Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un estratto dal libro di Cinzia Sciuto Diritto o barbarie. Contro la legge del più forte (Feltrinelli, 2026).
Le vicende che hanno caratterizzato le relazioni internazionali del primo quarto del XXI secolo – dalle guerre di Bush dopo l’11 settembre 2001 a quelle di Netanyahu dopo il 7 ottobre, passando per l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin nel 2022 e il comportamento neoimperiale di Trump – dimostrano che il diritto internazionale, così com’è, non è sufficiente a garantire né la pace né, tantomeno, la democrazia.
Ma questo, in fondo, non dovrebbe sorprenderci. Vale per il diritto internazionale come per ogni ordinamento giuridico. Nessuna architettura normativa si regge da sola. A proposito della nostra Costituzione, Piero Calamandrei, in un celebre discorso agli studenti, disse: “La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”.
L’immagine è tanto semplice quanto potente. Perché ci ricorda che il diritto positivo, da solo, non va molto lontano. Ha bisogno di forze sociali e politiche che lo sostengano, di soggetti che lo rendano reale, di conflitto democratico che lo difenda e lo faccia avanzare. E se questo vale per la Costituzione scritta di uno Stato, a maggior ragione vale per il diritto internazionale, che non dispone neppure di quel “foglio di carta”, ma si fonda su una struttura molto più fragile, più esposta, più ambigua, e proprio per questo più facilmente suscettibile di essere piegata a usi strumentali e asservita agli interessi dei più forti.
È per questo che oggi, nel limitarsi alla mera difesa del diritto internazionale, si rischia di trasformarsi in difensori dello status quo. Non è stando sulla difensiva che si esce dall’impasse. Né tantomeno tornando indietro, cedendo alle pulsioni regressive, accettando di essere ricacciati in quel sistema neofeudale, fondato sulla legge del più forte e sulle sfere di influenza, verso cui tanti autocrati di mezzo mondo vorrebbero spingere l’ordine globale. Il punto, allora, non è come “difendere” il diritto internazionale, ma su quali basi ripensarlo, e in quale direzione rilanciarlo.
Due sono a mio parere i nodi decisivi. Il primo è il superamento dello statocentrismo che continua a segnare in profondità il diritto internazionale. Finché i soggetti ultimi di questo ordinamento restano essenzialmente gli Stati, e le persone compaiono solo in modo derivato, subordinato, riflesso, il limite resta inscritto nella sua stessa struttura. Per questo il primo terreno su cui rilanciare il principio dello Stato di diritto a livello globale è il rafforzamento della soggettività dei cittadini come soggetti diretti del diritto internazionale. Questo significa, per esempio, ripensare radicalmente il significato stesso di rappresentanza nell’ordinamento internazionale.
Non è questa la sede per proporre una dettagliata riforma dell’Onu, ma non c’è dubbio che vada innanzitutto riconfigurato il meccanismo del Consiglio di sicurezza a partire dall’abolizione del diritto di veto riservato ad alcuni Stati, che cristallizza rapporti di forza anziché sottoporli al diritto. In secondo luogo sarebbe auspicabile che l’Assemblea generale diventasse una vera e propria assemblea in cui i cittadini del mondo siano rappresentati non in quanto appartenenti a questo o a quello Stato, ma in quanto portatori di orientamenti e appartenenze politiche, come avviene negli ordinamenti democratici. Un Parlamento, in sostanza, nel quale il confronto e le deliberazioni non si organizzino per appartenenza statale, ma per famiglie politiche, per schieramenti, per visioni del mondo, sul modello del Parlamento dell’Unione Europea.
Il superamento dello statocentrismo non riguarda soltanto la rappresentanza, ma anche il posto che i diritti umani devono occupare nell’intero ordinamento giuridico internazionale. Se davvero si vuole spostare il baricentro dagli Stati alle persone, allora i diritti devono progressivamente diventare il principio ordinatore dell’insieme.
