Il caso della Cornell University e la cultura dello stupro (valigiablu.it)
“#IamJaneDoe”, “Io sono Jane Doe”. La frase ha iniziato a diffondersi in post su TikTok, Instagram e X tra la fine di settembre e i primi giorni di ottobre.
I post, molti dei quali raccontano le esperienze di violenza sessuale, esprimono sostegno nei confronti della donna che ha denunciato uno stupro di gruppo subito durante una serata in una confraternita maschile della Cornell University, nello Stato di New York. “Jane Doe” è il nome fittizio – attribuito abitualmente negli USA per indicare una persona generica o ignota – usato dalla donna. La violenza risale al 2024 quando era una studente ventenne dell’ateneo.
Per quasi due anni, al suo racconto alle forze dell’ordine non aveva fatto seguito alcun procedimento penale, e la storia era rimasta pressoché sepolta. È diventata pubblica solo nella seconda metà di settembre 2026, quando la ragazza ha intentato una causa civile contro i sette uomini accusati della violenza e l’ateneo. A quel punto, la vicenda si è trasformata negli Stati Uniti in un dibattito che chiama in causa il tema delle violenze sessuali all’interno dei campus universitari (e non solo) e dell’impunità accordata agli stupratori.
Uno dei motivi per cui le donne stanno scrivendo “I am Jane Doe” sui social media è proteggere l’identità della vittima, confondendo i motori di ricerca o i sistemi di intelligenza artificiale. Nonostante la legge di New York permetta a chi denuncia una violenza sessuale l’utilizzo di uno pseudonimo, da quando il caso è stato reso pubblico, i tentativi di identificare la ragazza e di violarne la richiesta di anonimato si sono moltiplicati. Il suo legale ha raccontato che sia lui sia la sua assistita hanno ricevuto minacce dirette per costringerla a tacere e a ritirare la causa.
Ma la mobilitazione – che si è spostata nelle strade – vuole anche rendere visibili le pressioni subite da chi denuncia e dimostrare quanto la cultura dello stupro, crudele con le vittime e fin troppo clemente con chi abusa, sia pervasiva.
Il caso della Cornell University
Il 19 ottobre 2024 Jane Doe aveva vent’anni e da due era iscritta alla Cornell University, una delle otto università che compongono l’Ivy League, un gruppo di atenei privati estremamente prestigiosi negli Stati Uniti. Secondo il suo racconto, quella sera, dopo aver bevuto parecchio insieme ad altre compagne del campus, aveva raggiunto a piedi la sede della confraternità Chi Phi della Cornell University, per incontrare un amico. Le confraternite sono organizzazioni studentesche tendenzialmente chiuse, che organizzano feste e attività nei campus.
Doe dice di essere arrivata nella sede della Chi Phi, dove l’amico e altri membri della confraternita l’hanno fatta bere ancora, le hanno fatto fumare marijuana e assumere ketamina. Poi, in sette, hanno abusato sessualmente di lei per ore in una delle stanze della confraternita. “Sentivo di non essere in grado di prendere alcuna decisione per quanto ero intossicata”, si legge in una dichiarazione di Doe.
Negli atti è contenuto uno screenshot di un messaggio mandato in una chat di gruppo su Snapchat in cui erano presenti diversi membri della confraternita e uno degli studenti invitava altri a unirsi nella stanza al piano di sopra, dove li aspettava “free pussy”. Secondo la denuncia, le violenze sono andate avanti fino all’alba, quando la ragazza ha perso conoscenza.
Tornata a casa, Doe aveva notato di avere dei lividi e aveva assunto un farmaco a scopo preventivo contro un’infezione delle vie urinarie. Aveva raccontato quanto successo alle sue coinquiline, senza mai però parlare di stupro e, nei giorni successivi, aveva scambiato messaggi amichevoli con alcuni dei sette uomini.
Poi, circa una settimana dopo la festa alla Chi Phi, aveva letto su un forum universitario un post che affermava che i membri della confraternita fossero coinvolti in violenze di gruppo: “Fanno uso di droghe e hanno stuprato di gruppo una studente del secondo anno. Denunciateli”, aveva scritto un utente. “È stata la prima volta che sentivo cambiare la narrazione, cioè che non ero una poco di buono, ma una vittima di un’aggressione”, si legge nelle dichiarazioni di Doe agli inquirenti ottenute dal New York Times.
A distanza di tre settimane dalla violenza, la donna si era rivolta alla polizia all’interno dell’ateneo, mettendo a verbale di affermare “con assoluta certezza di essere stata violentata”. Tutti e sette gli accusati avevano respinto le contestazioni, dicendo che gli atti erano consensuali o negando del tutto di essere stati presenti. Nessuno di loro era stato arrestato.
