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  • Trump e la guerra all’Iran: sei mesi di fallimenti (valigiablu.it)
il 2 Settembre 2026

Trump e la guerra all’Iran: sei mesi di fallimenti (valigiablu.it)

di Joe Cirincione*

(Immagine in anteprima via Joe Cirincione)

Il 28 agosto segna l’inizio del settimo mese di una guerra che Donald Trump ha iniziato per capriccio, ha condotto in modo incoerente e perso in maniera schiacciante. Ma nel mondo delirante e sempre più ristretto di Trump, lui è un eroe. Il 26 agosto ha proclamato con orgoglio “Missione compiuta” sul suo social Truth.

Tornando con i piedi per terra, Trump non è riuscito a raggiungere nessuno degli obiettivi prefissati.

Trump aveva promesso un cambio di regime in un video bizzarro pubblicato all’una di notte, in cui annunciava l’inizio della guerra sei mesi fa. Aveva affermato che avrebbe liberato il popolo iraniano. La sua guerra ha invece rafforzato il regime tirannico dell’Iran; il popolo iraniano sta soffrendo più che mai.

Il miracolo di Trump: sostituire Khamenei con un altro Khamenei

Sebbene Trump, come George W. Bush, abbia sostenuto che un’urgente minaccia nucleare giustificasse la sua ‘guerra di scelta’, l’Iran non era affatto vicino alla costruzione di una bomba atomica. La guerra ha rallentato il programma nucleare iraniano, ma ha lasciato all’Iran una quantità sufficiente di uranio altamente arricchito, centrifughe avanzate e scienziati e ingegneri competenti per ricostruire le proprie capacità nucleari. Non esiste alcun accordo per contenerlo, ed è improbabile che ce ne sarà mai uno.

Sebbene Pete Hegseth, il peggior segretario alla Difesa della storia degli Stati Uniti, abbia annunciato ad aprile la totale distruzione dell’apparato militare iraniano (anche lui proclamando “missione compiuta”), la flotta iraniana di piccole motovedette e il suo arsenale di missili e droni continuano a minacciare sia le rotte marittime del Golfo Persico sia le economie degli Stati confinanti. L’Iran rappresenta una minaccia maggiore per la regione rispetto a sei mesi fa.

Ma c’è di peggio.

Il conflitto ha prosciugato a tal punto le scorte militari di munizioni sia offensive che difensive che, stando ai funzionari, le scorte di missili Patriot in Europa sono «oltre il limite critico». Gli alleati statunitensi nel Pacifico dubitano della capacità dell’America di difenderli. L’Ucraina è lasciata indifesa di fronte all’aumento degli attacchi missilistici russi.

La guerra ha dato all’Iran due armi più potenti delle bombe nucleari: la capacità di tenere sotto scacco gli Stati vicini e quella di controllare un quinto dell’approvvigionamento mondiale di petrolio. Lo Stretto di Hormuz è ora aperto a un transito limitato (il 25 agosto sono passate cinque navi, rispetto alle 120-140 al giorno prima della guerra), ma ciò avviene solo perché l’Iran ha consentito la ripresa di una navigazione parziale.

L’importanza cruciale dello Stretto di Hormuz

Trump ha mandato in frantumi la credibilità globale degli Stati Uniti. «Trump ha danneggiato a tal punto le relazioni fondamentali degli Stati Uniti con i paesi di tutto il mondo da essere considerato un paria più di qualsiasi altro leader americano nella storia», afferma l’ex funzionario statunitense e analista di politica estera David Rothkopf. «Lungi dal dimostrare la potenza americana, come hanno ripetutamente sostenuto i sostenitori della guerra, il conflitto ha rivelato un’America inaffidabile e incapace di portare a termine ciò che ha iniziato», ha scritto Robert Kagan su The Atlantic. «Questo innescherà una reazione a catena in tutto il mondo, mentre amici e nemici si adatteranno al fallimento dell’America».

La guerra ha inoltre distrutto l’immagine dell’invincibilità della potenza militare statunitense. Non solo gli Stati Uniti sono stati sconfitti da una nazione che spende lo 0,7% rispetto a quanto Washington destina alla difesa, ma il disprezzo di Hegseth per le regole riconosciute del diritto bellico e la sua indifferenza per le vittime civili hanno minato l’autorevolezza morale delle forze armate. Il 28 agosto febbraio ricorreva l’anniversario del bombardamento statunitense su una scuola in Iran che ha causato la morte di 150 studentesse iraniane. Non c’è stata alcuna indagine su questo e su altri crimini di guerra; nessuno è stato chiamato a rispondere.

