Sindrome di StoccolmaI / vano tentativo di rianimare la leadership di Conte e altre strane fissazioni del Pd (linkiesta.it)
Per quanto Letta si prodighi, da ultimo con la bizzarra idea di candidare l’ex premier nel collegio lasciato da Roberto Gualtieri,
l’imperizia dell’Avvocato del popolo è tale da rendere inutile ogni sforzo. Resta da capire perché i democratici si ostinino tanto
Non è facile capire cosa spinga Enrico Letta a perseguire con tanta tenacia l’obiettivo di rianimare in ogni modo il Movimento 5 stelle, fino all’altro ieri il principale avversario del Partito democratico e da domani, nella migliore delle ipotesi, suo principale concorrente.
Ancora più difficile è capire perché mai, nonostante sia Luigi Di Maio ad avere compiuto gli unici passi di un qualche significato in direzione di una sia pur timida autocritica (sulla cultura della gogna, ad esempio) e di una sia pur parziale correzione di rotta (almeno da quando al governo c’è Mario Draghi), Letta insista a offrire ogni possibile sponda, nei Cinquestelle, proprio a Giuseppe Conte, persino quando è lui ad attaccare il governo (ad esempio sulla riforma della giustizia, smentendo l’accordo sottoscritto dai suoi stessi ministri, cioè da Di Maio).
Così ieri è bastato che Carlo Calenda annunciasse l’intenzione di candidarsi contro di lui, con l’appoggio di Matteo Renzi, perché Conte si precipitasse a ordinare la ritirata, con una tempistica che non lascia dubbi sulle ragioni della fuga. Una figura non proprio brillante, per il leader dei Cinquestelle, che si dimostra tanto coraggioso quanto accorto: era così imprevedibile che Renzi e Calenda non sarebbero corsi ad appoggiarlo, per giunta nel collegio in cui alle ultime amministrative è andato meglio Calenda e sono andati peggio i Cinquestelle?
Resta comunque da capire come sia saltato in mente al Partito democratico di appoggiare una simile operazione, a tutti gli effetti una pura donazione di sangue a favore del presunto alleato, per poi farsi pure dire di no.
Per quanto Letta si prodighi, da ultimo con la bizzarra idea di candidare Conte nel collegio lasciato da Roberto Gualtieri, l’imperizia dell’Avvocato del popolo finisce regolarmente per rendere vano ogni tentativo.
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