Il diritto internazionale ha già conosciuto, come abbiamo visto, sviluppi in questa direzione. Si tratta di rafforzare questa tendenza, di spingerla oltre, di farne il centro di un rilancio. Perché il punto è precisamente questo: fare del diritto internazionale sempre meno un diritto degli Stati e sempre più uno strumento nelle mani dei cittadini, che possano invocarlo, mobilitarlo, usarlo anche contro i propri Stati quando questi violano i loro diritti. Come lo Stato di diritto all’interno degli Stati è strumento dei cittadini contro il potere, così il diritto internazionale deve diventare progressivamente strumento dei cittadini del mondo contro l’arbitrio dei poteri statali.
E questo ci porta al secondo nodo, ancora più cruciale. È il nodo con cui devono fare i conti tutti coloro che oggi si richiamano al diritto internazionale, perché qui c’è una contraddizione reale, e non serve aggirarla: la difesa dei diritti umani entra potenzialmente in tensione con la difesa del principio di sovranità statale. Una tensione che va portata alla luce. Non possiamo continuare a comportarci come se fosse possibile difendere contemporaneamente e senza contraddizioni tanto i diritti delle persone quanto la sovranità degli Stati assunta come valore in sé. Se mettiamo al centro i diritti delle persone, allora la sovranità non può essere un totem.
Se invece assolutizziamo la sovranità statale, rischiamo di trasformarla in un velo che ci impedisce di vedere le violazioni dei diritti che si consumano all’interno degli Stati. E non è un caso che proprio il principio di sovranità statale sia quello a cui si appellano tutti gli autocrati del mondo quando vogliono sottrarsi a ogni pressione, a ogni controllo, a ogni critica, a ogni interferenza esterna.
Da un punto di vista progressista la sovranità di uno Stato è un valore solo nella misura in cui quello Stato è espressione della sovranità del popolo e ne rispetta i diritti fondamentali, quindi solo nella misura in cui quello Stato è democratico. Difendere la sovranità dello Stato quale che sia la sua forma di governo non significa difendere l’autonomia e l’autodeterminazione dei popoli, ma il potere dei dittatori. Questo comporta allora che la sovranità statale possa essere violata a piacimento? Ovviamente no.
Finché l’ordine internazionale resta organizzato in Stati sovrani, una violazione della sovranità statale a opera di altri Stati che si arrogano unilateralmente il diritto di imporsi con la forza è ovviamente una violazione che va respinta. Altra cosa è se quella che chiamiamo, impropriamente, “ingerenza” provenisse dall’ordinamento giuridico internazionale stesso, cioè da un assetto sovranazionale che non agisse come proiezione di una potenza, ma come espressione di norme condivise e vincolanti improntate al rispetto dei diritti umani.
Ci rendiamo perfettamente conto che questo punto ci espone all’accusa di aprire la porta, anche solo indirettamente, alle vecchie dottrine dell’“esportazione della democrazia”, all’uso strumentale dei diritti come pretesto per la guerra. Ma per scongiurare questo rischio non possiamo far finta di non vedere che il totem della sovranità degli Stati è quello dietro a cui si trincerano i regimi autoritari. Prendiamo l’esempio del Venezuela. Abbiamo denunciato, giustamente, la violazione del diritto internazionale da parte di Trump in quello che non si può non chiamare il rapimento di Maduro.
Ma vedere in piazza persone che, in nome di quella sacrosanta denuncia, finivano per inneggiare al regime autocratico di Maduro mostra precisamente la contraddizione: non si può denunciare una violazione del diritto internazionale e, nello stesso gesto, trasformarsi in apologeti di un regime autoritario. Una contraddizione che emerge in maniera ancora più clamorosa con l’Iran: la denuncia della guerra illegale di Trump non può tradursi in una “difesa” del regime degli ayatollah che da decenni opprime in maniera sanguinaria il proprio popolo, a partire dalle donne.
