A partire dall’epidemia di COVID-19, una riflessione storica e psicologica sul nostro rapporto con l’ignoto.
in dai primi casi di COVID-19 la comunità scientifica non ha fatto che insistere su un punto: a causare la malattia è un virus di cui si sa ancora troppo poco. Quanto dura di preciso il periodo di incubazione? Perché talvolta compromette quadri clinici non preoccupanti? Rallenterà, almeno nel nostro emisfero, con l’arrivo del caldo o continuerà a diffondersi con la virulenza attuale?
Tra le maglie di questi interrogativi si è subito infilata, come spesso fa nelle emergenze, la statistica. A partire da dati parziali abbiamo ben presto cominciato a dibatterci tra due narrazioni, all’apparenza concorrenti ma in realtà complementari: una confortante e una catastrofica. Un rimbalzare tra estremi che riflette la nostra iper-sensibilità all’incertezza.
Disabituati alla “fragilità”, in questi giorni abbiamo dovuto imparare da capo che la scienza non è un flash che in un istante tutto rischiara. È semmai un fascio di luce che avanzando crea tante zone d’ombra quante ne illumina: ci rende note alcune cose anche, se non soprattutto, attestando l’ignoto di altre … leggi tutto
