7 ottobre 2026: la cura contro la manipolazione politica della memoria (valigiablu.it)
(Immagine: frame video New York Times)
A pochi giorni dalle elezioni, Israele ha commemorato per la terza volta le vittime dei massacri dell’ottobre 2023.
Tra cerimonie ufficiali e ufficiose, la scorsa settimana le storie dei morti e degli ostaggi sono tornate nelle case degli israeliani attraverso i media, esasperando ulteriormente la percezione di stanchezza e incertezza per il futuro. E mentre la popolazione fatica a rimettersi in piedi dopo anni di guerra, il governo più criminale della storia della nazione continua a sottrarsi alle proprie responsabilità nei confronti dei cittadini che pretendono invano commissioni di inchiesta.
In questo quadro, la distruzione, la sofferenza e la crisi umanitaria di Gaza rimangono nell’ombra, censurate dai media e rimosse come un tabù dal discorso pubblico mainstream, ancora dominato da un sostanziale allineamento al racconto nazionale e militare che impedisce alla sinistra sionista di offrire una reale alternativa al Likud di Netanyahu.
Mercoledì scorso, anniversario del 7 ottobre, l’atmosfera in Israele era diversa da quella degli anni precedenti. L’adrenalina dell’attesa e la speranza, legate al possibile ritorno degli ostaggi, hanno lasciato spazio al lutto e alla stanchezza, sintomi di trauma collettivo mai elaborato e continuamente riattivato dalle immagini e dalle storie delle vittime riproposte dai media. Nel corso della settimana i canali israeliani hanno trasmesso anche alcuni documentari che raccontano la tragedia da ottiche diverse che, accanto alla dimensione militare del conflitto, ne mettono in luce le conseguenze umane e psicologiche.
Un primo esempio è One Eye Open di Tom Giat, un documentario che segue dall’interno l’esperienza di alcuni giovani riservisti ripetutamente inviati al Nord dopo il 7 ottobre, concentrandosi sul logoramento fisico e psicologico, il senso di estraneità, i dubbi e una crisi interiore sempre più profonda prodotti da una guerra eccessivamente prolungata a fini politici (One Eye Open, Tom Giat, 2026). Una prospettiva differente è quella di Good Morning Gaza, diretto da Hanan Brandes e Matan Sacofsky.
Il film nasce dalle registrazioni di un podcast improvvisato trasmesso attraverso la rete radio militare da Or Brandes, soldato riservista e studente di psicologia, ucciso da un cecchino nel dicembre 2023 durante il servizio a Gaza. Le conversazioni tra i giovani fanno emergere emozioni contraddittorie: paura, negazione, rabbia e desiderio di vendetta convivono con l’ironia e con momenti di leggerezza attraverso i quali i soldati cercano di affrontare una realtà estremamente difficile (Good Morning Gaza, Hanan Brandes e Matan Sacofsky, 2026). In entrambi i casi la possibilità di sottrarsi al dovere è vissuta come un tradimento e scartata, nonostante la paura e la sfiducia nel sistema.
Ancora diversa è la prospettiva di Find Me, Okay?, dedicato a Eden Yerushalmi e alla sua famiglia. Eden si trovava al festival Nova il 7 ottobre 2023 quando fu rapita e portata a Gaza. Il documentario segue per due anni la madre, le sorelle e la sua migliore amica, mostrando prima la loro lotta per ottenerne la liberazione e, successivamente, il dolore provocato dalla sua morte e il difficile tentativo di ricostruire una vita dopo una tragedia irreparabile.
Sebbene queste storie riproducano fedelmente le fratture che attraversano la società israeliana, già ripiegata su se stessa e impermeabile alle critiche esterne, esse possiedono un’enorme forza emotiva che rischia di trasformarle in comodi strumenti attraverso i quali stimolare indignazione o consenso, manipolando l’opinione pubblica alla vigilia delle elezioni di fine mese.
Sullo sfondo dell’angoscia e dell’incertezza, causate dallo stato di guerra permanente, il confine tra memoria e strumentalizzazione diventa sempre più sottile e nelle cerimonie di Stato di lunedì sul Monte Herzel, il primo ministro ha parlato di un Israele “più forte che mai”, utilizzando una retorica persuasiva fondata sull’unità, la capacità militare e la vittoria su molteplici fronti minacciosi. Ci si chiede come sia possibile che, nonostante i processi a suo carico e le responsabilità politiche e militari attribuite al suo governo per il fallimento della sicurezza del 7 ottobre, i sondaggi diano nuovamente Benjamin Netanyahu come uno dei principali candidati alla guida del paese.
