«Non posso mettere in pericolo i miei cari». La Mamdani di Berlino e la condanna rinnegata sui radicali filo-Hamas (corriere.it)
di Mara Gergolet
Il caso
Un caso l’intervista dell’aspirante sindaca Eralp (Linke)
L’aspirante sindaca ha paura. Per se stessa e la famiglia, tanto da non voler pronunciare il nome di un noto esponente pro-Hamas per condannarlo pubblicamente. E così l’intervista fatta da Elif Eralp — la candidata della Linke, che ha vinto le elezioni di Berlino — allo Spiegel diventa un formidabile scandalo, un pasticcio politico che può mettere da subito la pietra tombale alle sue aspirazioni, ai progetti di espropri di case e della «Berlino rossa».
Un polverone, con dentro i clan, l’antisemitismo, i colpi (anche bassi) dei media, ipocrisia e un’intervista che viaggia per email, in un mix micidiale di tensione e imperizia come fosse una puntata di Borgen.
Lo Spiegel chiede un’intervista all’aspirante sindaca. La incalza sull’antisemitismo, mentre lei vorrebbe parlare di case. Sono settimane che la Linke è sotto accusa per i legami di alcuni suoi membri con ambienti pro Pal, ma anche pro Hamas e antisemiti.
L’esponente di un clan, che domina la piazza dello spaccio di Neukölln, è comparso alla festa della vittoria. Eralp si infastidisce, spiega che sapeva dell’impegno per i palestinesi di certi membri, ma che non si aspettava che in campagna elettorale si superassero certi limiti. Li condanna. Le chiedono se si riferisce anche a Ibrahim Ibrahim? E risponde semplicemente di sì.
Sullo «Spiegel»
Incalzata con domande sull’antisemitismo prende le distanze da personaggi discussi
Ora, Ibrahim Ibrahim, 70 anni, è un nome celebre: ha detto in pubblico che la mente del 7 ottobre, Yanya Sinwar, non è un terrorista ma un «eroe». Vicino al Fronte per la liberazione della Palestina (ma evidentemente non lontano da Hamas), non è solo un fiancheggiatore ma anche un organizzatore del radicalismo. Sennonché qui comincia il dramma.
La decisione
Ma poi manda delle correzioni: no a nomi concreti, ho paura. E il settimanale le pubblica
Secondo le peculiari (e non esemplari) abitudini tedesche, le interviste politiche vengono autorizzate: rilette dall’intervistato e dal suo staff, che può precisare o correggere le risposte, ma non intervenire sul resto. Quando l’autorizzazione finalmente arriva, è evidente che qualcosa è andato storto. A margine sono rimaste le note dello staff, e quelle di Elif Eralp. In una dice testualmente: «C’è un PROBLEMA».
Poi ancora: «Non posso mettere in pericolo me e la mia famiglia». E citandolo per nome, lui «non vuole, mio marito, e nemmeno io, fare nomi concreti, lui ha paura di queste persone e anch’io». Per chiudere disperandosi: «Non dovevo mai dare quest’intervista allo Spiegel». Chiede che la domanda su Ibrahim sia tolta, lo Spiegel risponde picche. Non solo, ma contravvenendo all’etichetta, pubblica anche la risposta non autorizzata. E ricostruisce tutto il contesto.
Il giornale ammette di non aver rispettato il fair play, ma se ne sente autorizzato: «Sarebbe inaccettabile se una sindaca di Berlino — dicono gli autori — subordinasse importanti dichiarazioni politiche, o addirittura decisioni, al fatto che lei personalmente o suoi familiari stretti abbiano paura di determinate persone o gruppi». Il caso è una bomba, lo riprendono i giornali («Eralp ha paura di sostenitori dei terroristi», titola il berlinese Tagesspiegel), infiamma i social.
L’antisemitismo è il tallone d’Achille della Linke. Ci sono membri nel partito, come l’avvocato Kocak, apertamente vicini ai radicali. La Linke è fortissima a Kreuzberg, Neukölln e in alcuni quartieri arabi, noti per una certa tolleranza dell’illegalità, dove la polizia e lo Stato sono in ritirata: una sorta di «constituency» della Linke, dove inevitabilmente girano anche idee estreme e antisemite.
E se Eralp finora ha fatto un buon lavoro a distanziarsene, e marcare i confini da non superare, l’intervista e il maldestro tentativo di correggerla hanno scoperchiato il vaso di Pandora. Gli avversari della Linke gongolano: i conservatori, la Bild, il cancelliere Merz, che vedono nel possibile governo rosso-rosso(Spd)-verde a Berlino una catastrofe e un preavviso di bancarotta per la capitale, non credono ai propri occhi. Uno scandalo autoprodotto, con una spruzzata di dilettantismo, che la può affossare.
L’avventura di Elif Eralp, che voleva essere la Mamdani di Berlino, con al collo la catenella «tetto agli affitti» e sempre un tocco di rossetto rosso, è a un passo dal flop. Deve convincere Spd, Verdi e tutti gli altri di essere libera, non ricattabile. Se non è già troppo tardi.