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il 2 Settembre 2026

Pnrr, Italia brava nell’ottenere i soldi. Ma non sempre li abbiamo spesi bene (corriere.it)

di Carlo Cottarelli

Ripresa e resilienza i fondi UE

Non si vede per ora l’impatto strutturale sulla crescita

Ormai è terminato, o quasi. C’è ancora qualche strascico non irrilevante, ma possiamo legittimamente considerare chiuso il capitolo Pnrr, ossia il Piano nazionale di ripresa e resilienza finanziato dal programma Next Generation European Union (NGEU) ideato nel 2020 come risposta europea alla crisi Covid e diventato operativo nella seconda metà del 2021. È stata una buona idea? Che effetti ha avuto sulla nostra economia?

Il funzionamento

Ricordo come funzionava il Piano. All’Italia sarebbero arrivati circa 190 miliardi di euro (un po’ più di un terzo a fondo perduto e il resto come prestiti agevolati), l’importo più elevato tra i Paesi dell’Unione. Le risorse sarebbero arrivate, a partire dalla seconda metà del 2021, in rate semestrali da erogare se l’Italia avesse rispettato certe condizioni (distinte tra «traguardi» di tipo quantitativo, per esempio approvare una certa legge o regolamento, e «obiettivi» più quantitativi, come realizzare un certo investimento). C’erano inizialmente 527 condizioni, un numero record rispetto a tutti gli altri Paesi dell’Ue, relative a riforme e investimenti da realizzare.

Il Pnrr aveva due finalità strategiche, identificate dalle due R del Piano. La prima era di accelerare la Ripresa dalla crisi Covid. La seconda era di rafforzare la Resilienza dell’Italia, ossia la sua capacità di assorbire shock come quelli del Covid senza dover ricorrere di nuovo ad aiuti esterni: per questo era necessario aumentare strutturalmente il tasso di crescita dell’economia italiana sollevandolo dalla sindrome dello zerovirgola: se un Paese cresce poco ha difficoltà ad affrontare shock esterni perché entra presto in recessione e i capitali fuggono. Inoltre, con una bassa crescita è difficile ridurre il debito pubblico e superare una crisi senza un soccorso esterno.

L’ultima data di riferimento per traguardi e obiettivi era giugno 2026 e la Commissione sta valutando se abbiamo rispettato tutte le condizioni per il rilascio dell’ultima rata del Pnrr. Sono certo che anche questa sarà erogata come sono state erogate tutte le precedenti. Siamo stati degli studenti modello e abbiamo incassato tutto quello che era da incassare.

Ma cosa possiamo dire in termini dei risultati strategici del Piano? Le due R sono state realizzate? La risposta è positiva per la prima R: la ripresa dal Covid è stata più rapida del previsto e più rapida che negli altri Paesi dell’Ue. Già nel terzo trimestre del 2021 abbiamo superato il Pil dell’ultimo trimestre del 2019. Questo è senz’altro dovuto ai massicci finanziamenti (in termini di acquisti di titoli di Stato) erogati dalla Bce nell’ambito del suo programma di quantitative easing, posto in essere dal secondo trimestre 2020.

Ma non c’è dubbio che l’annuncio, nel luglio dello stesso anno, che era stato raggiunto un accordo tra i Paesi Ue per il programma NGEU, un segnale di solidarietà che era mancato in precedenti crisi, abbia dato morale all’Italia e rassicurato gli investitori, contribuendo all’abbassamento dei tassi di interesse e alla ripresa post Covid. Inoltre, via via che fluivano, le risorse del Pnrr contribuivano, assieme a quelle della Bce, a ridurre il ricorso del nostro Tesoro al più costoso mercato finanziario.

