma l’epoca in cui Israele aveva carta bianca per uccidere in nome dell’Olocausto è finita. Un genocidio non può essere usato per legittimarne un altro. Il sionismo che esiste ancora oggi è un’ideologia razzista di supremazia ebraica e questa ideologia, come quelle del Novecento, deve finire nella pattumiera della storia. Israele dovrà reinventarsi. Che rimanga o meno uno Stato ebraico non è così importante. Ci vivranno comunque molti ebrei. È profondamente triste che, ottant’anni dopo la fine del genocidio da cui Israele è nato, il paese sia diventato così violento, volgare e indifferente, persino nei confronti dei propri cittadini. L’abisso morale è reale, ed è un abisso con cui tutti gli ebrei devono confrontarsi, se non altro perché Israele pretende di parlare a nome di tutti gli ebrei».
«Il suo libro si conclude con il genocidio nell’Africa sudoccidentale, l’attuale Namibia, perpetrato dall’esercito tedesco nel 1904, un preludio all’Olocausto. Perché?»
«Nella regione di cui scrivo vivevano gli herero, che traevano il proprio sostentamento dall’allevamento del bestiame. I coloni tedeschi si impossessarono delle terre, rendendo inaccessibili i pascoli di cui aveva bisogno il bestiame degli herero. Ne seguì una rivolta: gli herero organizzarono un attacco. Il loro capo disse che avrebbero dovuto risparmiare donne e bambini, e molto probabilmente lo fecero. Furono uccisi circa cento tedeschi e diverse fattorie vennero incendiate. Poi arrivò l’esercito tedesco. Gli herero furono spinti nel deserto, dove morirono di fame, e vennero istituiti campi di lavoro schiavistico, precursori dei campi di concentramento. Tutto questo in risposta all’attacco degli herero. Eppure, secondo i generali tedeschi, si trattava di difendere la civiltà. Netanyahu ha dichiarato negli Stati Uniti che la sua guerra contro Hamas era un tentativo di difendere la civiltà. Si può sempre trovare una giustificazione alle proprie azioni. Uccidi i figli degli altri e dici che devi farlo per proteggere i tuoi. Eliminare i barbari: ne aveva già scritto Joseph Conrad. Giustiziare tutti gli uomini herero e chiamarla difesa della civiltà».
«Ha definito Elkana un profeta, ma Elkana riteneva che gli israeliani dovessero imparare a dimenticare. Come si fa a dimenticare?».
«Ormai Israele non è più uno Stato laico in alcun senso reale; ha trasformato l’ebraismo in un’ideologia messianica di supremazia ebraica, anche attraverso la continua mobilitazione della memoria. Il punto è ricordare in modo da poter anche dimenticare. Altrimenti la memoria diventa, sul piano individuale, un’ossessione e, su quello collettivo, una forma di fanatismo. Il punto è impedire che la memoria dei genocidi del passato venga mobilitata per giustificare la violenza e il genocidio nel presente».
«In che cosa dovremmo sperare?», gli chiedo. «Nel diritto internazionale? Nel 1995 i musulmani bosniaci cominciarono a chiamare le Nazioni Unite “United Nothing”, Il Nulla Unito, un’espressione usata per la prima volta dagli stessi caschi blu olandesi».
«Il diritto internazionale e le organizzazioni internazionali incaricate di farlo rispettare sono imperfetti, ma l’alternativa è la pura politica di potenza. La legge della giungla. I giovani hanno diritto alla speranza. I miei studenti hanno diritto alla speranza».
Intervista originariamente pubblicata sul quotidiano olandese Trouw il 23 maggio e sulla rivista statunitense The Boston Review il 2 settembre.
(traduzione dall’inglese di Emma Catherine Gainsforth)