Per anni, la parte più consapevole dell’opinione pubblica europea – quella che non ha mai confuso il diritto di Israele a esistere e a difendersi con il diritto del suo governo a fare carta straccia dei principi minimi di umanità e ragionevolezza di cui una grande democrazia dovrebbe farsi artefice –, ha coltivato una speranza: che Netanyahu venisse mandato a casa. Che un altro governo restituisse all’Occidente un interlocutore meno ingombrante, meno controverso, meno difficile da difendere. Che la democrazia israeliana facesse, insomma, quello che la politica europea non aveva trovato la forza di fare: sciogliere un nodo politico e morale diventato insopportabile.
In questi anni – prima di fronte all’orrore di Gaza, poi all’assurdità della guerra in Iran – abbiamo creduto che l’indignazione potesse sostituire l’iniziativa, che la condanna morale fosse una forma sufficiente di azione, che un comunicato, una dichiarazione, un vertice concluso con l’ennesimo appello vago e privo di conseguenze concrete potessero compensare l’assenza di una strategia.
Il prezzo più terribile di questa rinuncia, lo sappiamo, si misura a Gaza.
L’Europa – e l’Italia tra i grandi Paesi Ue è stata un esempio fra i più eloquenti di ambiguità – non può assolversi dalla responsabilità di aver guardato quella tragedia consumarsi senza esercitare fino in fondo il peso politico ed economico di cui disponeva. La Commissione europea aveva proposto di sospendere parte dei vantaggi commerciali accordati a Israele. I governi non hanno trovato una maggioranza per farlo, e l’Italia si è opposta.
È stato un errore: non perché quella misura avrebbe fermato da sola la guerra, ma perché avrebbe dato un costo politico concreto alla violazione dei principi che continuavamo a invocare. Abbiamo preferito distinguere, precisare, contestualizzare, come se la precisione del linguaggio potesse compensare l’insufficienza dell’azione.
La solidarietà con Israele dopo il massacro del 7 ottobre era un dovere morale. Ma nessun dovere morale può trasformarsi in una cambiale in bianco: la sicurezza di un popolo non può fondarsi sulla negazione della dignità di un altro.
Questo non significa non comprendere Israele. Significa, al contrario, prenderlo sul serio.
Il 7 ottobre ha infranto la promessa originaria dello Stato ebraico: che dopo la Shoah gli ebrei avrebbero finalmente avuto un luogo in cui non essere più indifesi di fronte alla possibilità dello sterminio. Per questo abbiamo sbagliato a immaginare che il fallimento della sicurezza avrebbe prodotto la sconfitta di Netanyahu. La paura non genera necessariamente cambiamento, spesso genera una domanda ancora più radicale di protezione.
E abbiamo sbagliato a scambiare ogni oppositore di Netanyahu per un fautore della pace. Eisenkot, Bennett, Lieberman non sono un unico campo politico alternativo alla logica della forza, e non sono necessariamente portatori di una diversa concezione della questione palestinese.
Abbiamo guardato Israele coi nostri occhi, e non l’abbiamo capito. Ma soltanto chi si sforza di comprendere può permettersi il rigore del giudizio.
E quel giudizio oggi è indispensabile anche davanti alla minaccia di una nuova guerra con l’Iran.
Netanyahu ha evocato nella notte elettorale un’occasione storica per eliminare la minaccia iraniana. Trump aveva già invitato gli israeliani a sostenerlo per portare a termine il lavoro cominciato insieme. Secondo il Wall Street Journal, Washington ha avvertito alcuni Paesi del Golfo di prepararsi alla possibilità di una nuova offensiva dopo le elezioni americane di metà mandato.
Non sappiamo se accadrà. Sappiamo però che un’altra escalation potrebbe essere decisa ancora una volta senza un ruolo determinante dell’Europa. E questa volta l’impotenza sarebbe una minaccia diretta alla nostra stabilità.
Lo stretto di Hormuz è uno dei luoghi in cui si decide il prezzo della nostra vita quotidiana. Le perturbazioni delle rotte energetiche si traducono in inflazione, perdita di potere d’acquisto, costi per le imprese, difficoltà per le famiglie. La crisi economica – lo abbiamo visto plasticamente, e tragicamente, nelle ultime settimane – alimenta la sfiducia nelle istituzioni, la rabbia sociale, il successo delle forze antisistema.
E una democrazia impoverita, impaurita, attraversata da conflitti che non riesce a governare, diventa inevitabilmente più fragile. È qui che la nostra rinuncia a contare rivela tutta la sua pericolosità. Su Gaza abbiamo accettato di essere spettatori di un disastro umanitario. Su Hormuz rischiamo di diventare spettatori della destabilizzazione delle nostre economie e delle nostre società. Ora: non possiamo dettare a Israele le scelte della sua democrazia. Non possiamo sostituirci agli Stati Uniti nella gestione degli equilibri militari del Medio Oriente.
Possiamo però smettere di considerare inevitabile la nostra irrilevanza. Le urne israeliane non hanno risolto il problema al posto nostro. E forse, paradossalmente, ci hanno fatto un favore: ci hanno tolto l’alibi.