Gap della crescita

Il problema è invece relativo alla seconda R. Dopo cinque anni di Pnrr il tasso di crescita italiano stenta a staccarsi dallo zerovirgola: nella media del 2023-25 abbiamo fatto lo 0,7%, anche se quest’anno potremmo avvicinarci all’1%. Naturalmente, si potrebbe sostenere che senza il Pnrr saremmo andati ancora peggio, ma questi esercizi controfattuali lasciano il tempo che trovano. Insomma, perché non siamo riusciti a portare il nostro tasso di crescita al 2%-2,5% che ci servirebbe per recuperare il terreno perso, nei confronti della media Ue, nei primi vent’anni di questo secolo? Cosa è andato storto nel Pnrr?

Valutazioni d’impatto

Non sono state fatte analisi costi-benifici per valutare l’impatto dei capitoli di spesa

Partirei dal fatto che, fin dall’inizio, il disegno del Pnrr non era perfetto. Il Pnrr è stato messo insieme molto rapidamente da una coalizione di governo che andava dalla Lega ai 5 Stelle e, quindi, con la necessità di soddisfare esigenze dei vari partiti, spesso contrastanti.

Questi condizionamenti erano sostanziali: per esempio, nessuno dei grandi progetti di investimento è stato sottoposto a un’analisi costi benefici. Inoltre, ogni livello di governo reclamava la sua fetta di torta. Non si potevano lasciare insoddisfatti i quasi ottomila Comuni italiani. Da qui una pletora di investimenti, che spesso non avevano un diretto impatto sulla crescita strutturale dell’economia. Molti di questi progetti potevano rendere le nostre città più belle e vivibili, ma non aumentavano il nostro potenziale produttivo di lungo periodo.

Poi c’era l’urgenza di spendere: visito decine di scuole superiori ogni anno e non ce n’è una che non abbia ricevuto soldi dal Pnrr, ma l’urgenza della spesa era tale che la qualità di quello che si faceva è stata intaccata (non sapete quante scuole hanno fatto costruire aule per la realtà virtuale ora inutilizzate). Non posso non citare la ventina di miliardi del Pnrr che sono andati a finanziare i superbonus edilizi, che, al di là di altri problemi, poco centrano col potenziale di crescita italiano.

Cambi in corsa

Poi ci sono stati problemi di realizzazione. Ma come, si potrebbe dire? Se abbiamo incassato tutti i soldi vuol dire che abbiamo realizzato tutto quanto richiesto. Non è proprio così per tre motivi.

Il primo è che le condizioni inizialmente concordate con la Commissione Ue sono state ammorbidite quando si è capito che certe cose non riuscivamo a farle. Un esempio: dovevamo realizzare 264 mila posti in asili nido e scuole dell’infanzia, ma l’obiettivo è stato rivisto a 150 mila. Peraltro, la Commissione ha anche accettato quello che è in sostanza un artificio contabile per considerare come realizzati alcuni investimenti che non saremmo riusciti a completare entro giugno 2026.

Secondo: alcuni degli obiettivi erano definiti in modo poco stringente. Un esempio: invece di chiedere che i 2 miliardi di investimenti per ridurre le perdite degli acquedotti fossero condizionati a una riduzione percentuale delle perdite, il Pnrr fissava come condizione semplicemente la realizzazione di «interventi» (non meglio specificati) su 45 mila chilometri di rete. Saranno stati fatti, ma con che risultati?

Terzo, la condizionalità, quando applicata a riforme strutturali, è molto difficile da implementare per sua stessa natura. Si possono definire in termini generici le caratteristiche di certe riforme, per esempio della burocrazia (dovevamo implementare 600 misure di semplificazione), ma la qualità delle misure da adottare non poteva essere definita chiaramente. Certo si può verificare ex post se certe riforme sono state in linea non solo con la lettera del Pnrr, ma anche con lo spirito del Piano. Ma la Commissione è stata di manica larga in varie occasioni su questo aspetto.

Tutto sommato, la seconda R è ancora lontana dall’essere raggiunta. Non disperiamo però. Il mondo non è finito col giugno del 2026. Abbiamo ancora tempo per riformare l’economia italiana. Le prossime elezioni saranno cruciali per scegliere chi può realizzare al meglio queste riforme.

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