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il 23 Settembre 2026

Disertore a chi? Ucraini in armi, soldati russi e un ricordo di Boris Vian (ilfoglio.it)

di Adriano Sofri

(Foto – ANSA)

Piccola posta

Il proclama della giovane dem che vuole “organizzare i disertori” e il libro del volontario nell’esercito ucraino

Forse sta cedendo l’estremo argine al quale aggrapparsi quanto alla competizione elettorale: il meno peggio. Forse si intravvede la paradossale situazione in cui non ci sia più un meno peggiore.

Ieri, a ridosso del proclama della segretaria dei Giovani democratici, Virginia Libero, “Organizzeremo i disertori”, Repubblica aveva un’ultima intervista ad Artem Chapeye, scrittore “pacifista, di sinistra, femminista”, volontario nell’esercito ucraino, venuto a presentare il suo libro, “La gente normale non va in giro armata” (in originale: “Non nati per la guerra”, Altrecose ed.).

Pochi giorni fa glielo presentavo io, a Firenze, e avevo ricordato la canzone cui la mia generazione fu così affezionata, “Il disertore”, Boris Vian (e Harald Berg), 1954, cantata prima da Mouloudji, poi da innumerevoli altri, Serge Reggiani, a me più caro, e in Italia da Margot, Fossati, Tenco… Tradotta in 56 lingue. “Egregio Presidente / vi scrivo questa lettera…”. (La storia la trovate nell’eccellente pagina antiwarsongs.org). Le guerre da cui disertava, e allora faceva un terribile scandalo, erano quelle coloniali della Francia in Indocina e in Algeria: disfattismo, oltraggio agli ex combattenti, alla patria… “S’il faut donner son sang, / Allez donner le vôtre! / Vous êtes bon apôtre, / Monsieur le Président… / Si vous me poursuivez, / Prévenez vos gendarmes / Que je n’aurai pas d’armes / Et qu’ils pourront tirer” – “Per cui se servirà / del sangue ad ogni costo, / andate a dare il vostro, / se vi divertirà. / E dica pure ai suoi, / se vengono a cercarmi, / che possono spararmi, / io armi non ne ho” (trad. di Giorgio Calabrese). Vian aveva scritto una prima conclusione, di tutt’altra tempra, cui rinunziò presto, senza che bastasse a risparmiargli le censure le accuse e le diatribe; diceva: “Si vous me poursuivez / prévenez vos gendarmes, / que je serai en arme / et que je sais tirer” – E dica pure ai suoi / se vengono a cercarmi: / che io sarò armato, / e che io so sparare”.

Fu la versione di Peter, Paul and Mary, nel 1966 (e poi di Joan Baez) a farne un leitmotiv della ribellione alla guerra americana al Vietnam. Chapeye (che è nato dopo, ha oggi 44 anni) cita con ammirazione i disertori americani, e però subito dopo si ricorda della differenza: “Noi ucraini oggi non siamo gli americani, noi siamo i vietnamiti!”. La differenza che fa del “Disertore” la canzone da cantare, da cantarsi, chi ne abbia cuore, nella Russia di Putin.

Disertori in Ucraina ce ne sono tanti, sempre più numerosi al quinto anno di guerra, ma sono pochissimi fra loro quelli che siano contrari alla difesa del paese, o persuasi che sia un affare fra potenti – “so’ cuggini e fra parenti…” – da lasciar regolare a loro. Virginia Libero, all’indomani del suo proclama, ha voluto reagire all’entusiasmo dei fautori quinquennali della resa dell’Ucraina: “Kyiv non c’entra nulla con quello che ho detto dal palco. Sappiamo da che parte stare, dalla parte dell’Ucraina. E condanno Putin”. Penso naturalmente che sia sincera.

Ho letto la sua sommaria biografia, ha 28 anni, è ricca di esperienze volontarie, di studi, di competizioni politiche, lusinghiera. Ma appunto: a Reggio Emilia, dal palco della Festa nazionale dell’Unità, dove avevano parlato Conte per la diserzione dalla parte sbagliata e Schlein per una mezz’acqua, come aveva potuto figurarsi che il suo appello non venisse riferito prima di tutto all’Ucraina? Ha spiegato che sta dalla parte dell’Ucraina e condanna Putin. E della resistenza in armi? Anche il bravo Papa Francesco ogni tanto doveva correggersi sull’Ucraina, e una volta, ancora al primo anno dell’invasione, disse: “Penso poi a voi, giovani ucraini, che per difendere coraggiosamente la patria avete dovuto mettere mano alle armi anziché ai sogni che avevate coltivato per il futuro”.

Chapeye racconta lo stupore di chi scopre che la retorica degli inni nazionali – “L’Ucraina non è ancora morta” – o delle canzoni popolari, torni a rivendicare un significato. “Mi sono davvero svegliato, io mia moglie i nostri due bambini il nostro cane, questa mattina, al fragore delle bombe, e ho trovato l’invasor”. Lo consiglio a Virginia, e anche di andare in una città ucraina, se non l’abbia già fatto. E’ difficile starci anche per un paio di giorni senza assistere a una caccia all’uomo in età di reclutamento – è obbligatorio solo per chi abbia almeno 25 anni. E alla solidarietà, anche fisica, della gente comune, donne anziane, per facilitare la fuga, strappare dalle mani dei disgraziati reclutatori i renitenti.

La gran maggioranza di quelli che l’esonero e l’espatrio potevano permetterselo a suon di corruzione è da tempo andata. Io quella solidarietà la condivido, non occorre Boris Vian, basta il De André del Pescatore: ma so che, come me, la gente che aiuta i renitenti, e i renitenti stessi, che si sappiano inadeguati alle armi, o ne abbiano paura, paura!, sentono che quelli del fronte, che stanno là magari da anni senza interruzione e ricambio, odiano la guerra quanto e più di loro, ma hanno qualcosa cui tenere di più. E hanno sentito dire che qui noi siamo “stanchi” della loro guerra, e che qui diciamo che la stanno combattendo “da proxy”, al servizio di altri. L’America prima, poi è rimasta solo l’Europa, e loro sempre burattini attaccati ai fili d’altri, sulla loro terra, dei loro vecchi, dei loro figli, dei loro cani, delle loro case. Del loro cielo.

In Russia, in Jacuzia, in Buriazia, nel Caucaso, in Corea del Nord, che bell’appello è quello: “Organizzeremo i disertori”.

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