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L'arco di tempo dalla strage in cui morì il giudice Falcone al 19 luglio 1992 è cruciale per la comprensione della molla che spinse Cosa Nostra a uccidere Borsellino.
“Borsellino in quei 57 giorni implorava di essere ascoltato e non si trovò il tempo”. Così l’avvocato Fabio Trizzino, legale dei familiari del giudice Paolo Borsellino, è intervenuto in qualità di parte civile nel processo in corso davanti la corte d’Assise di Caltanissetta, in cui il pm Gabriele Paci ha chiesto l’ergastolo per il latitante Matteo Messina Denaro, accusato di essere uno dei mandanti delle Stragi del ’92.
Nei giorni successivi all’attentato di Capaci del 23 maggio – in cui fu ucciso il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti delle scorte – l’obiettivo successivo di Cosa Nostra era diventato l’ex ministro Calogero Mannino. “Noi dovremmo capire perchè Totò Riina decise di virare su Borsellino”, ha aggiunto l’avvocato Trizzino alla corte presieduta dal giudice Roberta Serio.
“Nessuno ci raccontò in quegli anni l’attività che veniva condotta da due militari del Ros, sganciati da alcuna guida – ha continuato il legale – e noi abbiamo un giudice che in quei giorni implorava di essere ascoltato e non si trovò il tempo. Dal 24 maggio al 19 luglio voleva parlare con la Procura di Caltanissetta per dare il suo contributo, ma non fu mai ascoltato. Gli danno un magistrato di collegamento, il povero compianto dottor Vaccaro, ma che gli si affianchi un magistrato proveniente da Messina a colui il quale aveva istruito il Maxiprocesso mi sembra…niente, non è stato ascoltato, Paolo Borsellino“.