I negoziatori di Trump per ogni questione, Jared Kushner e Steve Witkoff, hanno partorito il 17 giugno un accordo talmente mal concepito e mal redatto da crollare nel giro di un mese. (A questo proposito, devo sottolineare che all’epoca avevo avvertito: «Non c’è alcun accordo.»)

Memorandum Usa-Iran: un accordo fragile, ma intanto Teheran incassa la sua ‘vittoria strategica’

Trump è del tutto incapace di articolare qualsiasi obiettivo strategico per la guerra, una qualsiasi via d’uscita per porvi fine o un piano qualsiasi per riparare i danni che ha causato. Si è allontanato ancora di più dal mondo reale per rinchiudersi in una bolla fatta di incontri di wrestling, corse automobilistiche, restyling di monumenti e ridenominazioni di laghi.

La situazione è talmente degradata che le dichiarazioni dell’amministrazione sulla guerra vengono considerate una barzelletta da tutti tranne che dai media di estrema destra. Il 24 agosto il segretario al Tesoro Steve Bessent ha goduto di qualche ora di visibilità, annunciando un «D-Day» economico che avrebbe (ancora una volta) soffocato l’Iran attraverso sanzioni paralizzanti.

Ma non è stato in grado di spiegare come avrebbero funzionato le sanzioni, a quali paesi si sarebbe rivolto per applicarle, con quali tempistiche, quali differenze ci fossero dai precedenti tentativi falliti di sanzioni (inclusa la campagna di “massima pressione” della prima amministrazione Trump), né quale fosse l’obiettivo. Il crollo del regime? L’apertura dello Stretto di Hormuz? Riportare l’Iran al tavolo delle trattative?

Trump sembra credere di poter ottenere attraverso un intensificato strangolamento economico ciò che sei mesi di guerra non sono riusciti a fare, ha dichiarato al New York Times l’analista iraniano Sina Toossi del Center for International Policy. Ma per riuscirci Trump ha bisogno dell’assenso di altri paesi, attualmente profondamente alienati dalle sue azioni negli ultimi 20 mesi. Soprattutto, servirebbe la cooperazione della Cina, che acquista il 90% del petrolio iraniano. Pechino ha già fatto sapere che non lo farà, promettendo di contrastare quelle che ha definito «sanzioni illegali e unilaterali». Entro la fine della settimana il «D-Day» era già archiviato.

L’Iran è sopravvissuto alla guerra tra Stati Uniti e Israele che temeva da tempo. La sua economia è danneggiata, ma il regime è più determinato che mai a resistere alle preteste americane. «La capacità di colpire duramente l’Iran è evidente», ha affermato Toossi. «Il percorso che porta dalla ferita alla capitolazione o al collasso, invece, non lo è».

La vera strategia di Trump sembra essere quella di ignorare la guerra e lasciarla galleggiare irrisolta oltre le elezioni di novembre. Data la natura impulsiva e slegata dai fatti della sua leadership, Trump potrebbe scagliarsi di nuovo contro l’Iran, ordinando ulteriori attacchi inconcludenti.

Oppure il conflitto potrebbe allargarsi: le ostilità tra l’Arabia Saudita e gli Houthi nello Yemen potrebbero divampare nuovamente in una guerra su vasta scala, e l’Iran potrebbe lanciare nuovi attacchi [È proprio quello che sta accadendo in queste ore con gli attacchi USA che hanno ripreso gli attacchi e l’Iran che ha risposto prendendo di mira le basi statunitensi in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti, ndr]. Nulla di ciò questo cambierà il quadro di fondo.

L’inevitabile epilogo

Realisticamente, non esiste uno scenario in cui Trump esca vincitore da questa guerra. La maggior parte degli esperti concorda sul fatto che Trump abbia perso – e pure in modo schiacciante. Sebbene alcune delle stesse persone che lo hanno incitato alla guerra (molte allineate con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu) continuino a sostenere che altri attacchi e ulteriori sanzioni possano piegare il regime, sono pochi gli analisti a condividere questa tesi. Phil Gordon, ex consigliere per la sicurezza nazionale della vicepresidente Kamala Harris, ha scritto di recente: «La guerra sconsiderata di Trump… ha lasciato agli Stati Uniti solo varie declinazioni di un fallimento catastrofico». In altre parole, Trump alla fine dovrà ritirarsi, lasciando l’Iran come potenza dominante nel Golfo.

