No, non è la Terza guerra mondiale: è la Prima guerra globale. Ora l’Italia pensi all’autonomia (energetica) (corriere.it)
Si sente dire spesso che staremmo entrando, o rischiamo di entrare, nella Terza guerra mondiale.
Non mi convince.
Se la definizione di “guerra mondiale” è quella del ventesimo secolo – un conflitto fra due alleanze contrapposte – allora non stiamo assistendo a niente del genere.
Lo stato di guerra sembra divenire endemico in molti punti di attrito del pianeta e dal 2022 oltre cinquanta Paesi ne sono coinvolti. Ciascuno dei focolai si rivela incredibilmente difficile da sedare e spegnere definitivamente.
Ma non esistono coalizioni rigidamente contrapposte, piuttosto rivalità a volte fluide e à la carte. La Russia e l’Iran sono impegnati a sostegno di fronti opposti nella guerra in Sudan, ma alleati contro l’Ucraina. Anche Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono su fronti opposti in Sudan, ma entrambi presi di mira dai droni e missili dell’Iran.
La Turchia è un finanziatore importante della guerra contro l’Ucraina, comprando grandi quantità di petrolio russo, ma è la diretta avversaria di Mosca in Libia. E gli Stati Uniti considerano la Russia un potenziale nemico a causa della sua alleanza con la Cina, ma nei fatti la stanno aiutando nella guerra contro Kiev.
No, non è la Terza guerra mondiale. Questa è la Prima guerra globale: uno stato di conflitto endemico e diffuso, in teatri diversi, che coinvolge un numero crescente di Paesi in misure e modi variabili. Mostrerò sotto più in dettaglio come e dove la Prima guerra globale abbia già ucciso almeno 600 mila persone dal 2022.
Fra le tante derivate, c’è però un aspetto specifico che riguarda l’Italia. Siamo di fronte al secondo choc energetico dovuto ai conflitti in un quadriennio. E se è presto per dire quanto profondo e duraturo esso si dimostrerà, non lo è per dire che sull’energia l’Italia deve ripensare la propria autonomia strategica. Deve rafforzarla. Perché siamo vulnerabili, anche rispetto al resto d’Europa.
Un grado maggiore di autosufficienza dev’essere una priorità nazionale, assoluta e bipartisan, per affrontare questi tempi di ferro. Cosa voglio dire? Guardate il grafico sotto: il gas è la principale fonte di elettricità e calore del Paese ma solo l’11% delle forniture arriva da Paesi affidabili dal punto di vista geopolitico (e no, gli Stati Uniti non lo sono). Ma di questo tra poco. Prima vediamo come si presenta, nel complesso, la Prima guerra globale.

I focolai di conflitto
I focolai di conflitto attivi fra Stati riguardano la Russia e l’Ucraina e, in Medio Oriente, lo scontro per il futuro dell’Iran. Poi ci sono le situazioni croniche ma meno attive, o intermittenti: fra Pakistan e Afghanistan, fra Pakistan e India, fra Cambogia e Thailandia, fra Cina e Taiwan assistiamo in modi diversi a conflitti che a momenti deflagrano e poi tornano a covare sotto la cenere oppure – come nel caso di Pechino contro Taipei – a provocazioni crescenti che in certe fasi sfiorano il blocco navale o la prova generale di un’aggressione.
Il terzo tipo di guerra si svolge con maggiore o minore intensità entro singoli Paesi – il Sudan e la Libia su tutti – e, benché essa si presenti come guerra civile, vede in realtà potenze esterne intervenire per il controllo delle risorse. E lascio fuori decine di altri teatri in Africa dove il confronto armato è più direttamente in mano a fazioni di uno stesso Paese.
Se la Prima e la Seconda guerra mondiale furono una resa dei conti tra alleanze, la Prima guerra globale è frutto del collasso delle coalizioni. Più ancora, del collasso generale dell’ordine internazionale emerso dopo la dissoluzione del blocco sovietico. L’aggressione all’Ucraina e il naufragio dell’Alleanza atlantica, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, sono i fattori che hanno fatto deflagrare tensioni accumulatesi nel tempo. Con quei due eventi, le vecchie coalizioni e il vecchio ordine internazionale si dissolvono.
In modi diversi, Trump e Putin vogliono rivedere le norme e gli equilibri concordati dopo la fine della guerra fredda.
Pressata dall’ascesa della Cina, l’America non sopporta più il peso delle alleanze e i vincoli posti dalle regole e dalle istituzioni internazionali. Quanto a Putin, vuole riscrivere i termini della pace europea del 1989 in modo non molto diverso da come Mussolini e Hitler volevano farlo con la pace del 1919. In questo lui e Trump sono accomunati da un’intesa tattica per un tratto di strada.
