Christa Pike il paradosso della barbarie: tenere in vita il condannato che non si riesce a uccidere (ildubbio.news)
Alla barbarie di uno Stato che commina la pena capitale, si è aggiunta l’incapacità dello stesso di gestire la procedura che è sostanzialmente sanitaria
La vicenda della fallita esecuzione capitale ai danni della povera giovane statunitense Christa Pike – il solo nome proprio è già significativo – merita alcuni chiarimenti e suscita diverse riflessioni. Deve essere chiarito che le esecuzioni capitali negli Stati Uniti a mezzo infusione venosa di farmaci non sono condotte da personale sanitario. Questo perché i sanitari – giustamente – si rifiutano in virtù di un principio di obiezione di coscienza.
La procedura, se condotta da personale sanitario, non si differenzierebbe da una ordinaria induzione di una anestesia generale per via venosa. In pratica la stessa procedura che è già stata e sarà praticata alcune milioni di volte nella sola giornata odierna nel mondo, senza alcuna complicazione. Chi scrive – quale medico specialista in anestesia – sceglierebbe per se stesso questa metodica, nell’ipotesi che fosse condannato a morte, ma alla sola condizione che la procedura fosse condotta da personale competente. Invece negli States alcune corti federali hanno sospeso questa metodica perché ritenuta disumana. Sostituendola con la sedia elettrica, l’impiccaggione o anche la fucilazione, il cui solo confronto non merita certo alcun ulteriore commento.
Non dimentichiamo poi che una certa narrazione vuole che il personale carcerario addetto – anche qualora avesse acquisito competenze specifiche – non disdegnerebbe l’occasione di procurare intenzionalmente sofferenza ai condannati. Comunque, anche in questo ultimo caso riportato dalle cronache, è verosimile che si sia trattato di uno o più errori procedurali – fuoriuscita dei farmaci dalla linea infusionale, inadeguato dosaggio dei farmaci, errata velocità di infusione, incapacità a gestire una reazione anomala – che hanno provocato un arresto cardio-respiratorio solo transitorio con successiva ripresa delle funzioni vitali.
Sequenza di eventi che – pur mantenendo in vita la ragazza – le hanno però causato un danno cerebrale da mancato apporto, pur transitorio, di ossigeno al cervello che ha determinato (a quanto risulta dalle pur scarse informazioni che abbiamo) l’attuale stato di coma con necessità di ventilazione meccanica invasiva.
In conclusione di questa serie di eventi, non è da escludersi che la ragazza rimanga in coma, oltre che dipendente dalla respirazione assistita, per un tempo indefinito se non per tutta la sua vita residua.
Alla barbarie di uno Stato che commina la pena capitale, si è aggiunta l’incapacità dello stesso di gestire la procedura che è sostanzialmente sanitaria.
Ci troviamo nella paradossale situazione che lo stesso Stato che aveva deciso di portare a morte un suo cittadino è costretto ora a mantenerlo in vita stante che la ragazza si trova in una condizione di incapacità di comprendere la stessa pena che gli sarebbe comminata. Deve essere sottolineato l’ulteriore paradosso che al momento – sempre attenendoci alle informazioni che abbiamo – sarebbe molto semplice portare a morte la condannata; è sufficiente interrompere le terapie alle quali è attualmente sottoposta.
Lasciamo il campo ai filosofi della morale e del diritto per ulteriori e sicuramente più pertinenti considerazioni. L’osservazione più semplice è che la pena capitale – totalmente in contrasto con il principio giuridico, ormai da secoli acquisito, di rieducazione del reo – si dimostra ancora una volta quale una pratica disumana e concettualmente illogica.