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  • “Il GOP infiltrato da fanatici”: Rove rompe con Trump e il presidente lo insulta (lavocedinewyork.com)
il 4 Ottobre 2026

“Il GOP infiltrato da fanatici”: Rove rompe con Trump e il presidente lo insulta (lavocedinewyork.com)

di Massimo Jaus

(Foto – President George W. Bush stands with Mrs. Laura Bush and Deputy Chief of Staff Karl Rove on the South Lawn Monday, August 13, 2007, shortly after his longtime friend and senior advisor announced his resignation. By Joyce N. Boghosian – [1], Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2562253)

L’uomo che costruì le vittorie di George W. Bush per decenni annuncia che voterà per un democratico

Quando Karl Rove dice che il Partito Repubblicano sta perdendo la strada, a Washington e soprattutto in Texas qualcuno tende ancora ad ascoltarlo. Non perché rappresenti una corrente particolarmente numerosa del GOP di Donald Trump, ma perché per decenni Rove è stato esattamente il contrario di un ribelle: l’uomo della macchina, della disciplina, dei numeri, dei collegi elettorali e del messaggio ripetuto fino alla vittoria. George W. Bush lo chiamava “the Architect”, l’architetto, perché aveva costruito le sue campagne presidenziali del 2000 e del 2004 e prima ancora aveva contribuito a trasformare il Texas in una roccaforte repubblicana.

Dopo la Casa Bianca è rimasto una presenza costante nel mondo conservatore, tra Fox News e Wall Street Journal. Ora proprio quell’architetto dice che la casa repubblicana ha un problema.

“Abbiamo perso tempo”

L’accusa più immediata riguarda la campagna per le elezioni di metà mandato. Rove sostiene che a poche settimane dal voto il GOP dovrebbe martellare gli elettori ogni giorno con pochi argomenti riconoscibili: economia, risultati dell’amministrazione, differenze con i democratici. Al contrario, ha detto al programma radiofonico di Brian Kilmeade su Fox News, la Casa Bianca ha trascorso settimane inseguendo polemiche e annunci che finiscono per coprire il messaggio politico. “Abbiamo perso molto tempo in cose non essenziali”, è stata la sua sintesi.

Rove ha messo in fila gli esempi: il “dividendo Trump”, le continue oscillazioni sull’Iran, le polemiche sul Kennedy Center, fino ai grandiosi progetti celebrativi evocati dal presidente. La sua obiezione non è soltanto estetica. È quella dello stratega elettorale che guarda il calendario e vede avvicinarsi novembre: ogni giornata trascorsa a discutere dell’ultima provocazione presidenziale, sostiene, è una giornata nella quale i candidati repubblicani non stanno parlando agli elettori dei temi sui quali vorrebbero combattere la loro battaglia. “Le prossime quattro settimane e mezzo devono essere focalizzate”, ha avvertito Rove.

È una critica che colpisce direttamente il modello politico trumpiano. Trump ha costruito gran parte della propria forza sulla capacità di imporre quotidianamente il tema della conversazione pubblica. Per Rove, però, ciò che può funzionare per mantenere il presidente al centro dell’attenzione non necessariamente aiuta un candidato repubblicano che deve conquistare un indipendente in un collegio equilibrato.

Il voto che pesa più di un voto

Poi Rove è andato oltre. Ha annunciato che nelle elezioni per la Texas Railroad Commission voterà per il democratico Jon Rosenthal contro il candidato repubblicano Bo French. Per un uomo che ha trascorso tre decenni votando quasi esclusivamente GOP, la scelta ha assunto inevitabilmente un valore politico molto maggiore della competizione in sé. Il Texas Tribune ha riferito che Rove ha definito French un “bigotto” dopo un post nel quale il candidato repubblicano aveva preso di mira studenti di origine sudasiatica dell’Università del Texas, insinuando senza prove che fossero stranieri.

Rove non è solo. Il senatore repubblicano John Cornyn ha annunciato che non voterà French, definendolo “un imbarazzo per il Partito Repubblicano”, mentre altri esponenti del GOP texano hanno condannato quelle dichiarazioni. Ma Rove ha allargato il discorso: il problema, secondo lui, non è soltanto French. Il partito, ha detto successivamente, è stato “infiltrato” da bigotti e complottisti. Ha citato anche Nick Fuentes, figura dell’estrema destra americana, definendolo senza mezzi termini “un nazista”, e ha denunciato la disponibilità di alcuni dirigenti repubblicani a dialogare con ambienti che un tempo sarebbero rimasti fuori dal partito.

È questo il passaggio politicamente più pesante. Rove non sta semplicemente contestando una tattica elettorale di Trump. Sta sostenendo che il problema riguarda ormai la natura stessa del partito: chi può entrarvi, quale linguaggio viene accettato e quale prezzo il GOP è disposto a pagare pur di non rompere l’unità della coalizione trumpiana.

La risposta di Trump

Trump ha reagito come spesso fa quando viene attaccato da un repubblicano che rompe pubblicamente con lui: non entrando nel merito delle accuse, ma mettendo sotto accusa chi le ha pronunciate. In un messaggio su Truth Social ha scritto che Rove sarebbe “così dannoso per il Partito Repubblicano”, lo ha accusato di soffrire di “Trump Derangement Syndrome”, ha chiesto perché Fox News e il Wall Street Journal continuino a offrirgli spazio e lo ha liquidato come un “RINO”, un repubblicano soltanto di nome, e soprattutto come uno “stone cold loser”, un perdente completo.

Nel messaggio non c’era una risposta alla questione sollevata da Rove su French, né alla denuncia sulla presenza di complottisti ed estremisti nel partito. C’era invece la delegittimazione del critico. Ed è proprio qui che la vicenda diventa più interessante della disputa personale tra due uomini che non si sono mai particolarmente amati. Rove appartiene infatti a una generazione repubblicana che Trump ha politicamente sconfitto. Era il GOP di Reagan e poi di Bush, della grande coalizione conservatrice, dell’impresa, del libero mercato, dell’interventismo internazionale e soprattutto di una macchina elettorale costruita con metodo quasi scientifico.

Trump ha sostituito gran parte di quel mondo con un partito personale, populista e dipendente dalla sua figura. Definire Rove un “RINO” significa quindi ribadire implicitamente quanto sia cambiata la definizione stessa di repubblicano: l’uomo che per anni è stato uno dei principali strateghi del GOP può essere dichiarato estraneo al partito nel momento in cui entra in conflitto con il suo leader.

Una crepa nel vecchio establishment

Il voto di Rove non è una rivolta dell’establishment repubblicano, ma resta un segnale pesante. Il partito continua a sostenere Trump e Rove non è diventato democratico: ha semplicemente deciso che, nel caso di Bo French, la fedeltà al GOP ha un limite. La questione, però, va oltre il Texas. Rove sostiene che complottisti ed estremisti stiano cambiando l’identità del partito proprio mentre, a un mese dalle midterm, servirebbero disciplina e messaggi chiari.

Trump continua invece a occupare ogni spazio e a trasformare anche le critiche interne in scontri personali. Questa volta, dall’altra parte, non c’è un democratico o un giornalista, ma l’uomo che per una generazione ha insegnato ai repubblicani come si vincono le elezioni. E quando l’Architetto dice che nella casa ci sono crepe, il rumore si sente anche se il padrone preferisce insultarlo.

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