Ovvio poi che anche la Cina abbia la sua agenda di dominio e rivincita dopo i “secoli dell’umiliazione”, quindi sia altrettanto insofferente del vecchio ordine e interessata a destabilizzare gli assetti degli altri: per esempio, permettendo e alimentando con le sue tecnologie l’aggressione della Russia all’Ucraina o i missili e droni dell’Iran contro Israele e i Paesi del Golfo grazie ai suoi satelliti.
Cinquanta Paesi
In questo quadro, dal 2022 sono rimasti coinvolti oltre cinquanta Paesi con una popolazione complessiva di oltre quattro miliardi di persone. La metà dell’umanità è in qualche misura a contatto con i conflitti. Tutti questi Paesi o i loro cittadini negli ultimi quattro hanno compiuto azioni spiegabili solo in un contesto di guerra, oppure sono stati essi stessi teatro di azioni belliche. Naturalmente, si tratta di situazioni varie e diverse.
Ci sono territori vittime di aggressioni dall’esterno come l’Ucraina; territori origine di aggressioni come la Russia; governi che inviano armi, mezzi e a volte uomini per lo sforzo di guerra di altri Paesi come fanno gli europei o la Cina e la Corea del Nord su fronti opposti del conflitto russo-ucraino; ci sono Paesi che ne aiutano altri e sono essi stessi bersaglio di attacchi ibridi violenti, dalle bombe sulle ferrovie polacche alle esplosioni in Germania; ci sono poi il conflitto mediorientale in allargamento e i vassalli dell’Iran dal Libano fino allo Yemen; infine i conflitti per le risorse, le dispute di confine e i disegni di annessione che tornano o si acuiscono in Asia meridionale, in Asia del Sud-Est e in Africa. Infine, qualunque cosa se ne pensi, c’è l’America: intervenuta militarmente in Venezuela e altri sei Paesi diversi dal ritorno di Trump alla Casa Bianca.
Tutto questo non ha precedenti. È un grado di coinvolgimento e diffusione dei conflitti “locali” molto superiore persino a quello che si vedeva fra il 1936 e il 1939 al momento della guerra di Spagna, dell’annessione nazista dell’Austria e della Cecoslovacchia o dell’aggressione italiana all’Etiopia.
Poiché a differenze nel 1914, del 1939 stesso o della guerra fredda non esistono coalizioni rigide di Paesi, si può sperare che il quadro attuale non sfoci in un conflitto ancora più vasto e strutturato.
Ma ecco la lista degli Stati in qualche misura coinvolti nella Prima guerra globale di questi anni. In Europa hanno inviato armi all’Ucraina e subìto almeno 150 attacchi ibridi con esplosioni, uccisioni mirate o sabotaggi attribuibili a Mosca i seguenti Paesi: Polonia, Germania, Francia, Danimarca, Estonia, Lituania, Lettonia, Romania, Svezia, Norvegia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Spagna, Olanda, Lussemburgo, Bulgaria, Belgio, Finlandia, Islanda. Hanno spedito armi da impiegare in guerra in Ucraina anche Italia, Gran Bretagna, Portogallo, Croazia oltre che (fuori dall’Europa) Canada e Australia.
Poi naturalmente c’è l’Ucraina stessa, con circa centomila morti. E la Russia, con almeno 250 mila morti (spalleggiata dalla Cina con fondi e tecnologia e dalla Corea del Nord, probabilmente al prezzo di almeno diecimila morti). Nell’esercito di Mosca combattono inoltre chissà quante migliaia di mercenari arruolati da Nigeria, Congo, Bangladesh, India, Nepal, Cuba, dalle repubbliche ex sovietiche del Caucaso e decine di altri Paesi.
Fra India e Pakistan e fra Pakistan e Afghanistan sono scoppiati in questi mesi scontri armati per dispute, in apparenza, di confine. Così fra Thailandia e Cambogia. L’Iran ha alimentato l’aggressione a Israele del 7 ottobre 2023 attraverso Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen e formazioni controllate in Siria, mentre oggi fa fuoco direttamente contro Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman, Bahrain, Kuwait, Cipro e Azerbaijan per rispondere agli attacchi di Stati Uniti e Israele. A Gaza la reazione di Israele stessa al 7 ottobre ha ucciso varie decine di migliaia di civili – oltre ai terroristi – senza riuscire a sradicare il controllo violento di Hamas sulla Striscia.
