Per quanto Letta si prodighi, da ultimo con la bizzarra idea di candidare l’ex premier nel collegio lasciato da Roberto Gualtieri,
l’imperizia dell’Avvocato del popolo è tale da rendere inutile ogni sforzo. Resta da capire perché i democratici si ostinino tanto
Non è facile capire cosa spinga Enrico Letta a perseguire con tanta tenacia l’obiettivo di rianimare in ogni modo il Movimento 5 stelle, fino all’altro ieri il principale avversario del Partito democratico e da domani, nella migliore delle ipotesi, suo principale concorrente.
Ancora più difficile è capire perché mai, nonostante sia Luigi Di Maio ad avere compiuto gli unici passi di un qualche significato in direzione di una sia pur timida autocritica (sulla cultura della gogna, ad esempio) e di una sia pur parziale correzione di rotta (almeno da quando al governo c’è Mario Draghi), Letta insista a offrire ogni possibile sponda, nei Cinquestelle, proprio a Giuseppe Conte, persino quando è lui ad attaccare il governo (ad esempio sulla riforma della giustizia, smentendo l’accordo sottoscritto dai suoi stessi ministri, cioè da Di Maio).
