Ormai il re è nudo. Quella che per anni è stata mascherata come una ricerca diplomatica della pace a tutti i costi, oggi si è spogliata di ogni ipocrisia per rivelarsi per ciò che è realmente: una scelta di campo netta, irreversibile e profondamente ostile all’architettura democratica occidentale. La recente decisione del Movimento 5 Stelle di votare e blindare la linea dell’interruzione degli aiuti all’Ucraina non rappresenta un semplice disaccordo tattico sulla politica estera: è la certificazione formale di un posizionamento anti-europeista, anti-Nato e, in definitiva, anti-occidentale.

Sostenere che tagliare i rifornimenti a Kyiv serva “a favorire la pace” è un esercizio di cinica retorica e di irresponsabilità politica. Nei fatti, questa posizione persegue un unico obiettivo oggettivo: delegittimare la resistenza di un popolo aggredito e legittimare, di fatto, l’invasione russa. Ancora più grave è la rimozione colpevole – o la colpevole malafede – di un dato strategico inconfutabile: Vladimir Putin non sta muovendo guerra solo all’Ucraina, ma sta conducendo una vera e propria guerra ibrida nei confronti dell’Europa e della Nato.

Fare finta che tutto questo non esista, o peggio ancora strizzare l’occhio all’aggressore nel nome di un pacifismo di facciata, significa consegnare le chiavi della nostra sicurezza a Mosca. Soprattutto se ci si mostra radicalmente contrari al riarmo per garantire un’autonoma difesa militare dell’Europa con una posizione che viene definita di assoluta intransigenza. Posizione peraltro che fa emergere un’insuperabile contraddizione tra l’orientamento contrario al riarmo europeo e contemporaneamente mostrarsi ostili alla Nato.

Sottoporre una linea di tale portata al voto dell’assemblea pentastellata ha avuto un duplice effetto. Da un lato, ha sancito l’identità profonda del Movimento. Dall’altro, ha chiuso ogni porta alla credibilità di una coalizione progressista alternativa. Un partito che formalizza una simile rottura con i pilastri fondanti della nostra Repubblica e dei nostri trattati internazionali si pone automaticamente fuori dal perimetro di un governo di un grande Paese europeo.

Significa, in parole povere, che i 5 Stelle non voterebbero mai un vincitore di primarie che esprima posizioni diverse sulla collocazione internazionale dell’Italia. In questo scenario, sa di patetico la reazione della segretaria del Partito democratico Elly Schlein, che continua a insistere sull’illusione di poter “trovare una sintesi”. Non c’è sintesi possibile quando le posizioni in campo sono diametralmente opposte e inconciliabili. Non si sta discutendo di un’aliquota fiscale, di una riforma del lavoro o di un cavillo burocratico: qui si parla della collocazione dell’Italia nel nuovo ordine mondiale, dei valori di libertà e democrazia, della difesa dei confini e dei diritti umani.

Voler tenere insieme l’incompatibile solo per ragione di aritmetica elettorale non è lungimiranza politica; è debolezza, è miopia e, alla lunga, è un tradimento dei valori fondanti della sinistra riformista ed europeista. Alla radice di tutto questo ci sono il trasformismo, la demagogia e il calcolo spregiudicato di Giuseppe Conte. La difesa della democrazia non è un optional retorico: richiede coerenza militare, solidarietà sociale e una salda tenuta culturale. Continuare a ignorare la minaccia autoritaria che bussa ai confini dell’Europa per strizzare l’occhio agli umori dell’estremismo populista, di fronte a un mondo che brucia e ai rischi che può correre la nostra democrazia, è un lusso che l’Italia non può permettersi.