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  • La «casa comune» degli europei. Ferrera intervistato da Manca: i nodi del welfare (corriere.it)
il 21 Ottobre 2026

La «casa comune» degli europei. Ferrera intervistato da Manca: i nodi del welfare (corriere.it)

Intervista di Daniele Manca a Maurizio Ferrera

Anteprima – Il saggio in uscita dopodomani per Laterza descrive l’Unione come luogo condiviso, protettivo ma fragile (e attraversato da tensioni), che i cittadini sono chiamati a custodire collettivamente di fronte alle sfide future

Anticipiamo un ampio estratto dell’introduzione al libro-intervista di Daniele Manca a Maurizio Ferrera, «Welfare. Idee per la nostra casa comune», edito da Laterza.

Quella della «casa comune» è una metafora antica, che rinvia all’idea di un luogo condiviso da custodire collettivamente. Ma ha ancora senso riproporla nel mondo di oggi? Ha un sapore di utopie novecentesche.

Le nostre società sono sempre più frammentate sul piano sociale e polarizzate sul piano politico. Le grandi organizzazioni di massa novecentesche (partiti, sindacati) hanno perso capacità di integrazione e aggregazione. Sono emersi nuovi rischi e bisogni e quindi nuove diseguaglianze. Non solo quelle fra ricchi e poveri, ma anche quelle fra generazioni, fra generi, fra centro e periferie, fra garantiti e non garantiti e, non ultimo, fra nazionali e immigrati.

Appunto, che senso ha parlare di casa comune?

Parlare di «casa comune» significa recuperare e rilanciare l’idea di un’appartenenza condivisa, di responsabilità, di attenzione e rispetto reciproci fra i cittadini. La casa non è una fortezza chiusa, ma un luogo aperto di convivenza e cooperazione. Di tolleranza della diversità e di gestione pacifica dei disaccordi. Nella consapevolezza, come dici tu, che ciascuno deve dare il proprio contributo per custodire l’intero edificio.

Sì, d’accordo, ma chi ci abita, anzi meglio: chi ha diritto di abitare in questo edificio? Anche tu inizi a parlare di stato-nazione? In inglese patria si dice homeland, la terra di casa.

Stato nazionale non è una brutta espressione. Si tratta ancora del contesto di riferimento principale: per le persone delimita il recinto della cittadinanza, il territorio entro cui si esercitano diritti e doveri. Ma le case nazionali di oggi sono più permeabili rispetto al passato.

Esatto, in queste case mi pare che ci entrino e ne escano in tanti, forse troppi…

Bisogna distinguere fra chi ha la cittadinanza Ue e chi non ce l’ha. Nell’Unione Europea è garantita la libertà di movimento e di insediamento. Gli abitanti della casa europea perseguono i propri progetti di vita e sono liberi di realizzarli nel posto (e nel Paese) che vogliono.

Ammettiamo pure che questa sia la strada: per certi versi forse gli europei sono disposti ad accettarla, finché si parla di europei, ma quando il welfare si allarga a non cittadini, o perlomeno non considerati come tali dagli europei, che si fa? Questa è la sfida posta dai populismi che approfitta¬no del welfare e sattamente per tracciare un discrimine…

In generale, non possiamo aspettarci che i cittadini europei siano tutti cosmopoliti. Si tratta di una posizione etica troppo esigente e irrealistica. Non per questo dobbiamo però accettare la posizione sciovinista: il welfare spetta solo ai nativi, ai proprietari della casa. Questo è un orientamento autolesionista sul piano economico, eticamente dubbio e foriero di polarizzazione e destabilizzazione.

Per quanto ci si giri attorno o si creino belle metafore come la «casa comune», i confini di democrazia e welfare continuano a coincidere con quelli degli stati. Secondo i sondaggi, que ste due sfere creano legami molto stretti fra cittadini e istituzioni.

Vero, i diritti politici e sociali hanno valore principalmente nelle case nazionali. In Svezia e più in generale nell’area nordica il proprio Paese (nazione, patria) è chiamato Folkhemmet, la casa di tutto il popolo. Un popolo che si autogoverna, in una casa che lo protegge. Nel corso del tempo, la dimensione protettiva è diventata sempre più importante e visibile. Il significato di Folkhemmet ha così finito per coincidere con quello di welfare state. E anche la Svezia è ormai abbondantemente contagiata dallo sciovinismo populista. È una sfida seria, che però si deve e si può contrastare.

Il mercato sta dentro o fuori la casa comune?