Quanto al conflitto in Sudan, determinare il numero dei morti è impossibile: una stima ne indica almeno 150 mila, in una “guerra civile” che vede Emirati Arabi Uniti e Russia a sostegno dell’esercito ufficiale (ma su fronti opposti nel Golfo) ed Egitto, Arabia Saudita e Iran a sostegno dei “ribelli” (ma anche loro su fronti opposti nel Golfo). Per non parlare dell’uso politico dei dazi o dei pericoli bellici alla navigazione in due snodi nevralgici del pianeta, gli stretti di Hormuz all’uscita dal Golfo Persico e di Bab El-Mandeb all’uscita dal Mar Rosso.
Da ieri nell’area sta arrivando anche la portaerei francese Charles de Gaulle, oltre alle tre americane. Di certo, non una delle potenze nucleari del pianeta è estranea ad uno o più fra i conflitti in corso.

La priorità italiana
Determinare se a questa Prima guerra globale l’Italia arrivi da Paese di rango medio o medio-basso sarebbe una perdita di tempo. Più urgente è mettere a fuoco quali sono le priorità in un quadro che non promette, per ora, un ritorno all’ordine. Una delle grandi questioni è resa evidente dal grafico sopra: dipendiamo più della media europea e delle principali economie da idrocarburi importati.
Abbiamo visto sopra quasi siano le nostre fonti del gas e i rischi annessi a forniture di Paesi esposti all’estremismo e alle guerre (Algeria, Qatar, Libia, Azerbaijan) o disposti a esercitare coercizione politica (Russia, Stati Uniti sotto Trump). Del petrolio invece i principali fornitori in anni recenti sono stati Libia, Azerbaijan, un alleato della Russia come il Kazakhstan, l’Iraq e l’Arabia Saudita.
I quattro quinti del fabbisogno di energia dell’Italia vengono dunque da Paesi dove, in ogni momento, un missile può distruggere un oleodotto, un gasdotto o una petroliera; dove un autocrate o aspirante tale può cercare di ricattarci; dove una rivolta interna o una guerra civile può tagliarci fuori dalle forniture (in Libia è già successo).
Non siamo in una condizione confortevole. Né possiamo illuderci che problemi del genere si risolvano in pochi mesi, ma dobbiamo riconoscerli più e meglio di come si sia fatto finora. Il grafico sotto mostra per esempio che, per la prima volta dall’aggressione russa all’Ucraina, con i cali del prezzo nel 2025 è tornata ad aumentare sia la quantità (da 118,5 a 125 terawattora) che la quota di energia elettrica (dal 44,3% al 47,3% del totale) prodotta da metano.

E malgrado gli enormi incentivi, costosi e malgrado i progressi, anche recenti, nell’ultimo decennio la quota delle rinnovabili nel consumo di energia in Italia è cresciuta meno che in Spagna, in Germania e nella media europea (mentre la Francia si affida al nucleare civile). Vedi sotto.

Nel tempo della Prima guerra globale, si tratta di una questione nazionale da affrontare con pragmatismo. Senza preclusioni. Dal lato dell’offerta, bisogna accelerare sulle rinnovabili, sul nucleare civile e sulle esplorazioni e lo sfruttamento dei giacimenti di gas (che sono abbondanti) nella nostra area di controllo politico o geopolitico nell’Adriatico e nel Mediterraneo centro-orientale.
Dal lato del consumo, è innegabile che la Cina sia un modello. Ha promosso la diffusione di massa di auto elettriche o ibride ben oltre il 50% delle nuove vendite, non per preoccupazioni ambientali ma per ridurre la dipendenza da petrolio importato: e dal 2024 il consumo di greggio nella Repubblica popolare ha iniziato a scendere. Allo stesso modo, la quota di rinnovabili nell’energy mix cinese ha quasi raggiunto quella dell’Italia (17,47% contro 20,43%).
Fra retorica e realtà
Da noi invece si assiste a una lotta fra capponi di Renzo. Dal lato del governo si continua a diffondere l’idea che la transizione verde e l’auto elettrica (dove siamo a un terzo dei livelli medi europei per nuove registrazioni) siano contrari agli interessi del Paese, perché costano. Dall’opposizione invece troppo spesso si rifiuta di riconoscere quanto sia urgente il nucleare civile o di ammettere che servono più esplorazioni ed estrazione di gas nel Mediterraneo: al 20% del fabbisogno di energia, le rinnovabili da sole non basteranno mai.
Tutta questa è retorica politica fuori dal tempo, di un’epoca che non è più la nostra. Nella Prima guerra globale, l’Italia non avrà mai un ruolo da potenza di primo piano. Ma può fare molto di più per tutelare se stessa.
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