Di cosa si sta discutendo nel campo largo? Non di politica nel senso più serio del termine: cioè come battere l’avversario con un’idea forte dell’Italia che si ha in testa. Ma di due aspetti tecnico-tattici per arrivare al potere.
Da una parte primarie, doppio turno, voto online, liste e listini. Dall’altra di come stendere un minimo di programma per acquisire voti. Qui sta già prevalendo, come vedremo, l’impostazione all’incrocio tra l’assistenzialismo di Giuseppe Conte (un nuovo reddito di cittadinanza) e la corsa alla tassazione dei ricchi di Nicola Fratoianni, con il Pd che insegue un po’ l’uno e un po’ l’altro sventolando il “suo” salario minimo giunto adesso a dieci euro l’ora.
Nell’unico luogo in cui in questi giorni si è seriamente parlato di politica, cioè a Orvieto, all’assemblea di Libertà Eguale di due settimane fa, si è scelto un approccio diverso. In una fase in cui il giornalismo si occupa al novantanove per cento degli aspetti tecnici e personalistici della lotta politica, sono sfuggite alcune cose importanti affrontate in quella riunione. Ne citiamo una, il problema della crescita.
In questi giorni di tutto si parla tranne che di come fare riprendere il Paese, come se si desse per scontato l’“impoverimento crescente” della classe operaia, come diceva Marx, e, in una prospettiva coerente, di tutta la società. Malgrado la drammaticità della situazione delle società europee, da cui le proteste di massa, senza una direzione ben precisa, in Francia, Italia, Spagna e anche Germania, non siamo a questo stadio, e soprattutto nulla esclude la possibilità di una ripresa che certo molto dipende dal raffreddamento del clima internazionale.
In questo senso una sconfitta di Donald Trump oggi autorizzerebbe un cauto ottimismo: più si rende credibile la pace e più diventa realistica una diminuzione generale dei prezzi, infatti è bastata una frase di Khamenei junior per fare crollare il prezzo del petrolio. Va da sé che con l’aggravarsi della condizione sociale diventa obbligatorio cercare la strada per rilanciare l’economia.
Come ha detto a Orvieto Marco Bentivogli, «la produttività non è una variabile macroeconomica da stimolare. Si costruisce dentro ogni impresa, nel modo in cui si organizza il lavoro. Ed è l’unica strada per riagganciare i salari: non si distribuisce ciò che non si produce. Il resto sono bla bla». È precisamente questo il nodo che la sinistra continua a rimuovere. La produttività, l’organizzazione del lavoro, l’innovazione, la qualità delle imprese: tutto ciò che dovrebbe costituire il cuore di una moderna politica industriale resta ai margini della discussione.
E mentre la politica si esercita nella gara a promettere trasferimenti e sussidi, ecco che Federico Fubini, in un illuminante articolo sul Corriere della Sera, squaderna un altro pezzo del cortocircuito italiano: di fronte a lavori scadenti e retribuzioni inadeguate, gli italiani «finiscono per rifugiarsi nella malattia». È il gatto che si morde la coda. Si lavora male, si produce poco, si guadagna poco, si perde motivazione, si lavora ancora peggio. Questa sarebbe una buona traccia di lavoro per il campo largo, dove – è da ripetere – di tutto si parla tranne che dei modi per ripensare i modi di produrre a partire dal livello aziendale.
Invece tutto il capitolo-economia, per i capi della sinistra (quelli del centro parlano d’altro), è declinato esclusivamente sotto l’aspetto dei soldi da buttare nella fornace di un sistema che non funziona più e quindi l’abbozzo di politica economica che si profila da parte della sinistra è dominato dal sostegno assistenziale e dalla patrimoniale comunque denominata: l’ascissa e l’ordinata della linea di Conte che con i suoi governi ha martoriato le casse dello Stato. Avs è sulla stessa lunghezza d’onda, mentre dovrebbe essere il Pd a imporre un diverso modo di ragionare, scommettendo su quella ripresa che è indispensabile per fare giustizia sociale.
Detta prosaicamente: è vano voler difendere i gatti se non c’è la trippa. Ma anche il partito di Elly Schlein appare tutto sdraiato sull’esistente, sull’attuale condizione di difficoltà del Paese. Il profilo che il Pd si sta dando è quello di una specie di super-sindacato che difende i meno abbienti, missione sacrosanta ma insufficiente. Perché il sindacato, per sua natura, vive sul presente. Un partito invece deve anche progettare il futuro, cioè proporre un disegno per il domani: questo è quello che per semplicità chiamiamo riformismo.
Già, è arrivato il momento di pensare a un nuovo riformismo, perché quello di questo trentennio, generato dal binomio Clinton-Blair, non serve più, è obsoleto. È anch’esso – per riprendere l’espressione di Bentivogli – tutto un «bla bla». Ne ha parlato con la consueta lucidità intellettuale Claudia Mancina, sempre a Orvieto, quando ha osservato che il riformismo «si è identificato con una lettura univocamente ottimistica della globalizzazione, senza vedere i problemi da essa provocati, che sono esattamente quei problemi di disorientamento e insicurezza che hanno prodotto lo spostamento a destra che si verifica oggi in tutte le democrazie».
Tolta dal tavolo la vecchia polemica da anni Novanta, si tratterebbe di portare al tavolo del campo largo questo insieme di idee. Per uscire dalla esclusiva dimensione tattica e lasciare da parte la demagogia del bla bla.
Ma chi lo deve fare? Qui c’è un enorme problema politico. Sempre Mancina ha detto che per come si sono messe le cose – e questo davvero per responsabilità di Schlein e del gruppo dirigente del Pd – oggi il centrosinistra sembra tornato centro-sinistra. Con un centro debole e frastagliato e una sinistra egemone e più coesa (al netto delle lotte di potere). Ciò non rafforza ma indebolisce l’immagine complessiva della coalizione, perché questa non ha un respiro generale e nazionale. Il Pd non lo capisce, ed è questa la novità.