Bologna 2021/27 – Emergenza abitativa, la storia di Paolo e Roberta (corrieredibologna)
di Daniela Corneo
Dopo lo sfratto, la strada. «Resta il dormitorio, ma non ci separiamo dai nostri cani»
Dal 22 settembre, da quando sono stati sfrattati per morosità dal bilocale (da 800 euro) in zona Saffi, non hanno una casa. Mangiano grazie ai pasti distribuiti dalle Cucine popolari e dalla Caritas. E l’unica possibilità che è stata prospettata loro dai servizi sociali nell’ultimo mese è un dormitorio comune che, però, non potrebbe ospitare i loro due inseparabili cagnolini, Mia e Lyn, che dovrebbero in quel caso essere affidati necessariamente al canile.
Quella di Paolo Fregni e Roberta Trombetti è la storia di due persone — lui 62 anni e lei 52 — che per una concatenazione di eventi sfavorevoli nella loro vita privata sono state di fatto espulse dalla società. E adesso non riescono a ritrovare una collocazione dignitosa. Lui, magazziniere in pensione dopo più di 40 anni di lavoro, ha una pensione di poco più di 1.000 euro al mese; lei, ex avvocatessa, pensava di poter contare sulla casa di proprietà dove ha sempre vissuto con i genitori, «ma mi sono trovata costretta a venderla — racconta lei — per sanare i debiti di famiglia».
Nel 2023 Fregni e Trombetti, dopo che l’uomo va in pensione e può quindi contare sulla liquidazione dopo una vita di lavoro, trovano tramite un’agenzia immobiliare un bilocale in via Cipriani da 55 metri quadri. «Agli 800 euro — spiegano marito e moglie — si sono aggiunte le spese condominiali e tutte le spese per arredarlo». Insomma,nonostante abbiano qualche risparmio, ben presto si rendono conto che la pensione minima del marito, con cui i due vivono, non basta a coprire i costi di gestione dell’appartamento.
E lì iniziano le prime difficoltà serie.
«Ci siamo ritrovati con un debito di 10mila euro che abbiamo però ripagato in una settimana affidandoci a una finanziaria», raccontano i due. Lui si rimette a lavorare come badante di un anziano; lei come babysitter. «Ma a marzo del 2025 arriva lo sfratto per morosità e, nonostante tutti i tentativi per uscire da quella situazione, il 22 settembre di quest’anno l’ufficiale giudiziario, con forze dell’ordine al seguito, ci fa uscire di casa».
I due coniugi, con i loro cagnolini, allora si appoggiano per otto giorni a un Airbnb: «Ma non potevamo permetterci a lungo di pagare 100 euro a notte». Non sanno dove andare, bussano a molte porte e il gestore dell’Airbnb del centro intanto concede loro un piccolo locale all’interno della sua struttura a titolo gratuito.
«In questo momento stiamo vivendo in una specie di sgabuzzino senza finestre — racconta Trombetti —: io dormo su un piccolo materasso, mio marito dorme per terra». Con loro, in questa stanzetta minuscola, ci sono anche i due cagnolini Lyn e Mia. «Mangiamo alle Cucine popolari e alla Caritas — spiega Fregni — ma non riusciamo a coprire tutti i pasti». «E io — aggiunge la moglie — per dare da mangiare ai miei cani rinuncio al mio pasto».
Una situazione disperata per cui, per ora, non c’è via d’uscita, nonostante tutti i tentativi del Comune e del Sunia, il sindacato inquilini della Cgil a cui marito e moglie si sono rivolti chiedendo aiuto, per trovare una soluzione. «Questo è uno dei casi — spiega Davide Ramelli del Sunia che li sta seguendo passo passo — in cui il proprietario di casa non ha voluto aderire al protocollo sfratti». Protocollo che, aveva denunciato lo stesso Sunia qualche giorno fa presentando il suo report degli sfratti a Bologna e provincia del 2025, non è stato rifinanziato dal governo.
Il risultato: «Quella dei due coniugi è la storia di due persone che sono state totalmente escluse dalla società, è l’apoteosi di tutto quello che può andare male nella vita e di quello che non funziona nel sistema». Perché, spiega Ramelli, «è difficilissimo trovare un’alternativa in queste condizioni: i due coniugi non hanno figli e paradossalmente quando hai lo sfratto e non hai un affitto da pagare l’Isee si alza e non riesci ad accedere alle case popolari. Il dato politico di questa vicenda è il netto definanziamento del sistema di assistenza che non ha strumenti per rispondere a situazioni come queste».
E il Comune da solo, ribadisce il Sunia, non può coprire tutti i buchi lasciati da Roma.
Intanto Paolo e la moglie Roberta fanno un appello: «Qualcuno ci aiuti a trovare un posto dignitoso in cui vivere con i nostri cagnolini. Da loro non ci separeremo mai e non vogliamo finiscano in un canile».