Tale paradosso va ricercato anche e soprattutto nella crisi della sinistra sionista la cui debolezza si traduce in un’opposizione profondamente frammentata. Gadi Eisenkot, Naftali Bennett, Yair Golan e Avigdor Lieberman rappresentano componenti diverse incapaci di convergere stabilmente su un unico candidato alla premiership. Particolarmente significativo, per comprendere il fallimento dell’opposizione, è anche il documentario Awakening, trasmesso sempre in questi giorni dal canale 13, che segue la nascita e l’evoluzione della protesta di Kaplan, il movimento che aveva portato in piazza centinaia di migliaia di israeliani in risposta alla riforma giudiziaria promossa dal governo Netanyahu nel gennaio 2023.
La protesta ha rappresentato una mobilitazione straordinaria, ma si è esaurita lo stesso 7 ottobre ricompattandosi alla destra al momento della chiamata alle armi. In questo senso Awakening può essere letto anche come parabola di un’intera opposizione. Dalle interviste con alcuni dei leader più conosciuti della protesta, come Shikma Bressler, Ran Harnevo, Nava Rozolyo e Moran Zer Katzenstein, emerge infatti una componente che, già nella prima metà del 2023, cercava di portare in piazza la questione dell’occupazione e del rapporto con i palestinesi, sostenendo che non fosse possibile separare la difesa della democrazia dalla questione del governo militare sui territori occupati. Tuttavia, invece di utilizzare la crisi per mettere in discussione l’intero sistema politico, la maggioranza degli attivisti scelse consapevolmente di concentrarsi sulla sostituzione di Netanyahu, eludendo il problema alla radice e mancando l’obiettivo.
Anche oggi, alla vigilia delle elezioni piu critiche della storia del paese, una buona parte della sinistra sionista continua a considerare politicamente rischiosa una collaborazione con i partiti arabi che rappresentano il 20% dell’elettorato, rinunciando a una carta potenzialmente decisiva per la vittoria contro il blocco del Likud. Il caso più emblematico in questo senso è dato dalla posizione di Yair Golan, il leader dei Democratici, che nelle scorse settimane ha appoggiato l’esclusione di Sami Abu Shehadeh, guida del partito Balad, dal processo elettorale.
La reticenza nel costruire un rapporto con le componenti della popolazione israeliana che non si riconoscoscono nella politica sionista vale anche nei confronti degli ultraortodossi, ovvero circa un milione e trecentomila persone che vantano una tradizione pacifista, antimilitarista e affatto messianica. Se nelle ultime cadenze elettorali gli ultraortodossi sono finiti nella rete della destra sionista è perchè essa elargisce loro generose concessioni in cambio del voto. Lasciando intatta la struttura politica che ha permesso alla destra di mantenere una posizione dominante, gli avversari di Netanyahu si accontentano di conquistare alcuni voti al centro, incapaci di trasformare il malcontento in una proposta politica alternativa.
Non ultimo, alla crisi politica si aggiunge quella sociale. A tre anni dal 7 ottobre, infatti, per migliaia di persone il trauma non appartiene più soltanto alle immagini degli attacchi o ai racconti dei primi giorni, bensì è diventato una condizione quotidiana, con conseguenze psicologiche, fisiche, economiche e familiari sul lungo periodo. La dimensione del problema è enorme, anche perché il sistema di riabilitazione, carente di personale specializzato, deve assistere un numero di pazienti di gran lunga superiore alla propria capacità ordinaria. Anche le richieste di sussidio subiscono impedimenti burocratici, le pratiche sono ferme e gli interessati non possono accedere ai servizi pubblici.
Il riconoscimento simbolico delle vittime non è sufficiente se non viene accompagnato da politiche capaci di garantire ai sopravvissuti assistenza psicologica, sostegno economico, riabilitazione, accompagnamento professionale e possibilità concreta di ricostruire la propria vita. La commemorazione dovrebbe insomma essere accompagnata da una politica della cura.
Una società è forte quando ammette i propri fallimenti, permette di discutere delle responsabilità, protegge le minoranze, contrasta la violenza politica e garantisce ai propri cittadini feriti la possibilità di curarsi e di ricominciare. Il compito della memoria non dovrebbe essere quello di mantenere indefinitamente una società dentro la paura, né quello di trasformare il dolore in uno strumento elettorale, al contrario dovrebbe consentire di interrogarsi sulle condizioni che hanno reso possibile quella tragedia e sulle conseguenze che essa continua a produrre dentro e fuori il paese. Il 7 ottobre è una ferita aperta, ma il modo in cui il governo sceglierà di curarla determinerà il tipo di società che emergerà da questi anni di buio, non meno dell’esito stesso delle prossime elezioni.