Il procuratore distrettuale Matthew Van Houten aveva deciso di non procedere penalmente ritenendo che, sulla base esclusivamente della dichiarazione giurata rilasciata alla polizia d’ateneo e senza fare ulteriori approfondimenti, non ci fossero sufficienti elementi per stabilire che Doe fosse stata drogata contro la sua volontà o fosse vittima di stupro. Una ricostruzione contestata dal legale della donna, che sostiene che la denuncia del 2024 non sia molto diversa da quanto riportato nella documentazione più recente, e che la chat su Snapchat fosse già nota alla polizia.
La Cornell University, invece, aveva aperto un’indagine interna, all’esito della quale la confraternita era stata chiusa, due accusati erano stati espulsi, mentre gli altri avevano ricevuto sanzioni minori, come sospensioni temporanee o l’obbligo di scrivere un testo di riflessione sui propri comportamenti, riuscendo comunque a laurearsi. Dopo la violenza, Doe aveva invece lasciato la Cornell.
Nella causa civile intentata a settembre di quest’anno, la donna ritiene che l’università non abbia agito in maniera adeguata nel suo caso, ma che abbia anzi protetto i suoi stupratori spingendola al silenzio.
Nel frattempo, la vicenda ha raggiunto i media e l’opinione pubblica, scatenando indignazione generale e assemblee e proteste all’interno della Cornell University. Nel corso di una manifestazione spontanea migliaia di studenti hanno protestato e chiesto le dimissioni del rettore, sfilando nel campus con cartelli come “Alla Cornell gli stupratori sono più al sicuro delle donne”. La filosofa Kate Manne, che insegna alla Cornell University, ha scritto di essere a conoscenza di un gran numero di studenti che hanno subito molestie e aggressioni, alcune delle quali non sono state denunciate.
A un sondaggio del 2025 condotto nell’ateneo più del 35% delle studenti di corsi di laurea di primo livello aveva risposto di aver subito contatti sessuali non consensuali con l’uso di forza fisica in condizioni che impedivano di dare il consenso. Manne ha anche ricordato il doppio standard adottato dall’università: nel 2024 l’ateneo aveva sospeso temporaneamente quattro studenti ritenuti colpevoli di aver protestato senza autorizzazione all’interno del campus contro il genocidio a Gaza chiedendo all’ateneo di ritirare le proprie partecipazioni nelle aziende che sostenevano Israele.
In seguito al clamore e alla pressione mediatica, il procuratore Van Houten ha detto che avrebbe riaperto il caso dello stupro, che il primo ottobre è stato affidato dalla governatrice dello Stato di New York a una nuova procuratrice. L’università, dal canto suo, ha accettato una verifica esterna dell’operato.
Cultura dello stupro
Nel caso della Cornell University ci sono delle specificità che riguardano la società e la politica statunitensi. Ad esempio, l’indebolimento durante la seconda amministrazione Trump del cosiddetto Title IX, la norma federale del 1972 che vieta le discriminazioni sessuali nei luoghi di studio e tutela da molestie e violenze. O il vuoto normativo nelle leggi locali dello Stato di New York in materia di stupro e capacità di prestare consenso quando l’intossicazione da alcolici o sostanze è volontaria.
Gran parte del dibattito si è concentrato sul modo in cui vengono gestite le violenze sessuali all’interno dei campus universitari e sulla loro diffusione: le stime parlano di una percentuale tra il 20 e il 25% di donne iscritte a college statunitensi che fanno esperienza di qualche forma di violenza sessuale durante gli studi. Molte di queste violenze sono avvenute nei contesti delle confraternite.
Ma ridotta all’essenziale, la vicenda della Cornell University ci dice anche molto di come funzioni la cultura dello stupro e di quanto sia pervasiva e radicata nelle maglie di società strutturalmente misogine.
“Cultura dello stupro” indica quel sistema di credenze per cui non solo la violenza è diffusa, minimizzata e normalizzata, ma lo sono anche tutte quelle pratiche che la giustificano: l’oggettivazione dei corpi femminili, il linguaggio misogino, la stigmatizzazione dei comportamenti e dei desideri sessuali delle donne, il victim blaming, ossia la colpevolizzazione di chi subisce violenza, addossandole parte della responsabilità.
Non è così insolito che Jane Doe inizialmente non si fosse fatta avanti a denunciare perché convinta di essersi in qualche modo meritata quello che le era successo e di essere una “poco di buono”. Negli atti della causa civile, la donna racconta che nei giorni immediatamente successivi alla violenza aveva cercato di proteggersi da pettegolezzi che giravano sul suo conto.
