Colpevoli di non sputtanare? Indagati i direttori dei giornali (ildubbio.news)
di Errico Novi
Accuse di concorso in corruzione per i vertici di una ventina fra quotidiani e testate on line: avrebbero occultato la notizia di inchieste su UniPegaso, in cambio di pubblicità: Ma la gogna è un obbligo, per i cronisti?
L’indagine coinvolge molti giornali. Moltissimi. Direttori ed editori, una ventina in tutto. Responsabili di testata e manager. L’accusa, che proviene dalla Procura di Napoli è di corruzione: precisamente, giornali e siti d’informazione – compare anche Fanpage – è di aver venduto spazi pubblicitari a UniPegaso in cambio di una linea soft sulle notizie relative all’ateneo telematico. Ma quali notizie, è la domanda cruciale. A cui, per ora, non sembra possibile rispondere in modo univoco.
Dell’indagine condotta da tre sostituti della procura di Gratteri, fra i quali anche Henry John Woodcock, e due aggiunti, dà notizia per prima La Stampa, che è fra gli indagati, con il proprio ex direttore Andrea Malaguti e i vertici del gruppo editoriale, cioè di Gedi. Pochi minuti dopo Dagospia rilancia la bomba. A seguire arriva un’altra delle testate nel mirino degli inquirenti partenopei, udite udite: il Fatto quotidiano. Spiazzante, anche considerato che proprio Woodcock in passato, ha firmato editoriali molto incisivi sul giornale diretto da Marco Travaglio (nell’inchiesta peraltro non compare Travaglio, come indagato per “concorso in corruzione tra privati”, ma il condirettore Peter Gomez).
Secondo la ricostruzione dei pm, le contestazioni a UniPegaso e, innanzitutto, al presidente dell’ateneo, Fabio Domenico Vaccarono, si concretizzano in due fatti distinti. Una pressione indebita nei confronti della ministra dell’Università Anna Maria Bernini affinché prorogasse le norme che, a partire dal covid, consentivano di sostenere esami a distanza addirittura in assenza dei professori, ma con dei semplici impiegati nella funzione di validatori delle prove.
Tali agevolazioni (per gli studenti ma, evidentemente, anche per le università on line, che diventano particolarmente appetibili per i laureandi) comparivano ancora nel decreto ministeriale 1835 di fine 2024. Poi l’intermediario che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato scelto da Vaccarono e dagli azionisti e manager suoi presunti correi (accusati di associazione a delinquere), cioè l’intramontabile Luigi Bisignani, si sarebbe infranto contro “quella stronza rigida” della ministra Bernini, che non ha voluto saperne di prolungare la modalità dell’esame comodo.
I tentativi di pressione sono oggetto di un primo e più ampio filone d’inchiesta (con 40 indagati). Sarebbe proprio a questo punto che, tra fine maggio e fine giugno 2026 (l’ultimo articolo di Woodcock sul Fatto risale, non casualmente, al 21 maggio scorso) si inserirebbe l’acquisto massivo di spazi pubblicitari a scopo captatio benevolentiae, interpretato dalla Procura di Gratteri come possibile corruzione. In pratica, con condotte risalenti tutte in prossimità del 30 giugno 2026, quando le altre notizie sui presunti illeciti di UniPegaso sarebbero state pubblicabili (perché oggetto di una prima discovery in favore degli indagati), presidente e manager dell’ateneo digitale avrebbero acquistato o rinnovato inserzioni su una lunga serie di testate, dal Corriere al Fatto, da Repubblica e Stampa fino all’intero gruppo Caltagirone, per ottenere in cambio il silenzio sul filone iniziale dell’inchiesta.
Ma qui la questione si complica in modo irrimediabile, per vari motivi. Innanzitutto, notizie di indagini su UniPegaso, nello scorso mese di giugno e nelle settimane successive, ne circolarono troppo poche perché si possa parlare, anche solo in astratto, di occultamento mediatico deliberato.
E quindi non è semplice capire quale sarebbe, almeno sotto tale profilo, la condotta criminosa di editori e direttori. Bisognerebbe teorizzare che già nel promettere benevolenza giornalistica in cambio di pubblicità si commetterebbe un reato, ma come ha subito fatto notare l’ex direttore di Lettera 43 Paolo Madron, una linea simile sarebbe la fine delle inserzioni sugli organi di stampa, che già non godono di straordinaria salute. E allora la tesi dei pm potrebbe consistere nel fatto che delle notizie di un’indagine su UniPegaso fossero comunque disponibili, e che perciò i direttori, loro innanzitutto, avrebbero deliberatamente provveduto a ignorarle o censurarle.
Ma qui si entra in un’altra tragica contraddizione: davvero i giornali sono tenuti a dare determinate notizie? È lo stesso interrogativo che fa vacillare la recente norma sulla pubblicità delle assoluzioni: pure al netto del ruolo da riconoscere al Garante per la Privacy, fino a che punto si può costringere un giornale o un sito d’informazione a dare una notizia per tutelare la reputazione di un innocente? Esistono sì, nella deontologia della professione giornalistica, doverose norme che tendono allo stesso obiettivo. Ma di un obbligo la cui violazione sarebbe penalmente rilevante, è difficile anche ragionare. Oltretutto, l’assenza di notizie sull’indagine relativa a UniPegaso dovrebbe lasciar credere che per gli inquirenti costituisca un’anomalia il fatto stesso di aver eventualmente rispettato la presunzione d’innocenza.
Naturalmente è insensato credere che le accuse ai giornali consistano in questo – non ci crede neppure Matteo Renzi, che non perde l’occasione di ironizzare con il Fatto quotidiano, al quale esprime «solidarietà». Ma certo fa impressione, dopo anni di gogna mediatica, di sputtanopoli sfrenata, di fango sempre pronto a essere sparso col ventilatore, che una ventina fra direttori e condirettori (con Gomez e Malaguti c’è anche Mario Orfeo, a Repubblica fino allo scorso luglio) viene accusata di non aver obbedito alla tradizione.
Non può essere così, e siamo certi che non sia così. Che l’ipotesi della Procura di Napoli sia costruita su altro. Ma un’indagine su una sputtanopoli mancata, piaccia o no, lascia comunque interdetti.