Bella domanda. In Svezia si è coniata una seconda e suggestiva metafora: «i socialdemocratici hanno costruito la casa del popolo, Ikea l’ha arredata». Ikea è una grande multinazionale, i suoi negozi sono in tutto il mondo. Il mercato produce beni e servizi per la casa nazionale, ma non solo. Chi governa la casa può fissare regole e standard che debbono essere rispettati dal mercato. Ma questo è uno spazio aperto, la sua vocazione è quella di travalicare i confini in cerca di opportunità.

L’Unione Europea è uno spazio di mercato, appunto. Favorisce e migliora la qualità dell’arredamento, ma non funziona come una casa comune.

All’inizio era così. Il processo di integrazione ha privilegiato per lungo tempo la dimensione dello «spazio» (space) rispetto a quella del «luogo» (place): i flussi rispetto al radicamento, la mobilità rispetto all’appartenenza. Il rafforzamento della dimensione sociale dell’integrazione ha però lentamente trasformato la Ue da un semplice spazio di mercato a un luogo di condivisione: a una casa comune in costruzione.

Ci stiamo girando attorno. Chi ha diritto di stare dentro questa casa comune?

Non c’è una risposta secca e univoca. A decidere devono essere gli abitanti della casa, i titolari di diritti politici. Alcuni favoriscono l’apertura, l’ammissione di immigrati, anche per compensare il calo demografico e la mancanza d manodopera. Altri favoriscono la chiusura, per difendere l’identità e/ o i posti di lavoro o il welfare. Io mi annovero tra i primi, i sostenitori dell’apertura. Ma penso che i flussi migratori devono essere programmati e ben gestiti. Chi entra legalmente non deve essere discriminato e la sua integrazione sociale deve essere sostenuta dallo stato. Il quale però ha il diritto di chiedere l’apprendimento della lingua e una «buona condotta» civica ai migranti. Quanto all’accesso al welfare, si possono fissare percorsi di accesso graduale e condizionato, come in parte già avviene sulla scia del diritto Ue. In buona misura l’ascesa del sovranismo è connessa alla cattiva gestione dei processi di apertura, che ha causato un contraccolpo in termini di chiusura.

L’«ordinatore supremo», come Mario Monti chiama gli Stati Uniti, va in quella direzione, ed è la patria simbolo dell’apertura…

Il tema migrazioni

Secondo Ferrera i flussi devono essere programmati: «L’ascesa del sovranismo è connessa alla cattiva gestione dei processi di apertura»

Sì, l’America di Trump sta seguendo questa strada.

Appunto: e noi, l’Europa?

Da noi l’apertura solleva una triplice sfida in termini di solidarietà. La prima è quella connessa alla eliminazione (o indebolimento) dei confini intra-europei e alla libera circolazione. La seconda riguarda i trasferimenti finanziari tra Paesi. La terza è connessa alla definizione e controllo del confine comune Ue verso l’esterno. Soprattutto durante la pandemia, l’Unione Europea ha fatto straordinari progressi sui primi due versanti. Si sono posati importanti mattoni per costruire, sullo spazio del mercato unico, un condominio, se non proprio una casa comune.

Immagino tu stia pensando al Next Generation Eu…

Questo è stato il passo più importante, un’iniziativa straordinaria di solidarietà fra Paesi. Attingendo al linguaggio di Max Weber, potremmo dire che l’Unione Europea si è trasformata da una mera comunità di mercato a una «comunità di vicinato», disposta a condividere alcuni rischi, risorse e responsabilità. Un condominio non si gestisce con una mentalità da commercianti, ma in base a principi di reciprocità e di «sobria fratellanza».

Un proto-welfare su scala europea. Ma chiariamo i ter¬mini: quando parliamo di welfare o benessere parliamo di un insieme di politiche pubbliche (come pensioni o sanità) oppure dei loro effetti sui cittadini (sicurezza economica, salute)?

Se usati da soli, welfare e benessere stanno a indicare la condizione di sicurezza (reale e percepita) in cui si trova una persona rispetto a rischi e bisogni, la sensazione di potervi far fronte grazie a risorse, opportunità, relazioni. Così inteso, il welfare è un concetto generale, la sua quantità e qualità variano a seconda di come sono organizzati il mercato (soprattutto il mercato del lavoro), la società, la famiglia, lo stato.