Non è inusuale nemmeno che la sua denuncia non sia stata presa seriamente in considerazione da diversi gradi di autorità, e che il fatto che si fosse ubriacata e poi fosse andata autonomamente alla festa alla confraternita abbia avuto più peso del racconto successivo. O che dei “bravi ragazzi” studenti di una delle più prestigiose università degli Stati Uniti si siano incitati vicendevolmente in chat ad abusare di una coetanea, incorrendo in ripercussioni piuttosto blande, anche da parte dello stesso ateneo.
In un post sul caso della Cornell University, l’autrice e attivista femminista Soraya Chemaly cita gli studi dell’antropologa Peggy Sanday e la distinzione tra società “inclini allo stupro” e società “libere dallo stupro”. In queste ultime, le donne godono di molta più autorità, sicurezza e libertà. Sono società in cui i diritti delle donne all’autodeterminazione sono rispettati, e in cui un uomo che violi tali diritti va incontro a conseguenze. Le culture inclini allo stupro, invece, “trattano la violenza sessuale come un diritto acquisito all’interno di un sistema che ruota attorno a competizioni e gerarchie maschili”, scrive Chemaly. La specifica configurazione che definisce “le culture patriarcali inclini allo stupro opera ben oltre i confini dei campus universitari”.
Nonostante generalmente i media continuino a dipingere gli stupratori come mostri o eccezioni, il problema non riguarda i singoli individui colpevoli o accusati di stupro, ma la cultura su cui sanno di poter contare, che offre loro scuse e immunità da conseguenze e responsabilità.
Le confraternite sono spazi omosociali, dove prevale un certo tipo di maschilità plasmata sul dominio. Dai messaggi scambiati nella chat di gruppo dei membri della Chi Phi emerge che la misoginia è un collante e un codice condiviso.
Il caso della Cornell University è solo l’ultimo esempio mediatico, ma è lo stesso meccanismo che si ritrova, ad esempio, nei canali e negli spazi dove vengono scambiate immagini intime senza consenso e in tante comunità maschili oggi su Internet.
Sebbene gli accusati di aver partecipato allo stupro di Jane Doe siano sette, nella chat su Snapchat erano presenti più di 50 uomini. Nessuno di loro ha pensato di fare qualcosa per fermare ciò che stava accadendo in quel momento, né ha parlato in seguito. Anzi, a un certo punto della nottata qualcuno ha scritto un messaggio: “Shop still open?”
In questo contesto, il concetto stesso di consenso viene meno. Secondo la filosofa Manne, l’interpretazione più plausibile, stando ai messaggi su Snapchat, “è che quei confratelli sapessero esattamente cosa stavano facendo e a chi lo stavano facendo: un essere umano autonomo, che avrebbe meritato di meglio. (…) La misoginia condivisa è il punto centrale, ed è ciò che fa guadagnare punti in molte competizioni tra maschi”. L’assenza di consenso è “una caratteristica voluta, non un difetto” per certi uomini sotto il patriarcato, aggiunge Manne, facendo l’esempio di Dominique Pelicot e le decine di monsieur tout-le-monde che ha reclutato per violentare sua moglie, Gisèle Pelicot, mentre era incosciente, o di tutti coloro che partecipano a gruppi online in cui si drogano e si stuprano le rispettive compagne addormentate, filmandone gli abusi.
Nelle società misogine, uomini e ragazzi stringono legami fondati sull’umiliazione e sullo sfruttamento dei corpi femminili, che diventano un modo per cementare l’appartenenza al gruppo e anche per convalidarne l’eterosessualità. È sintomatico che spesso gli stupri siano esibiti collettivamente.
Gli uomini, tuttavia, non “sono vittime passive delle dinamiche di gruppo”, nota Chemaly, secondo cui il loro silenzio e la loro complicità nei confronti di altri maschi “sono ciò che rende possibili le zone d’eccezione in cui le donne non sono al sicuro”. Quella della connivenza non è una scelta obbligata, ma produce delle conseguenze.
In un articolo sul Guardian, la giornalista Moira Donegan scrive che il fatto che, dati e storie alla mano, così tante donne abbiano subito violenza sessuale è possibile non solo perché moltissimi uomini la commettono, ma anche perché altrettanti “ridacchiano, danno incoraggiamenti, scrollano le spalle con indifferenza quando i loro amici stuprano”. Nel frattempo, il sistema minimizza, colpevolizza le donne e le induce al silenzio. L’elefante nella stanza è sempre lo stesso: “Molti uomini stuprano, e pochi sembrano pensare che sia un grosso problema”.