Elezioni di novembre in USA: l’inizio della fine di Trump? (valigiablu.it)
di Marco Arvati
Gli Stati Uniti vanno al voto martedì 3 novembre per le elezioni di metà mandato. Si rinnova per intero la Camera dei Rappresentanti e un terzo dei seggi del Senato, in quello che è il principale test di popolarità per un presidente in carica.
Inoltre, dovesse perdere le Camere, il presidente rischia di non riuscire a portare avanti la sua linea politica, non avendo sponde al Congresso. Donald Trump arriva all’appuntamento in una posizione di debolezza: stretto tra il perdurare di una guerra sempre più impopolare con l’Iran all’estero e un aumento vertiginoso dei prezzi della benzina, il tasso di approvazione del presidente è sceso drasticamente.
Secondo una delle ultime rilevazioni pubblicate dal Guardian, si attestava ad appena il 32 per cento, il punteggio più basso di tutta la sua carriera politica. Secondo il Wall Street Journal, che lo accredita invece del 37 per cento, si tratta del dato più basso con cui un presidente affronta un’elezione di metà mandato dal 1990. Nonostante questo, Trump continua ad avere fiducia nella sua capacità di portare al voto parte del popolo MAGA, un elettorato che tradizionalmente partecipa molto meno quando non è il presidente a comparire sulla scheda elettorale: “Fate come se fossi io il candidato”, continua a dire a tutti i comizi di campagna elettorale a cui partecipa, ma i sondaggi non sembrano premiarlo.
Rilevazione dopo rilevazione, i cittadini statunitensi pongono sempre il costo della vita come preoccupazione principale. Chiedono che si abbassi il prezzo della benzina, ma perché questo accada bisognerebbe porre fine al conflitto con l’Iran, voluto dalla Casa Bianca, annunciato come se fosse risolvibile in poche settimane, e che invece continua ancora oggi. In Iowa, Stato rurale che Trump ha vinto di 13 punti nel 2024, gli agricoltori protestano per l’aumento dei prezzi del fertilizzante: la candidata repubblicana Ashley Hinson, discostandosi dalla linea del presidente, ha chiesto apertamente di mettere fine alla guerra. Solo un repubblicano su due oggi sostiene il nuovo avventurismo americano in Medio Oriente, un dato in netto calo dal 68 per cento di aprile, nonostante Trump continui a fare proclami di vittoria e di annichilimento della Repubblica islamica.
Proprio per contenere l’aumento dei prezzi, Trump è tornato a uno dei suoi vecchi cavalli di battaglia: attaccare verbalmente l’Ucraina, arrivando fino a negare a Kyiv i dati di intelligence, nonostante neghi di averlo fatto, e cercare di ottenere un accordo con la Russia. Il 9 ottobre ha stretto un patto direttamente con Vladimir Putin: in base all’intesa, Trump avrebbe ritirato le sanzioni sul gasolio russo, a patto che Putin immettesse subito 300 mila tonnellate di diesel nel mercato americano e globale. Un tentativo disperato di contenere i prezzi che, secondo la Us Energy Information Administration, non fa altro che supplire al fabbisogno di un giorno del settore dei trasporti statunitense. La mossa, però, ha diviso il suo partito: sei senatori repubblicani, tra cui Susan Collins, che va a rielezione in Maine, hanno firmato una lettera insieme a sei democratici chiedendo a Trump di rescindere l’accordo, che sarebbe “un tradimento del popolo ucraino”.
I problemi dei repubblicani galvanizzano i democratici. Se fino a un anno fa sembrava che il Senato fosse fuori dalla portata del partito di opposizione, perché andavano al voto più Stati che avevano consegnato la vittoria a Trump nel 2024, oggi i sondaggi vedono i democratici in ascesa, anche in territori storicamente repubblicani.
Il più evidente di questi è il Texas, dove per i dem ha vinto le primarie James Talarico, un deputato statale precedentemente seminarista molto attivo sui social media. Un candidato che unisce elementi del progressismo religioso e del populismo economico: ha parlato apertamente di un divario che negli Stati Uniti non sarebbe tra “destra e sinistra”, ma tra “ricchi e poveri” e ha criticato la visione della religione dei repubblicani, definita una forma di autoritarismo volta a praticare un controllo totale della libertà delle persone.
Talarico è il favorito per tutti i principali sondaggi, anche perché il suo avversario è molto controverso: si tratta dell’ex procuratore generale dello Stato Ken Paxton, che ha subito un impeachment (da cui è stato assolto) dai suoi stessi compagni di partito per corruzione e abuso d’ufficio. Un candidato voluto a gran voce da Trump, che lo ha sostenuto alle primarie aiutandolo a sconfiggere il ben più quotato senatore John Cornyn, che deteneva il seggio dal 2002.
Una sfida che spiega anche le differenze nella capacità di spesa dei due partiti. A livello individuale, la campagna di Talarico ha raccolto molti più soldi, 68 milioni a settembre contro i soli 9 di Paxton; a livello nazionale, però, i repubblicani hanno una capacità di spesa molto più ampia dei democratici. Il Senate Leadership Fund, gruppo di raccolta fondi che fa capo alla maggioranza repubblicana al senato, ha già speso 100 milioni di dollari in pubblicità per Paxton, e a lungo andare questo potrebbe ribaltare i sondaggi oggi favorevoli ai democratici.
