All’inizio del Novecento, il distretto di Buczacz, nella Galizia orientale, contava 140 mila abitanti, divisi tra polacchi, ucraini ed ebrei. Dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, ne erano rimasti 36 mila, principalmente ucraini che avevamo accettato il potere sovietico.

Gli altri erano stati uccisi, deportati in Germania, in Polonia o in Siberia, o scappati. Oggi, Buczacz è una tranquilla cittadina della provincia ucraina, coperta da quella che Omer Bartov, studioso israeliano del genocidio, definisce «nuvola d’oblio», che ha voluto dissipare ricostruendo la storia della città natale di sua madre in Anatomia di un genocidio. La vita e la morte di un paese chiamato Buczacz, appena tradotto in Italia da Bollati Boringhieri.

Lei ha ascoltato le testimonianze dei sopravvissuti e scavato negli archivi, per cercare di capire perché la relativa pace in cui per 400 anni hanno coabitato diverse etnie, lingue e religioni è finita in un massacro. Cosa l’ha fatto scattare?

«L’etnonazionalismo. Ovviamente le tensioni economiche e religiose esistevano anche prima, soprattutto nei confronti degli ebrei. Ma nell’Ottocento in Germania nasce il nazionalismo etnico, che spingeva i popoli a rivendicare territori come propri. Gli ucraini si erano sentiti colonizzati dai polacchi, che a loro volta trattavano gli ucraini come degli inferiori da civilizzare. Gli ebrei erano percepiti come stranieri da entrambi, anche perché non erano cristiani e ricoprivano un ruolo cruciale nell’economia locale. La violenza però è arrivata solo con la Prima guerra mondiale, quando polacchi e ucraini ricevettero un addestramento militare nell’esercito austriaco, e quando nel 1914 i cosacchi russi invasero la città uccidendo e saccheggiando ebrei.»

Quindi una violenza di tutti contro tutti?

«Dopo la rivoluzione del 1917, Buczacz viene contesa tra l’Ucraina indipendente e i polacchi, con brutalità indicibili da entrambe le parti. Con il passaggio alla Polonia, gli ucraini vengono trattati come una popolazione sottomessa, mentre gli ebrei che cercavano di tenersi buone le autorità del momento finiscono per venire considerati traditori da tutti. Nel 1939, infine, il patto Molotov-Ribbentrop assegna la Galizia all’Urss, che ne distrugge l’economia. I sovietici cacciano via anche molti polacchi, motivo per cui gli ucraini all’inizio li sostengono, prima di venire a loro volta uccisi dall’NKVD. Infine, nel 1941 arrivati i nazisti: alla fine della guerra, dei 15 mila ebrei di Buczazc erano sopravvissuti un centinaio, nascosti da polacchi e ucraini».

Lei racconta però anche le violenze della polizia ebraica e la corruzione dello Judenrat: sembra quasi che nessuno sia soltanto una vittima?

«Gli esseri umani si comportano come tali. Alcuni sono buoni, altri cattivi, la maggioranza sta in mezzo. Vogliono sopravvivere. A sterminare gli ebrei erano i tedeschi, ma molti ucraini avevano indossato la divisa della polizia, spesso per salvarsi. Il genocidio funziona sempre nello stesso modo, in Galizia come in Ruanda: i vicini uccidono i vicini».

Viene quasi da chiedersi se le diverse anime nazionali convivano meglio sotto un impero?

«È vero che l’impero Austro-ungarico è riuscito a portare un equilibrio tra i vari gruppi etnici, ma gli imperi hanno prodotto grande violenza, che si ripercuote anche in molti conflitti odierni. Non abbiamo oggi un’alternativa agli Stati nazionali. Ma il nazionalismo non deve essere etnico, deve essere il «patriottismo della Costituzione» di Habermas».

Paradossalmente, oggi Putin giustifica la sua guerra contro l’Ucraina con la volontà di combattere il nazionalismo.

«Quella della Russia è indubbiamente una guerra imperialista, ma purtroppo la propaganda russa ha avuto successo soprattutto presso una parte della sinistra europea, che ha creduto alle accuse sugli “ucraini nazisti”, e ha paura delle minacce nucleari di Mosca».

La guerra della Russia contro l’Ucraina è genocidale?

«Sicuramente, visto che lo stesso Putin ne dichiara come scopo la sparizione della nazione ucraina. La deportazione dei bambini ucraini in Russia ricade pienamente nella sezione numero quattro della convenzione sul genocidio. Israele, per esempio, non vuole adottare e assimilare i bambini palestinesi, preferisce eliminarli in quanto li considera pericolosi. Putin non vuole sterminare tutti gli ucraini, ma distruggerli come nazione. Purtroppo, i tribunali internazionali preferiscono non andare contro i russi. Ma forse un giorno si troveranno gli estremi per incriminare la Russia per genocidio, almeno nei territori ucraini che ha occupato, dove sta cancellando la memoria dell’essere ucraini».

Quanta memoria del passato ebraico rimane oggi a Buczacz?

«La storia ebraica è stata cancellata dai sovietici. Capre e mucche pascolavano nei cimiteri ebraici, e i bambini giocavano in mezzo alle lapidi. Dopo la guerra, i sovietici hanno deportato anche tutti i polacchi e gli ucraini che avevano opposto resistenza a Mosca. Quando cancelli una cultura fai un danno a te stesso, alla tua civiltà. Apri la porta alla violenza.»

Come nello scontro tra Ucraina e Polonia sulla memoria dei massacri dei polacchi per mano dei nazionalisti ucraini?

«L’Ucraina oggi va difesa, sperando che dopo la guerra riuscirà a tornare a rielaborare il suo passato meglio di quanto lo abbia fatto nei vent’anni precedenti. A Buczacz è stata eretta una statua a Stepan Bandera, che però oggi in Ucraina viene ricordato solo come l’uomo che aveva combattuto i russi. In Polonia, dopo anni in cui si parlava solo delle vittime polacche, con l’antisemitismo sempre sottotraccia, si è tornati a riconoscere un passato multietnico, ma la legge sulla memoria proibisce di menzionare le responsabilità dei polacchi nel genocidio. Se invochiamo la storia però dobbiamo conoscere anche quella scomoda».

Come si fa a superare le ferite di un genocidio?

«Il silenzio è la cosa peggiore. Anche dell’Olocausto non si è parlato per anni, dopo la guerra. In Europa sono ormai trascorse tre generazioni dalla Seconda guerra mondiale, e si rischia di dimenticare i danni che porta un nazionalismo etnico».