Uno strappo che è figlio delle ambiguità sull’Ucraina (corriere.it)

di Massimo Franco

La Nota

L o strappo leghista è piccolo, poco più di una smagliatura: due deputati, e un senatore che si è «assentato».

Ma è la prima dissociazione sull’Ucraina nella maggioranza di Giorgia Meloni, e questo rappresenta una novità.

Può essere un cascame dell’«effetto Roberto Vannacci», il vicesegretario filorusso del Carroccio. Oppure un modo per manifestare il dissenso nei confronti del leader Matteo Salvini. Ma mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto, di FdI, rivendicava con orgoglio l’appoggio a Kiev e mostrava cautela sull’invio di soldati in Groenlandia, sui banchi del governo l’unico leghista presente era Roberto Calderoli.

È anche vero che le opposizioni hanno presentato le solite cinque mozioni diverse. Ma la loro spaccatura, non nuova, ha un’eco minore rispetto alla defezione minoritaria eppure pesante del secondo partito di governo. La Lega aveva motivato il proprio sì alla risoluzione sostenendo che la mediazione con la premier li aveva soddisfatti. Lo smarcamento dei tre parlamentari ha smentito questa narrativa. E la protesta di alcuni seguaci di Vannacci fuori dal Parlamento ha fatto il resto.

Sembra quasi che un pezzo del Carroccio non abbia voluto essere da meno dei Cinque Stelle, da sempre contro i «bellicisti», che non avevano votato nemmeno contro la repressione delle proteste in Iran. Il M5S, però, è una forza di opposizione, mentre la Lega fa parte del governo. Salvini e i suoi mugugnano, era il mantra, ma alla fine non possono che votare contro l’aggressione russa e per le armi all’Ucraina.

Da ieri, questa verità riemerge scheggiata. Eppure, additare solo Vannacci e chi ha optato per il «no» è troppo facile.

Quanto accade chiama in causa un’ambiguità sulle responsabilità di Vladimir Putin che i vertici della Lega hanno coltivato fin dall’aggressione del febbraio di tre anni fa. L’indulgenza filorussa e un anti europeismo sospetto si sono saldati e sedimentati fino a provocare un voto difficilmente prevedibile; e che suona come smacco per Palazzo Chigi e, in primo luogo, per lo stesso Salvini. La Lega ufficialmente ha detto «sì» alla risoluzione; ma con qualche eccezione.

L’imbarazzo del presidente dei senatori, Massimiliano Romeo, che ha precisato la non partecipazione al voto del filorusso Claudio Borghi, e non il suo «no», è significativo. Denota la consapevolezza di un atteggiamento che può danneggiare il governo, se sarà ripetuto; e screditare ulteriormente la Lega nell’Ue, e colpire di riflesso gli alleati.

Come minimo, nel partito emerge una divisione che sfida le oscillazioni di Salvini. Ma sarà più difficile per tutti fare finta di niente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *