“Tutto il Paese è in piena espansione. Stiamo vivendo un boom economico senza precedenti”.
Donald Trump non ha dubbi. Alla vigilia delle elezioni di midterm, mentre milioni di americani lamentano il costo della vita e i repubblicani temono di perdere il controllo del Congresso, il presidente ha scelto di celebrare i risultati della propria amministrazione inaugurando la Reflecting Pool, la grande vasca d’acqua davanti al Lincoln Memorial di Washington.
Ha elogiato la bellezza della capitale, la sicurezza delle sue strade, l’erba dei prati e persino il nuovo eliporto della Casa Bianca. Poi, indicando la vasca appena restaurata, ha annunciato di stare “seriamente pensando” di ribattezzarla “Trump Reflecting Pool”. “No, sto solo scherzando”, ha aggiunto sorridendo. Una battuta che ha riassunto il tono dell’ultimo intervento pubblico del presidente prima dell’apertura delle urne.
Mentre il Paese si prepara a giudicare il suo operato, Trump continua a raccontare un’America prospera e trionfante, assai diversa da quella descritta nei sondaggi e nelle interviste agli elettori.
La festa a Washington e i timori dei repubblicani
Il presidente ha dedicato buona parte del discorso di chiusura di questa lunga campagna elettorale ai lavori di restauro della Reflecting Pool, accusando Barack Obama e Joe Biden di aver speso 144 milioni di dollari senza risolvere i problemi di perdite d’acqua, alghe e deterioramento della struttura. Adesso, ha assicurato, Washington sta tornando bella e sicura. Ma a poche ore dal voto, le preoccupazioni dei candidati repubblicani riguardano soprattutto il Congresso.
Il Washington Post, il Wall Street Journal e il New York Times descrivono un partito attraversato dal nervosismo. Alcuni parlamentari e strateghi, parlando sotto anonimato, attribuiscono a Trump la responsabilità delle difficoltà elettorali. Contestano i dazi, la guerra con l’Iran e le deportazioni di massa, ma pochi hanno il coraggio di criticarlo pubblicamente. “Sappiamo tutti chi è il problema. È Trump”, ha dichiarato uno stratega repubblicano.
La Casa Bianca respinge le accuse e sostiene che il presidente abbia fatto tutto il possibile per mobilitare gli elettori.
L’economia che non convince gli americani
Il problema principale resta il costo della vita. Benzina, alimentari, affitti, mutui e assicurazioni continuano a pesare sui bilanci familiari. La guerra con l’Iran ha aggravato la situazione, facendo aumentare i prezzi del carburante e dei fertilizzanti, con conseguenze sull’intera economia. Anche i dazi commerciali hanno provocato malumori tra agricoltori, allevatori e imprese.
Il contrasto con il racconto presidenziale emerge dai sondaggi. Secondo Fox News, l’85 per cento degli intervistati è preoccupato per l’inflazione, l’83 per cento per la benzina e il 75 per cento per la guerra. Il gradimento di Trump è sceso al 36 per cento. Un’altra rilevazione, del New York Times e Siena University, registra il 59 per cento di disapprovazione. Numeri che spiegano perché i democratici abbiano concentrato gli ultimi appelli sui problemi economici, mentre Trump continua a rivendicare quella che definisce l’età d’oro dell’America.
Camera e Senato, una battaglia sul filo dei voti
Domani gli americani rinnoveranno tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. Si voterà anche per eleggere 36 governatori e su numerosi referendum statali. I repubblicani controllano attualmente entrambe le Camere, ma alla Camera il margine è ridottissimo. Ai democratici basterebbe conquistare pochi seggi per cambiare maggioranza.
Il sondaggio nazionale di NBC News attribuisce ai democratici un vantaggio di sette punti nel voto generico per il Congresso, 52 contro 45 per cento. Ma il Senato presenta una situazione più complessa. I repubblicani partono da 53 seggi contro 47 e, per conquistare la maggioranza, i democratici devono ottenere un guadagno netto di almeno quattro seggi.
Le competizioni decisive si concentrano in Alaska, Maine, Michigan, North Carolina, Texas, Ohio, Kansas e Iowa, oltre agli Stati nei quali i democratici devono difendere i propri senatori. Particolarmente importante sarà il comportamento degli indipendenti e degli elettori moderati, meno legati alla fedeltà di partito e più sensibili alle condizioni economiche.
Michigan, la frattura che scuote i democratici
A complicare gli ultimi giorni della campagna democratica è arrivato il caso del Michigan. Haley Stevens, deputata sconfitta alle primarie da Abdul El-Sayed, ha annunciato il proprio sostegno al candidato repubblicano Mike Rogers. Una decisione che ha provocato indignazione tra i dirigenti democratici e che Trump ha accolto con entusiasmo.
La rottura nasce anche dalle profonde divergenze sulla politica americana verso Israele. Stevens, sostenuta durante le primarie dalla potente lobby filo-israeliana AIPAC, ha contestato le posizioni di El-Sayed, critico della politica israeliana. Il candidato democratico ha cercato di contenere le conseguenze dell’episodio invitando i propri sostenitori a recarsi alle urne. In una competizione serrata, anche una frattura interna può pesare sul risultato.
Le accuse di brogli e il caso Alaska
Trump continua intanto a denunciare possibili frodi elettorali, senza che siano emerse prove di irregolarità diffuse. In Alaska, dove il senatore repubblicano Dan Sullivan affronta la democratica Mary Peltola, la presenza sulla scheda di un altro candidato con lo stesso nome del senatore ha provocato una controversia giudiziaria. L’amministrazione ha tentato di impedire la certificazione di un eventuale risultato sfavorevole al repubblicano, ma ha incontrato la resistenza dei tribunali.
Anche in California il Dipartimento di Giustizia ha chiesto di bloccare circa 20.000 schede sospettate di irregolarità legate alla cittadinanza degli elettori. Le autorità statali contestano la fondatezza delle accuse e i giudici dei tribunali inferiori hanno respinto la richiesta. La battaglia giudiziaria si aggiunge così a quella politica, alimentando nuovi interrogativi sulla fiducia nel sistema elettorale.
L’ultima parola agli elettori
Oltre 54 milioni di americani hanno già votato anticipatamente. Domani toccherà agli altri. I risultati arriveranno progressivamente, mentre in Stati come Alaska e Maine, dove si utilizza il sistema del voto a preferenze classificate, lo scrutinio potrebbe richiedere più tempo.
Una vittoria democratica alla Camera consentirebbe all’opposizione di bloccare parte dell’agenda legislativa presidenziale e avviare indagini sull’amministrazione. La conquista anche del Senato avrebbe conseguenze ancora più profonde, soprattutto sulle nomine e sugli equilibri istituzionali. Per i repubblicani, un’eventuale sconfitta aprirebbe inevitabilmente il confronto sul futuro del partito e sulla successione politica a Trump in vista del 2028.
Il presidente ha voluto trasformare queste elezioni in un referendum su sé stesso, chiedendo agli americani di votare come se il suo nome fosse sulla scheda. Ha concluso la campagna celebrando una vasca restaurata e un boom economico che molti elettori non riconoscono. Domani si saprà quanto il Paese condivida il suo entusiasmo.