Chiedo scusa se parto da una notizia di politica locale per descrivere lo stato paranoico della politica nazionale, quella condizione patologica molto italiana per cui gli elettori sono costretti a scegliere tra due schieramenti che battagliano su questioni futili e irrilevanti ma tendono a incontrarsi su posizioni demagogiche e illiberali. La storia, insomma, del bipopulismo perfetto italiano di cui qui scriviamo da parecchi anni.
La notizia locale è questa: ad Alcamo, in provincia di Trapani, la destra sta pensando di candidare a sindaco un giovane e affermato imprenditore della comunicazione. Fin qui tutto normale, con il centrodestra che vorrebbe presentarsi al voto con un rispettato rappresentante della società civile per provare a riconquistare la città governata da dieci anni dai Cinquestelle (da soli, senza Campo Largo).
Senonché l’imprenditore in questione, Giuseppe Dia, che la destra alcamese vorrebbe eleggere sindaco, è stato uno dei consulenti della comunicazione di Giuseppe Conte, quando Conte era a Palazzo Chigi. E non un consulente qualsiasi, ma uno definito dai vertici del movimento «un genio» responsabile di almeno il dieci per cento del risultato dei Cinquestelle alle elezioni politiche del 2018.
Una volta al governo, Giuseppe Dia ha curato “l’identità visiva” di Conte, qualunque cosa voglia dire, e anche quella di Luigi Di Maio (Di Maio ha nominato come suo fotografo ufficiale alla Farnesina il fratello di Dia, Roberto).
Tutto legittimo, ovviamente, anzi anche una bella storia di due ragazzi di provincia (dove i Cinquestelle sono arrivati a prendere il 75 per cento anche grazie alla Dia communication) che ce l’hanno fatta e che sono riusciti costruire dal niente una carriera personale e imprenditoriale fin dentro vertici delle istituzioni italiane.
Il punto è che la persona che curava “l’identità visiva” di Conte e Di Maio, non solo professionalmente ma anche con un appassionato spirito militante, potrebbe candidarsi con la destra.
Sarà contro intuitivo visto che Conte si candida a guidare la sinistra italiana, ma in realtà torna tutto perfettamente perché stiamo parlando dello stesso Conte è dello stesso Di Maio che sventolavano i decreti sicurezza, che chiudevano i porti, che volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, che provavano a disarticolare la democrazia rappresentativa, che volevano uscire dall’euro, che distribuivano soldi a pioggia per abolire la povertà affacciandosi a un balcone romano, che aprivano le strade italiane all’esercito russo, che si prostravano davanti all’amico Trump, eccetera.
Quindi è molto coerente che uno degli strateghi della comunicazione di Conte possa finire col candidarsi con la destra.
La cosa che stona, semmai, è che una parte maggioritaria della sinistra italiana e dei suoi corifei nei media consideri Conte come un «riferimento fortissimo della sinistra» (Bettini), e non veda l’ora di consegnarsi in toto all’avvocato per coronare «l’affascinante avventura» (Letta) di cancellare l’identità del Pd e cedere strutturalmente, dalla Russia all’antisemitismo, al populismo dei Cinquestelle.
Questa piccola storia locale conferma ancora una volta che il Partito Democratico, nato al Lingotto nel 2007, vent’anni dopo non esiste più, e forse i primi a doverlo accettare dovrebbero essere i riformisti, i quali hanno la colpa di non aver sfidato politicamente per tempo Schlein in nome dei principi fondativi del Pd, col risultato che ora sono considerati “nemici del popolo” e indegni di guidare una battaglia di testimonianza alle primarie. Questa dovrebbe essere una lezione utile anche per Mario Calabresi, il quale vorrebbe candidarsi a sindaco di Milano ma si illude che Elly Schlein capisca che con lui potrebbe vincere le elezioni, e con i fedelissimi no.
«Schlein teme Pacini», ha titolato ieri il Foglio a proposito di un cosplayer milanese di Mamdani, e non credo che ci sia da aggiungere altro sullo stato comatoso del fu Partito Democratico e del suo inconsapevole tentativo di regalare Milano alla destra, dopo aver sbriciolato il modello Milano (ovvero l’unica storia di successo nazionale del Pd degli ultimi dieci anni).
Lo stato comatoso di un partito che nel 2023 è stato brillantemente occupato da una contestatrice esterna (allora Elly Schlein non era iscritta, ma si è potuta candidare), e che ora potrebbe benissimo essere scalato da uno come Lorenzo Pacini o altro personaggio dei manga, tanto più che ormai il Pd è stato contagiato dall’oscena immoralità del populismo contiano.