Bibbiano, sette anni dopo: cronaca di un mostro che non c’era (ildubbio.news)
di Simona Musco
Il caso
L’inchiesta che divenne un caso politico nazionale si è conclusa con il crollo delle accuse Eppure, nell’immaginario collettivo, Bibbiano resta ancora il simbolo di uno scandalo mai avvenuto
27 giugno 2019. L’Italia si sveglia e scopre che esistono i mostri. Quelli della peggior specie, perché incarnano l’incubo di ogni adulto: i ladri di bambini. Si scopre che un pacifico paese della Val d’Enza, in provincia di Reggio Emilia, Bibbiano, è l’epicentro del male, con un sindaco, Andrea Carletti, in affari con assistenti sociali e psicoterapeuti ossessionati dall’idea di allontanare i bambini dai propri genitori.
Lo scopo? Le versioni sono due: da un lato li si accusa di aver messo in piedi un business, allontanando bambini da genitori che sapevano innocenti. Dall’altro, invece, li si accusa di esser convinti che quegli abusi esistevano davvero e di aver forzato la mano per questo. Due versioni tra loro inconciliabili, entrambe provenienti dalla stessa fonte: la procura.
L’operazione “Angeli e Demoni”, coordinata dalla sostituta procuratrice Valentina Salvi, si abbatte su quello che fino al giorno prima era considerato un modello d’eccellenza nazionale nella tutela dei minori. Al centro del blitz finiscono il centro studi “Hansel e Gretel” di Torino — il più importante polo di formazione italiano sulla psicologia del trauma e l’abuso sessuale — e il suo fondatore, lo psicoterapeuta Claudio Foti. Insieme a lui, la psicoterapeuta Nadia Bolognini, la dirigente dei servizi sociali della Val d’Enza Federica Anghinolfi, il suo «braccio destro» (per la procura) Francesco Monopoli e il sindaco dem Carletti finiscono ai domiciliari, le loro foto esposte sui giornali. L’inchiesta travolge chiunque: decine di indagati tra psicologi e sindaci, incluso il noto avvocato minorile Marco Scarpati, legale dell’Unione Val d’Enza, per il quale la procura chiede invano l’arresto.
L’accusa descrive un orribile mercato dantesco: servizi sociali che strappano bambini a famiglie indigenti e fragili, manipolando i minori per costringerli a ricordare abusi sessuali mai subiti da genitori o parenti. Il fine? Cedere i bambini in affido a una rete di amici, attivisti Lgbt e persino compagne sentimentali delle stesse dirigenti, incassando denaro pubblico per cure private e corsi di formazione.
A cementare l’orrore nell’immaginario collettivo interviene una fuga di notizie senza precedenti, con spezzoni di intercettazioni illegalmente diffusi in pieno segreto istruttorio e tagliati ad arte. Nascono così le fake news più grottesche: l’uso dell’elettroshock per instillare i falsi ricordi — smentito dalla procura il giorno successivo, ma rimasto scolpito nella mente degli italiani — e gli psicologi che si travestivano da lupi per terrorizzare i piccoli. Si parla di disegni modificati dai terapeuti per inventare molestie.
La politica fiuta l’affare alla vigilia delle cruciali elezioni in Emilia-Romagna. La destra di Matteo Salvini scatena l’offensiva, Giorgia Meloni piomba sul confine di Bibbiano per metterci la faccia, mentre Luigi Di Maio conia lo slogan «mai col partito di Bibbiano». Il sindaco Carletti viene crocifisso, non per aver rapito minori, ma per un presunto abuso d’ufficio legato all’affitto di una stanza per le terapie ceduto, per la procura, senza bando.
La narrazione è perfetta per la propaganda: la sinistra che un tempo “mangiava i bambini” ora li vende alle coppie omosessuali «per mangiarci su». L’odio nazionale tracima: gli indagati subiscono minacce di morte, vengono licenziati, cacciati dai ristoranti, mentre finti esorcisti bruciano le loro foto in piazza. Una gogna cieca che contagia persino figure dello spettacolo come Ornella Vanoni, che invoca la galera immediata senza processo. A soffiare sul fuoco ci sono i media dominanti e giornalisti come Pablo Trincia, che tenta di sovrapporre Bibbiano all’inchiesta Veleno, un tentativo di riscrivere l’indagine sui Diavoli della Bassa modenese di vent’anni prima, ignorando che in quel caso i genitori erano stati condannati in via definitiva per pedofilia e ogni istanza di revisione era stata respinta.
