Quel retaggio per cui l’aborto diventa grave se è “facile”… (ildubbio.news)
di Chiara Lalli
La Campania apre al farmacologico senza ricovero, come da linee guida ministeriali. Ed è subito indignazione
Anche in Campania sarà finalmente possibile scegliere l’aborto farmacologico in regime ambulatoriale e senza ricovero. Cioè sarà possibile prendere il secondo farmaco a casa. Non è che il recepimento delle linee di indirizzo ministeriali che dal 2020 lo permettono, ma le Regioni sono pigre e rimandano. Non c’è niente di pericoloso e niente di rivoluzionario. E la falsa sicurezza di un ricovero o di una permanenza in ospedale è, appunto, falsa. Un ricovero non necessario è pericoloso e causa lo spreco di risorse preziose e limitate come sono quelle sanitarie.
Non potevano mancare i soliti commenti di dolore e strazio, come quello pubblicato su Avvenire (“La sanità campana, il nodo aborto e la vita da non banalizzare”, 25 aprile 2026). «La Campania, dunque, avrebbe da vantarsi per essere stata tra le prime regioni in Italia a provvedere alla possibilità di aborto farmacologico fatto in casa o in ambulatorio. Siamo ritornati indietro, dunque». Non so indietro fino a dove, ma se il fantasma che si vuole rianimare è quello dell’aborto illegale, temo che sia stia sbagliando passato.
Non mancano anche falsità. «La stessa legge 194 viene violata e nessuno di coloro che pure la vollero, la difesero, la elogiarono; la vogliono, la difendono, la elogiano, se ne rammarica. Nessuno protesta. Nessuno si scandalizza. Si ritorna al privato».
Ora finché il lamento è morale, ognuno pensa quello che vuole. Ma l’aborto farmacologico senza ricovero è compatibile con la legge 194 e il privato non c’entra nulla. Quando la legge 194 è stata scritta non esisteva la possibilità di abortire con dei farmaci eppure, in una parte sorprendentemente lungimirante, prevedeva l’aggiornamento del personale sanitario circa le “tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza” (articolo 15). Quindi non c’è alcuna violazione della legge sulla interruzione volontaria della gravidanza.
È quello che succede o dovrebbe succedere sempre: nessuno si scandalizza se al rimedio chirurgico si aggiunge un’altra possibilità. Se per l’ulcera è un grande passo avanti, per l’aborto è un peccato mortale. E siccome quando parliamo di aborto tutto è permesso, si può anche dire che si ritorna al privato. Quale privato? Cioè alla illegalità?
Forse non si è capito oppure non si è avuto tempo di leggere la 194 o le linee di indirizzo ministeriali. D’altra parte, l’argomentazione per dimostrare che i feti e gli embrioni e le blastocisti sono già persone come noi è: «Provi (il riferimento è al presidente della Campania Roberto Fico, ma immagino un po’ a tutti noi) a chiedere a un bambino di pochi anni chi c’è nel pancione della sua mamma incinta. Di certo vi risponderà: il mio fratellino, la mia sorellina». Incontrovertibile. E sicuramente applicabile a tutte le gravidanze. Anche se per le primipare dovremmo trovare un sostituto.
Chi condanna l’aborto naturalmente lo condannerà qualsiasi sia il modo per ottenerlo. Ma sembra esserci perfino una maggiore gravità se pensi che sia più facile, meno complicato. Poi non è mai chiara quale sia l’alternativa. Cioè, pensare davvero che sarebbe morale obbligare una donna a portare avanti una gravidanza? Dopo tutte le discussioni, i dubbi, la questione dello statuto e della personalità dell’embrione, i conservatori dovrebbero essere un po’ più coraggiosi e parlare della inevitabile conseguenza: se non posso decidere di abortire, devo essere costretta a non farlo. Anche se rischio la vita, anche se mi hanno stuprato, anche se c’è una patologia neonatale grave. Perché se la vita è sacra, lo è sempre.
Ma forse non posso davvero scegliere, perché il paternalismo ancora ci seduce. Se teniamo questa promessa, la questione del risparmio diventa un mediocre calcolo da burocrate. Come si può risparmiare sulla vita?
Eppure sarebbe saggio non far scivolare via la realtà. Le risorse sanitarie sono limitate e sprecarle significa che non ci saranno per tutti e per tutto. Già è così e tra un farmacologico senza ricovero e un aborto chirurgico la differenza dei costi è rilevante. Nel secondo caso, è ovvio, servono più medici e una sala operatoria. Solo per fare un esempio: nel Lazio un chirurgico costa circa mille euro e un farmacologico senza ricovero 72 euro.
Quindi le Regioni che non permettono questa possibilità stanno sprecando moltissimi soldi. Per non parlare della Lombardia che inspiegabilmente fa pagare di più il farmacologico in day hospital (1.246 euro) del chirurgico (952). Perché?