Ma è lo stato che paga per tutti…

Nel corso del tempo, lo stato è in effetti diventato sempre più importante per il benessere dei cittadini: come garante di diritti, fornitore diretto di prestazioni e servizi, come regolatore delle varie sfere sociali inclusi il mercato del lavoro e la famiglia. L’espressione welfare state fu coniata dall’arcivescovo di Canterbury durante la Seconda guerra mondiale, per sottolineare il contrasto fra lo stato britannico, orientato al benessere appunto, e lo stato tedesco, orientato alla guerra (warfare state). In italiano, si usano anche le espressioni «stato sociale» o «stato del benessere».

Si continua a usare anche welfare, da solo.

Sì, a volte lo si usa in modo proprio, per indicare una situazione di benessere (la condizione in cui si trovano individui e gruppi). A volte si usa per indicare tutte le pratiche (formali o informali, pubbliche, private o di terzo settore) che influenzano tale condizione (le solidarietà familiari, gli interventi filantropici, le iniziative delle imprese a carattere sociale e così via). Molto spesso, welfare si usa invece come scorciatoia per welfare state: il tutto per designare una parte.

Il welfare è, ci stai dicendo, la chiave di volta della casa comune.

È il collante che la tiene insieme e al contempo è la sua stessa ragion d’essere, come infrastruttura morale e istituzionale della convivenza democratica. Immaginiamo un territorio senza case, attraversato solo da strade con diverse destinazioni. Ci sarebbero solo opportunità senza legature, opzioni senza radici. Pensiamo al libro La strada di Cormac McCarthy: un mondo apocalittico senza più ripari, in cui un padre e un figlio camminano su sentieri pieni di pericoli e dormono nei boschi. Un libro con un finale davvero fosco. Il padre muore di stenti, affidando il figlio a un gruppo di viandanti sconosciuti. Proprio per questo è urgente procedere con la ristrutturazione. Abitiamo ancora in una casa costruita dai nostri predecessori. Il welfare di oggi non può essere raso al suolo, dobbiamo ristrutturarlo rispettando, almeno nei fondamentali, le spettanze e le aspettative degli abitanti di lunga data. Ma, dati anche i vincoli di risorse, dobbiamo fare spazio a nuovi abitanti.

L’hai detto, far spazio ai nuovi abitanti. Abbiamo bisogno dei nuovi cittadini — usiamo pure la parola così poco gradita nel mondo dei populismi: di immigrati. Ma non è solo una questione contabile.

La politica è l’arte del possibile. E la democrazia liberale è il più potente generatore di possibilità a nostra disposizione. Ci sono diversi modi per orchestrare il consenso. Serve immaginazione, servono idee e, soprattutto, serve molta responsabilità politica.

Ma mi pare che la politica non stia ragionando tanto in termini di responsabilità quanto di tifoserie. Il tema di¬venta sempre più vincere le elezioni non per fare delle co¬se, ma per affermare identità, o meglio presunte identità.

Parlare di casa comune, di welfare, significa questo: gestire i fenomeni. Non negarli. Sviluppare una visione lunga, e farla finita con la gestione del giorno per giorno. Qui torna in mente la celebre immagine di Ulisse e le sirene. Per resistere al loro canto, Ulisse si fa legare all’albero maestro. Si auto-crea un vincolo per non cedere a impulsi irragionevoli. Il sociologo Jon Elster ha definito questa strategia come una forma superiore di razionalità, che può e deve essere esercitata anche oggi al fine di difendere gli interessi del lungo periodo. Ad esempio limitando in certi ambiti la discrezionalità contingente dei governi.

Torniamo a Weber e al concetto di comunità di vicinato. Il fenomeno delle migrazioni viene spesso trattato come necessità economica per sostenere il welfare senza preoccuparsi degli effetti sulle comunità di vicinato reali…

In effetti l’espressione di Weber faceva inizialmente riferimento alle comunità locali, ai territori. Come ho detto prima, nei contesti locali l’immigrazione extra-europea è spesso vissuta come una minaccia, sia economica sia culturale. Gli abitanti si sentono costretti a far posto a degli stranieri, alcuni molto diversi da loro, nel proprio habitat. Sono dinamiche che inevitabilmente sollevano tensioni e creano spazio alle spirali populiste. I politici responsabili devono riconoscere queste tensioni e governarle sia dal punto di vista concreto sia da quello simbolico, rassicurando gli elettori sulla solidità della casa anche in futuro.

Quanta forza in un concetto come «casa comune»: rende davvero l’idea di un luogo condiviso, protettivo ma anche fragile, attraversato da tensioni che oppongono apertura e chiusura, opzioni e radici, tolleranza e rigidità. La ristrutturazione della casa comune richiederà interventi complessi, talvolta turbolenti e certamente rumorosi…

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