Questo denota, però, la debolezza dei repubblicani in questo ciclo elettorale: costretti a spendere milioni di dollari in Texas, uno Stato conservatore in cui dovrebbero essere favoriti, non possono dirottare i soldi in altre sfide. È il caso della Carolina del Nord, dove i democratici non vincono dal 2008. Candidano, però, un ex governatore molto popolare, il moderato Roy Cooper, contro Michael Whatley, ex lobbista alla sua prima corsa per una carica pubblica. Qui i sondaggi assegnano a Cooper anche fino a 15 punti di vantaggio, e i repubblicani hanno deciso di smettere di spendere e spostare i fondi precedentemente allocati per la campagna su altre sfide più contendibili.
I democratici, nel frattempo, forti di un vantaggio che non accenna a erodersi nei sondaggi sia della Camera che del Senato, hanno avuto un ciclo di primarie piuttosto movimentato. Sono infatti emersi una serie di candidati dall’ala sinistra del partito, alcuni dei quali provenienti dalla corrente dei socialisti democratici, che hanno messo in difficoltà, e in certi casi sconfitto, quelli sostenuti dai principali esponenti del partito.
Il caso più emblematico è quello di Abdul El-Sayed, che ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Michigan e ora è in lieve vantaggio sul suo sfidante, l’ex deputato repubblicano Mike Rogers. Nonostante non faccia parte dei socialisti, El-Sayed ha fin dalle primarie ottenuto il sostegno delle figure più in vista della sinistra del partito, come il senatore del Vermont Bernie Sanders e la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez. Tra le sue proposte spiccano i cavalli di battaglia dei progressisti, come l’aumento delle tasse per i miliardari, l’abolizione dell’agenzia anti-immigrazione Ice e una sanità pubblica e gratuita.
Inoltre, ha preso posizioni nette sulle azioni di Israele in Palestina: ha definito genocidio le azioni dello Stato ebraico a Gaza e ha affermato che gli Stati Uniti non dovrebbero fornire aiuti a Tel Aviv. Se eletto, sarebbe il primo senatore di fede musulmana della storia degli Stati Uniti.
Non solo al Senato ha sfondato la corrente progressista, ma anche in alcune corse per la Camera molto rappresentative. A New York, il sindaco socialista Zohran Mamdani ha investito capitale politico su alcune figure semisconosciute del mondo socialista, e le ha portate alla vittoria. Tra queste, è importante citare Darializa Avila Chevalier, che ha sconfitto nella sua primaria il presidente del Caucus ispanico al Congresso e alleato del leader democratico Hakeem Jeffries, Adriano Espaillat. Il risultato suggerisce come le tematiche portate avanti dalla sinistra, in un’America che fa i conti con un costo della vita sempre più alto, siano sempre più ben viste dagli elettori democratici.
L’opposizione a Trump, però, non è forte solo nell’ala progressista del partito. La forza della proposta dei democratici a queste elezioni di metà mandato sta anche nelle figure più moderate, presenti in territori che non vedrebbero con favore l’avanzata di personaggi che si dichiarano vicini al mondo socialista. È il caso dell’Alaska, dove la candidata dem è l’ex deputata Mary Peltola, che ha come slogan della sua campagna “Pesce, famiglia, libertà”.
Grande sostenitrice dei diritti dei pescatori di sussistenza dello Stato, le sue posizioni sono atipiche all’interno del partito: è favorevole al Secondo emendamento, quello che protegge il diritto a girare armati, e si è opposta ad alcune regolamentazioni in materia ambientale della presidenza Biden. Una candidatura con posizioni difficili da collimare con quelle del partito a livello nazionale, ma molto forte nello Stato che rappresenta: oggi, secondo i sondaggi, la sfida con il senatore uscente, il repubblicano Dan Sullivan, è un testa a testa.
Al netto di queste sfide, fondamentali per determinare la composizione del Congresso e quindi quello che sarà il ruolo dell’opposizione negli ultimi due anni di presidenza Trump, una domanda si pone: Trump riconoscerà il risultato, in caso il suo partito dovesse uscire dalle elezioni con una sonora sconfitta? Dopo il fallito golpe del 6 gennaio 2021, infatti, il presidente non ha più perso. Non è di buon auspicio il fatto che, visti i sondaggi sfavorevoli alla Camera, da circa un anno cerca di ridisegnare i collegi degli Stati controllati dai repubblicani a suo favore. Un tentativo di distorcere i risultati che non è andato a buon fine semplicemente perché i democratici hanno deciso di sporcarsi le mani e fare lo stesso nei territori da loro controllati: un sostanziale pareggio nel ridisegno, ma un passo indietro a tutto tondo nel processo democratico del paese. Inoltre, per la prima volta da 24 anni, gli Stati Uniti non hanno invitato gli osservatori internazionali dell’Osce ad assistere al processo elettorale.
Per il momento, una cosa è certa: il vantaggio che al Senato avevano i repubblicani fino all’anno scorso si è completamente assottigliato. Entrambi i partiti si stanno ridefinendo: repubblicani che in alcuni casi cercano di uscire dall’ombra di Trump e democratici senza una chiara linea nazionale, ma divisi sui territori tra socialisti e moderati. Si tratta, quindi, di un voto fondamentale non solo per definire i futuri assetti della politica statunitense, ma anche per capire quanto è ancora forte Trump, piegato dai costi di una guerra fortemente impopolare.