Per ordine del presidente: via i cartelloni che ricordano gli schiavi di George Washington (lavocedinewyork.com)

di Adriana Carnelli

Le due installazioni erano nella "President's 
House" di Philadelphia. 

Il decreto di Trump attacca “l’ideologia corrosiva” sulla storia americana.

Lo avevano annunciato fin da settembre, ora è successo. A Philadelphia sono state rimosse due installazioni dedicate alle schiavitù dalla President’s House che fu di George Washington, primo presidente degli Stati Uniti, in ottemperanza a un decreto firmato lo scorso marzo da Donald Trump e destinato al National Park Service.

Il decreto, intitolato “Restoring Truth and Sanity to American History”, impone al Dipartimento dell’Interno di eliminare materiali ritenuti promotori di una “ideologia corrosiva” sulla storia americana.

Giovedì sono state rimosse le installazioni intitolate “Life Under Slavery” e “The Dirty Business of Slavery”, segnando il primo intervento fisico dopo mesi di minacce. L’operazione, difesa dal segretario dell’Interno Doug Burgum come un modo per “concentrarsi sulla grandezza dei successi americani”, ha suscitato aspre proteste anche sui social da parte di storici e attivisti per i diritti civili.

A settembre l’amministrazione aveva ordinato la rimozione di numerosi allestimenti e cartelloni legati alla schiavitù dai parchi nazionali di tutto il Paese, compresa una celebre fotografia di un ex schiavo con le cicatrici delle frustate sulla schiena. Doug Burgum aveva dichiarato che i cartelli dei parchi nazionali dovrebbero “concentrarsi sulla grandezza delle conquiste e dei progressi del popolo americano”.

Giovedì, dipendenti del National Park Service sono stati visti mentre rimuovevano i pannelli con i titoli “Life Under Slavery” (“La vita sotto la schiavitù”) e “The Dirty Business of Slavery” (“Il losco affare della schiavitù”) dall’Independence National Historical Park. La President’s House fungeva da memoriale per i nove schiavi che il primo presidente degli Stati Uniti, George Washington, teneva nella proprietà della capitale quando vi risiedeva.

Washington ebbe schiavi fino alla morte, come tutti i proprietari terriere della Virginia; divenne proprietario di schiavi di terza generazione ereditandone dieci alla morte del padre quando aveva appena 11 anni, e aumentarono attraverso eredità, acquisti e l’incremento naturale dei figli nati in schiavitù. Nel 1759 acquisì inoltre un controllo sostanziale sugli schiavi appartenenti alla tenuta Custis con il matrimonio con Martha Dandridge Custis.

Ne aveva 124 al momento del suo decesso nella sua tenuta di Mount Vernon; e il suo testamento stabiliva che, ad eccezione del suo valletto William Lee — liberato immediatamente — gli schiavi passassero alla vedova Martha fino alla sua morte. Sentendosi insicura in mezzo a persone la cui libertà dipendeva dalla sua scomparsa, Martha li emancipò nel 1801.

Il presidente avrebbe cominciato a prendere in considerazione l’emancipazione dei suoi schiavi a metà degli anni 1790 ma secondo gli storici quei piani fallirono per l’impossibilità di reperire le risorse finanziarie che riteneva necessarie, e per la disapprovazione della famiglia della moglie, che avrebbe portato alla separazione dei suoi schiavi dai familiari arrivati con Marta Dandrige Custis.

Alla morte di Washington, nel 1799, a Mount Vernon vi erano 317 persone schiavizzate: 124 di sua piena proprietà, 40 erano affittati, gli altri schiavi appartenenti all’eredità del primo marito di Martha Washington, Daniel Parke Custis, per conto dei loro nipoti.

Prima di allora, Washington appariva diviso sulla questione. Nel 1774 aveva denunciato pubblicamente la tratta degli schiavi per motivi morali nei Fairfax Resolves. Dopo la Guerra d’Indipendenza continuò a possederne, ma sostenne la necessità di abolire la schiavitù attraverso un graduale processo legislativo.

Come comandante in capo dell’Esercito Continentale nel 1775, inizialmente aveva di accettare afroamericani, liberi o schiavi, nei ranghi, ma cedette alle esigenze della guerra e in seguito guidò un esercito integrato dal punto di vista razziale. Nel 1778 espresse avversione all’idea della vendita pubblica di alcuni dei suoi schiavi o alla separazione delle loro famiglie.

Politicamente, però, Washington riteneva che la questione della schiavitù minacciasse la coesione nazionale (non aveva torto, come dimostrò un secolo dopo lo scoppio della guerra civile); da presidente non ne parlò mai pubblicamente, e firmò leggi che tutelavano la schiavitù così come leggi che la limitavano. In Pennsylvania aggirò i tecnicismi delle leggi statali per mantenere la sua proprietà sugli schiavi di famiglia.

Quale parte di questa storia risulterà indigesta all’amministrazione Trump?

Per ordine del presidente: via i cartelloni che ricordano gli schiavi di George Washington(La rimozione dei cartelloni sulla schiavitù dalla President’s House di Philadelphia/screenshot da X)

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