Passate le elezioni, fallito l’assalto alla sinistra emiliana, il clamore si è gradualmente spento. Come nelle migliori tradizioni, i media hanno disertato il processo, tenendo memoria della sola versione iniziale. Ma il processo, coi suoi documenti e le sue testimonianze, ha restituito una verità radicalmente opposta a quella mediatica. I bambini non venivano strappati a famiglie povere per capriccio, si trattava di nuclei già seguiti da anni per gravissime e certificate disfunzioni, segnalate da scuole, sanitari, perfino i carabinieri.
I servizi avevano tentato ogni strada per non dare luogo a divisioni dei nuclei, e l’allontanamento temporaneo era stato stabilito da un Tribale per i minorenni, non dagli assistenti sociali. Nessun boom di affidi: la Val d’Enza registrava una diminuzione dei casi grazie al lavoro di prevenzione.
I due percorsi giudiziari hanno fatto crollare il castello di carte. Il rito abbreviato ha demolito la posizione di Claudio Foti, assolto con formula piena in appello e in Cassazione nel 2024. I video delle sedute registrati dallo stesso psicoterapeuta hanno dimostrato che la giovane paziente alla quale avrebbe provocato un disturbo borderline (tesi scientificamente insostenibile: le radici di tale disturbo, in realtà, affondano nell’infanzia) e la madre avevano denunciato gli abusi anni prima di conoscerlo; Foti non aveva manipolato nulla e le consulenze della procura erano prive di basi scientifiche.
Un fatto emerso anche nel processo ordinario a carico degli altri diciassette imputati, conclusosi a luglio dello scorso anno, in primo grado, con una pioggia di assoluzioni perché il fatto non sussiste. In Tribunale è andato in scena lo smantellamento totale dell’accusa. Le difese hanno prodotto migliaia di documenti precedentemente mai emersi, dimostrando che i bambini parlavano di violenze già a scuola o a casa. La presunta falsificazione del disegno di una delle minori coinvolte è evaporata: l’opera originale mostrava una bambina e un adulto sdraiati su un letto, uno scenario intrinsecamente drammatico. L’unica coppia affidataria a processo, composta da due donne e accusata di maltrattamenti, è stata scagionata tramite le stesse parole di quella bambina che in più sedi aveva dichiarato di voler rimanere con loro.
Le motivazioni della sentenza del Tribunale di Reggio Emilia, firmate dalle giudici Sarah Iusto, Michela Caputo e Francesca Piergallini, sono una lezione di diritto che polverizza l’impianto accusatorio. Non è esistita alcuna frode processuale, né alterazione mentale o creazione di falsi ricordi, teoria liquidata dal Collegio come priva di affidabilità scientifica. Le relazioni dei servizi sociali, spiegano i giudici, sono atti valutativi d’équipe e non falsi ideologici. Gli operatori agivano su specifico mandato dei magistrati minorili, costantemente informati.
Anche il teorema contro la dirigente Anghinolfi, basato sul suo semplice ruolo apicale e su pressioni indimostrate (anzi, smentite), è crollato, portando il Tribunale a dichiarare indagabili per falsa testimonianza numerosi testi dell’accusa e i genitori inattendibili. Il processo si è chiuso con undici assoluzioni piene e tre lievi condanne residue (che nulla hanno a che vedere col teorema iniziale) con pena sospesa per meri vizi formali.
Oggi, a sette anni dal blitz, la politica ha gettato via la clava di Bibbiano e i media hanno spento i riflettori, incapaci di ammettere l’errore. Ma il danno collaterale sul Paese è irreversibile. Il welfare minorile è paralizzato dal terrore: medici e insegnanti non segnalano più i disagi, le famiglie affidatarie sono scomparse e lo Stato interviene solo quando i bambini sono già in condizioni di grave disgrazia. I roghi di piazza hanno bruciato solo streghe immaginarie, lasciando i bambini, reali, in un abisso ancora più profondo.