Questo fallimento era sia prevedibile che ampiamente già previsto. Sono stato uno delle decine di esperti ed ex funzionari che nel 2012 descrissero dettagliatamente le enormi difficoltà di una guerra contro l’Iran, quando Netanyahu e i neoconservatori cercarono di affossare l’accordo negoziato con l’Iran che era riuscito a ridimensionare e contenere il programma nucleare iraniano. Anche a febbraio, mentre Trump valutava l’affermazione di Netanyahu secondo cui il regime iraniano avrebbe potuto essere spazzato via con un singolo attacco audace e risolutivo, l’intelligence statunitense metteva in guardia dai rischi, come riportato in questi giorni dal Wall Street Journal.

L’allora direttrice della National Intelligence Tulsi Gabbard illustrò le valutazioni dell’apparato d’intelligence americano. Secondo persone a conoscenza dell’incontro, Gabbard disse a Trump che l’eliminazione della Guida Suprema dell’Iran avrebbe probabilmente portato all’insediamento di un regime più intransigente e incline ad acquisire armi nucleari. Teheran si sarebbe affrettata a chiudere lo Stretto di Hormuz, destabilizzando il mercato energetico globale, e avrebbe colpito forze e partner statunitensi in Medio Oriente, sollevando interrogativi sulla determinazione e sull’affidabilità degli Stati Uniti nei confronti degli alleati.

I vertici militari statunitensi si sono fatti eco di queste cautele, ma hanno deluso il presidente e la nazione assicurando stoltamente a Trump di poter sopraffare l’Iran. Il Journal riporta:

Trump ha ascoltato, ma alla fine si è lasciato convincere dalle presentazioni del Pentagono su opzioni «risolutive», stando a quanto riferito da funzionari statunitensi. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il presidente del Comitato dei capi di Stato Maggiore congiunti, il generale Dan Caine, e l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), hanno informato più volte il presidente sui piani per colpire obiettivi iraniani, compreso l’impiego di lanciamissili, radar, impianti di produzione di armi, depositi di mine e navi da guerra. L’idea era sopraffare la Repubblica Islamica e paralizzarne le forze armate mentre Israele eliminava i vertici della leadership iraniana… Hegseth e Caine hanno ribadito in più occasioni che avrebbero saputo gestire qualsiasi complicazione.

Ancora oggi, Cooper continua a dipingere scenari rosei di successo militare. In un video di questi giorni sostiene che la Marina «ha portato a termine il lavoro», rimuovendo dallo Stretto un numero sufficiente di mine per riaprirlo al traffico navale.

Se i Democratici riconquisteranno la Camera a novembre, la priorità assoluta dovrà essere quella di esigere finalmente audizioni sul fallimento di Cooper, Caine e di altri alti gradi militari per comprendere l’inutilità della guerra con l’Iran, per proteggere le basi statunitensi, per equipaggiare, assistere e difendere adeguatamente le truppe (19 morti, oltre 750 feriti), per evitare vittime civili e per spiegare perché ora potrebbe rendersi necessario ritirarsi da 15 o più basi nella regione, gravemente danneggiate dagli attacchi con droni e missili iraniani. In queste audizioni potremmo finalmente venire a conoscenza del vero costo di questa guerra, che probabilmente supererà i 100 miliardi di dollari.

Oltre la propaganda: quello che Washington non dice sulla guerra contro l’Iran

L’uomo che dovrebbe guidare queste future audizioni, il deputato Adam Smith, attuale capogruppo democratico nella Commissione per le Forze Armate della Camera, ha sintetizzato la situazione in un comunicato stampa che segna questi sei mesi di fallimenti:

Sono passati sei mesi da quando Trump ha lanciato unilateralmente la sua catastrofica ‘guerra di scelta’ contro l’Iran e, finora, non è riuscito a raggiungere nessuno degli obiettivi strategici in continuo mutamento della sua Amministrazione… I membri delle forze armate di tutti i reparti hanno dovuto sopportare il peso di un potere esecutivo privo di controllo e impreparato, oltre che dell’incapacità dei repubblicani del Congresso di svolgere il proprio lavoro ed esercitare un’adeguata supervisione sull’Amministrazione Trump… Il popolo americano e la maggioranza del Congresso hanno reso inequivocabilmente chiaro che la guerra di Trump deve cessare subito. Più Trump aspetta, più è probabile che gli Stati Uniti si ritrovino invischiati in un altro conflitto estero che durerà decenni: esattamente ciò che Trump aveva promesso agli elettori che non avrebbe mai fatto quando si è candidato alla presidenza.

Non avrei saputo dirlo meglio.

*Articolo originale su Substack pubblicato per gentile concessione dell’autore. Joe Cirincione è un analista di sicurezza nazionale ed è stato presidente del Ploughshares Fund, una fondazione pubblica che eroga sovvenzioni focalizzata sulla non proliferazione nucleare e sulla risoluzione dei conflitti.

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