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  • «Era straordinario, non un mito. Fu tradito dai comunisti boliviani. Magliette, spille, merchandising: il capitalismo ha colpito anche lui» (corriere.it)
il 17 Settembre 2026

«Era straordinario, non un mito. Fu tradito dai comunisti boliviani. Magliette, spille, merchandising: il capitalismo ha colpito anche lui» (corriere.it)

di Andrea Pasqualetto inviato a Buenos Aires

(Foto – getImage)

Ernesto Che Guevara raccontato dal fratello Juan Martin «Divertente e pazzo. La sua morte? Dietro c’erano gli Usa»

All’ultimo tavolo del Panera Rosa, locale modaiolo di Soho, siede un uomo baffuto dall’aria bohémien. È il fratello di una leggenda: Ernesto Guevara de la Serna, per tutti il Che, mito rivoluzionario di mezzo mondo. Siamo in un quartiere elegante di Buenos Aires che non è esattamente il mondo di Juan Martin Guevara, ma a lui va bene così: «Este lugar es perfecto!». Dice che questo posto tutto pastelli rosa e musica pop, dove nessuno lo conosce, è perfetto. Arriva la giovanissima cameriera: «Señor?». «Tè y dos medialunas, por favor». Un tè e due cornetti per il fratello del Che che uno immagina con un sigaro fra i denti e in mano il bicchierino di rum al banco di una vecchia osteria.

Spiazza un po’ l’ultimo degli hermanos di Ernesto, il solo vivente dopo la morte della sorella Celia nel 2023. Oggi ha 83 anni e alle spalle una storia legata a doppio filo con quella del fratello, del quale condivise le idee e la lotta pagandola con otto anni di carcere quando era dirigente del Partido revolucionario de los trabajadores. Allora Juan Martin faceva il sindacalista ma la sua è stata una vita dai mille mestieri: autotrasportatore, editore, libraio, commerciante di sigari e rum cubani. È l’unico dei Guevara a non essersi laureato, per scelta: «Volevo essere proletario e sono diventato camionista». Il fratello del Che è loquace e allegro, parla e addenta un cornetto, parla e scoppia a ridere e con la sua voce possente riempie il locale. Poi si ferma e ti guarda: «Hablame, hablame».

Señor Guevara, ci sarebbero mille domande. Quanto tempo abbiamo?

«Hablame».

Cosa significa essere il fratello del Che?

«Significa essere il fratello di un uomo che ha fatto cose straordinarie. Non un mito, detesto i miti».

In che senso?

«Ernesto non è uscito dal nulla o da una specie di galleria di uomini superiori. Veniva da una famiglia fatta di varie anime, con pregi e difetti».

Com’erano i Guevara?

«Un po’ matti. I miei genitori avevano dietro famiglie ricche e importanti e insieme formavano una coppia eccentrica e squattrinata. Mio padre era un picaflor, un po’ qui un po’ lì, ah ah, entiendes?, gli piacevano le donne, tanguero, imprevedibile, fantasioso, opportunista, libero. Un incantatore di serpenti. Mia madre era una donna colta, intellettuale, femminista, contestatrice, rigorosa. Noi figli siamo il risultato di questo miscuglio. In quella casa c’era poi una regola fondamentale: bisognava avere umorismo. Regnava l’ironia».

Lei molto più giovane di lui come lo vedeva?

«Per me era un raggio di sole. Era il fratello grande che faceva cose incredibili, che partiva, viaggiava, viveva avventure. Giocava a rugby correndo come una furia anche se aveva l’asma, andava a scalare le montagne, sfrecciava con la moto, era coraggioso, divertente, pazzo. Una volta ricordo che si è messo a camminare in equilibrio sul bordo di una ringhiera, bastava un passo sbagliato e sarebbe caduto da un’altezza che non perdonava. Era capace di buffonate infantili e di grande serietà, un divoratore di libri, come mia madre del resto. Ed era anche ottimo scacchista e gran bevitore di mate, molto esigente col mate. Ma la sue grandi qualità erano soprattutto l’autoironia e la lealtà».

Che ricordo ha del famoso viaggio di Ernesto con l’amico Alberto raccontato nei «Diari della motocicletta»?

«Non era la prima volta che partiva per un viaggio. Aveva iniziato molto presto a odiare la civiltà, diceva che le folle cittadine si muovevano al ritmo del rumore che era l’opposto della pace. All’inizio andava in bicicletta poi i viaggi si sono fatti più lunghi e prendeva la moto. Quella volta con Alberto volevano arrivare addirittura negli Stati Uniti ma, si sa, la Poderosa si fermò in Cile. Per me stavano facendo una cosa fantastica, per mio padre una cosa da idioti. Era arrabbiatissimo perché voleva che Ernesto finisse Medicina. Quando in Venezuela lui e Alberto si divisero e mio fratello tornò a casa fu una festa per tutti. Come promesso a mio padre, si laureò velocemente, diventò medico ma poi ripartì e non tornò più. Per qualche anno abbiamo comunicato solo per lettera. Ogni volta che ne arrivava una a casa era un avvenimento. Ci si riuniva e iniziava il rito della lettura che richiedeva molto tempo per la scrittura illeggibile. Erano lettere tenere e profonde, scriveva delle condizioni miserabili dei minatori in Bolivia, degli indigeni in Perù, l’imperialismo Usa in Costa Rica. Ed è finito a Cuba a fare la rivoluzione con Fidel Castro».

E lei?

«Lo raggiunsi a Cuba dopo la vittoria del 1959 dei guerriglieri di Fidel e di Ernesto sulla dittatura di Batista. Lo ritrovai circondato e osannato da migliaia di persone. Lì non era più Ernesto, era per tutti il comandante Che. Ma per me restava mio fratello e quando riuscivamo a stare insieme senza tutta quella gente facevamo pure a botte per gioco».

Sul comunismo

Mi regalò un manuale sovietico di economia: «Non sono d’accordo su nulla ma devi leggerlo»

Com’era Cuba in quei giorni?

«Impressionante. L’Avana era in festa, piena di gente armata, di guerriglieri con gli zaini, di persone che arrivavano dalla Sierra. Noi alloggiavamo all’hotel Hilton, quello che diventò Habana Libre. Avevo conosciuto Fidel ma non potevo fare molti discorsi con lui, avevo 16 anni e lo vedevo come una figura enorme, mi metteva soggezione. Mio fratello, che aveva già una grande cultura, ci parlava invece molto».

C’è chi considera il Che un assassino per le fucilazioni avvenute dopo la vittoria

«Non era lui a ordinarle. Ernesto comandava la Cabaña (la fortezza dell’Avana in cui si svolsero processi ed esecuzioni degli uomini di Batista ndr), non faceva il giudice. C’era chi veniva assolto, chi veniva condannato al carcere e chi condannato a morte».

Fu ucciso a 39 anni in Bolivia, dove voleva esportare la rivoluzione. Che idea si è fatto sulla sua morte?

«Penso che il suo grande errore sia stato quello di affidarsi al Partito comunista boliviano. I dirigenti probabilmente non credevano che Cuba avrebbe mandato un gruppo armato a iniziare la lotta rivoluzionaria in Bolivia. Quando si trovarono davanti alla realtà, gli negarono l’appoggio e questo costò la vita a Ernesto. Poi, io ho un mio convincimento sui mandanti».

Cioè?

«L’ordine al tenente che lo uccise partì dall’esercito boliviano ma sul posto c’era anche un agente della Cia, Felix Rodriguez, e io non ho alcun dubbio che dietro ci fossero gli Stati Uniti».

Non è una verità accertata.

«Por favor».

Qual è stato il momento più bello vissuto con Ernesto?

«Le lunghe chiacchierate in Uruguay quando io avevo circa diciotto anni ed ero già politicamente impegnato. Si parlava di Cuba, del mondo, del futuro. Mi regalò un manuale di economia politica dell’Unione sovietica. Disse: “Non sono d’accordo su nulla ma devi leggerlo per cultura”. Lo aprii e lo richiusi, un mattone».

La prima qualità del Che?

«La rettitudine, l’integrità, un senso di equità e giustizia sociale a prova di bomba. Ernesto arrivava a negare anche il minimo privilegio a chiunque, indistintamente, familiari compresi. Ricordo un’infinità di episodi che parlano in questo senso».

