Un’ora da Sánchez (corriere.it)
di Massimo Gramellini
Il caffè
Chi non vorrebbe vivere un’ora da Sánchez per poter sbattere in faccia all’omaccione di Stato quello che tutti pensano di lui.
Che sta giocando alla roulette russa con le nostre vite. Che si può essere amici degli americani senza diventarne servi. E che la violenza fuorilegge resta un crimine, anche se usata contro i tiranni iraniani.
Sì, un’ora da hombre vertical. Un’ora e un quarto, magari, così da avere il tempo di dire a Trump quel che si merita senza preoccuparsi delle conseguenze, e rivendicandolo addirittura: «Noi non saremo tuoi complici solo per paura delle tue rappresaglie». Purtroppo, in una giornata, di ore ce ne sono altre ventitré. E lì, se non hai frequentato corsi accelerati da eroe, è un attimo che ti ritrovi a essere Merz.
Cioè un prosaico che su Trump ha maturato opinioni altrettanto sgradevoli (da come lo guarda, anzi non lo guarda, si capisce che nutre una ripulsa fisica nei suoi confronti). Eppure, seduto nello Studio Ovale sulla poltrona delle umiliazioni che fu di Zelensky, sta attento a non lasciar trapelare il suo disgusto e rimane zitto persino quando il bullo si mette a sparlare degli altri europei.
È che Merz non si preoccupa della gloria, ma degli affari: suoi e del popolo tedesco. E gli affari gli impongono di non contraddire il bullo finché è forte, pronto naturalmente a voltargli le spalle appena smetterà di esserlo.
La famosa realpolitik che governa il mondo «H24». Anzi, 23: un’ora da Sánchez lasciatemela sognare.

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