Allora, come uscire dalla contraddizione? Credo che due princìpi ci possano fornire una guida: 1) in linea di massima (sottolineo in linea di massima, perché poi ogni caso è a sé e va valutato di volta in volta), ogni ingerenza unilaterale di uno Stato che violi la sovranità di un altro Stato è da respingere, mentre sono da sostenere iniziative multilaterali e fondate sul diritto internazionale pubblico a difesa dei diritti umani e della democrazia; 2) sostenere sempre e ovunque i movimenti democratici all’interno di ogni Stato.
Estendere progressivamente la democrazia peraltro è nell’interesse non solo dei cittadini di tutto il mondo, ma anche della pace. Già Kant l’aveva intuito: il primo articolo definitivo del suo progetto per la pace perpetua stabilisce infatti che “la costituzione civile di ogni Stato dev’essere repubblicana”. Scrive Kant in Per la Pace perpetua:
Se (e non può essere diversamente in questa costituzione) il consenso dei cittadini è richiesto per deliberare “se la guerra debba essere o no”, allora non c’è niente di più naturale che, in quanto quelli dovrebbero assumere su se stessi tutte le calamità della guerra […], essi rifletteranno a lungo prima di iniziare un così cattivo gioco.
Viceversa, in una costituzione in cui il suddito non sia cittadino, che dunque non sia repubblicana, fare la guerra è la cosa più facile del mondo, perché il capo non è membro dello Stato, bensì il suo proprietario, e con la guerra non dovrà rinunciare neanche alla più piccola parte dei suoi banchetti, delle sue cacce, delle sue residenze estive, feste di corte e via dicendo, e dunque può dichiarare guerra per cause insignificanti, come fosse una sorta di partita di piacere, e per salvare le apparenze lasciarne indifferentemente la giustificazione al corpo diplomatico, a ciò sempre pronto.
Per garantire la pace perpetua serve dunque estendere il principio dello Stato di diritto – fondamento delle democrazie moderne – a tutti gli Stati. Il che non significa affatto “esportare” la democrazia, né con le armi né con altri mezzi. Perché la democrazia non è un “prodotto” che si possa importare o esportare, né un “oggetto” che si possiede o meno. La democrazia è, sempre e ovunque, lotta per la democrazia. Lotta per ampliare gli spazi della libertà, della giustizia, della legalità, e per sottrarre sempre maggiori aree all’arbitrio del potere.
Nessun paese al mondo è in questo senso pienamente democratico, perché per definizione una democrazia piena e conclusa una volta e per sempre non può esistere. Non c’è quindi da un lato un insieme di paesi che “hanno” la democrazia e un insieme di paesi che “non ce l’hanno” e in cui va “esportata”. Ci sono, invece, ovunque nel mondo, movimenti che – ciascuno nel proprio contesto, ciascuno con i propri ostacoli – lottano per avanzare nel lungo e mai compiuto percorso della democrazia.
Questo è il grande fraintendimento che ha governato l’ordine internazionale dal 2001 in poi: l’idea che esista un “noi” e un “loro” in senso geopolitico. L’idea che la democrazia sia un “bene” di “proprietà” occidentale, idea che ha diviso il mondo non tra chi lotta per la democrazia e chi la vuole demolire, ma fra Occidente e resto del mondo. Ma questa contrapposizione è una trappola.
È l’ideologia del potere, non la voce dei cittadini. Se c’è una frattura fra “noi” e “loro” questa corre tra chi, in ogni angolo del pianeta, si batte per la democrazia e chi lavora per soffocarla. Le donne iraniane che combattono contro il regime teocratico e i pacifisti israeliani che denunciano lo sterminio dei palestinesi, i dissidenti russi che si oppongono alla guerra imperialista di Putin e i lavoratori statunitensi che manifestano contro la deriva autoritaria di Trump stanno tutti dalla stessa parte. Una parte che non coincide con nessuna bandiera né “campo”, ma con un progetto politico universale: il progetto democratico.