Ce ne racconta qualcuno?

«Quando si trattò di andare a Cuba dopo la rivoluzione noi parenti avevamo approfittato di un volo organizzato per i cubani che erano stati costretti all’esilio. Lui s’infuriò: “L’aereo era destinato agli esiliati, non alla mia famiglia”. Mio padre, che non condivideva questo rigore, quando arrivò a Cuba cominciò immediatamente a fare conoscenze, cercare opportunità. Ernesto fu molto netto: “Essere mio padre non ti autorizza ad avere privilegi”. Era così anche con sé stesso: voleva per esempio essere pagato come i soldati, non da comandante. Te ne racconto un altro che per me dice molto di lui: una volta una donna che si chiamava Guevara gli chiese se per caso erano parenti. Le rispose così: “Se lei è capace di indignarsi davanti alle ingiustizie del mondo, siamo compagni, che è molto più importante che essere parenti”».

Rigore

A nostro papà disse: «Essere mio padre non ti autorizza ad avere privilegi»

Venendo a lei: ci spiega la scelta di fare il camionista?

«Io avevo gli amici che erano ragazzi di strada, figli di povera gente. Mentre mio padre mi portava dai suoi di amici che erano potenti. Ho conosciuto così sia il mondo di sotto sia quello di sopra e ho scelto quello di sotto. Volevo lavorare, lasciai l’università contro il parere di Ernesto e feci il camionista».

Il Che sognava l’«uomo nuovo» per una società basata sull’uguaglianza. È rimasto un sogno.

«Sì, un sogno. Io non so se sia possibile arrivare a un mondo in cui non esista lo sfruttamento dell’essere umano ma so che bisogna continuare a lottare in questa direzione».

Serve un’altra rivoluzione?

«Servirebbe ma per farla ci vogliono idee nuove, organizzazione e circostanze favorevoli che ora non vedo».

Come vede il comunismo?

«La storia ha dimostrato che un certo comunismo ha fallito. Evidentemente quella non è la soluzione. Ma non lo è nemmeno il capitalismo che crea continui squilibri e crisi. Io sto con Epicuro e con la necessità da parte dell’uomo di governare i piaceri materiali privilegiando quelli che danno serenità all’anima. Quando l’equilibrio fra piaceri materiali e spirituali si rompe nasce il problema. E il capitalismo finisce sempre per rompere questo equilibrio perché tende all’accumulo senza guardare abbastanza cosa succede agli altri».

Senza Fidel Castro ci sarebbe stato il Che?

«No, Ernesto probabilmente sarebbe stato altro. Ma con Fidel è nato il Che e per qualche ragione il personaggio continua a resistere. In qualsiasi parte del mondo vedo il suo volto, magliette, spille. La sua immagine è merce, pensa il paradosso. Lui che odiava la mercificazione viene sfruttato per vendere prodotti, per guadagno. È la riprova che il capitalismo trasforma sempre tutto in guadagno, plata, plata».

Come vede l’ascesa di Javier Milei in Argentina?

«Milei è il prodotto di un vuoto. Da una parte lui ha saputo sviluppare la sua idea, presentarsi al momento giusto. Dall’altra, quelli che gli si opponevano continuavano a ripetere le stesse cose senza offrire nulla di nuovo. La gente ha pensato: gli altri li conosco già, vediamo che cosa fa questo».

E l’Italia?

«Penso che anche lì si sia creato un vuoto che Giorgia Meloni ha saputo occupare. Ma l’Italia è molto diversa dall’Argentina: ha una struttura industriale importante, grandi imprese che competono nel mondo. Questo le dà molto più potere».

Cosa fa oggi Juan Miguel Guevara?

«Il pensionato solitario. I figli sono all’estero e io abito in un appartamento in affitto cercando di campare».

Mogli? Compagne?

«Sono divorziato, credo».

Scoppia a ridere e ridono pure i ragazzi del Panera Rosa. È arrivata l’ora di andare: «Tengo que tomar el colectivo». Deve prendere l’autobus per tornare a casa, dall’altra parte della città. Infila una mano in tasca, conta i pesos, vuole pagare lui: «Plata, plata». Sorride, ti abbraccia e se ne va, nel rumore di Buenos Aires.

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