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  • Nel decreto flussi numeri ambiziosi e problemi irrisolti (lavoce.info)
il 12 Luglio 2025

Nel decreto flussi numeri ambiziosi e problemi irrisolti (lavoce.info)

di Enrico Di Pasquale

Immigrazione

Il decreto flussi 2026-2028, appena approvato dal governo, prevede l’ingresso di circa 500mila lavoratori non comunitari.

Non risolve però le problematiche di un meccanismo datato e farraginoso. È sempre più necessaria una revisione complessiva della legge.

Il contesto demografico

Le dinamiche demografiche in corso in Italia portano alla necessità di ripensare il sistema produttivo nel suo complesso, con un occhio di riguardo alle politiche migratorie. Infatti, il decreto flussi 2026-2028 prevede l’ingresso di circa 500mila lavoratori non comunitari, ma non risolve le criticità di un meccanismo datato e farraginoso.

Nel report sugli indicatori demografici 2024, pubblicato lo scorso 31 marzo, l’Istat evidenzia la sempre più evidente crisi della natalità, con il record minimo di 1,18 figli per donna registrato nel 2024. I decessi sono il 75 per cento in più delle nascite, con un saldo naturale negativo di quasi 300mila unità all’anno. L’Italia del prossimo futuro avrà quindi più anziani e meno giovani, con conseguenze per il sistema produttivo, assistenziale e di welfare.

Ad esempio, il rapporto Unioncamere-Excelsior del 2024 prevedeva, per il quinquennio 2024-2028, un fabbisogno di manodopera di 3,8 milioni di nuovi lavoratori, di cui quasi l’80 per cento solo per sostituire chi andrà in pensione. Dei 3 milioni previsti nel settore privato, ben 640mila (21,3 per cento) sarebbero lavoratori immigrati.

Il vice capo del Dipartimento economia e statistica della Banca d’Italia, Andrea Brandolini, nell’audizione alla Camera del 15 aprile, affermava che “L’immigrazione è stata finora cruciale per colmare i vuoti creati nel mercato del lavoro dal declino della popolazione autoctona” e che “Sono necessarie politiche che garantiscano flussi migratori regolari che incontrino le necessità delle imprese e assicurino un’integrazione completa per chi arriva nel paese”.

Il decreto flussi 2026-2028

Il Consiglio dei ministri del 30 giugno ha dato il via libera al decreto flussi per il prossimo triennio, prevedendo l’ingresso di circa 500mila lavoratrici e lavoratori provenienti da paesi non Ue. Tra questi, il 54 per cento sarebbe comunque rappresentato da lavoratori stagionali nei settori agricolo e turistico.

Leggi anche:  Immigrazione tra narrativa e realtà

Le quote, determinate tenendo conto dei fabbisogni espressi dalle parti sociali e delle domande di nulla osta al lavoro effettivamente presentate negli anni scorsi, vanno nella direzione già tracciata nel triennio precedente, che aveva previsto 452mila ingressi.

Prosegue, poi, il progressivo e graduale ridimensionamento del meccanismo del “click day”. Da un lato, le finestre temporali saranno spalmate durante l’anno, consentendo un monitoraggio più puntuale; dall’altro lato, si continuerà a incentivare gli ingressi fuori quota per lavoratori formati nei paesi di origine.

I limiti del decreto

Rimangono irrisolti alcuni limiti strutturali di un meccanismo che ha più di venticinque anni, essendo stato introdotto in Italia dalla legge Turco-Napolitano (1998) e poi consolidato dalla Bossi-Fini (2002).

Il principale riguarda il nesso tra “ingresso” e “lavoro”. Infatti, la domanda d’ingresso viene fatta dal datore di lavoro, che quindi si impegna ad assumere qualcuno che non ha mai visto né conosciuto. Per questo, vari analisti sostengono che in realtà molti beneficiari siano già presenti in Italia, rendendo questa procedura una “sanatoria” de facto.

Un altro limite riguarda il famigerato “click day”, ovvero il fatto che l’unico criterio di selezione è quello cronologico di presentazione delle domande, senza alcuna valutazione nel merito dei profili e delle competenze. È un meccanismo che nel corso ha generato anomalie e sospetti di truffa, come quelli denunciati dalla stessa presidente Meloni all’Antimafia nel 2024.

Nel comunicato stampa del governo si afferma la «volontà di ridimensionare gradualmente il meccanismo del “click day”». Per il momento, però, i progetti di formazione in patria sono ancora in fase sperimentale, avviati solo in alcuni paesi (ad esempio Marocco e Tunisia) e in pochi settori legati alla grande industria. Pare difficile, in effetti, estendere il modello alle piccole imprese e a un più largo numero di paesi.

Infine, rimane il problema della procedura amministrativa. Nonostante le diverse misure di snellimento adottate negli ultimi due anni, il meccanismo rimane complesso e non sempre in linea con le esigenze delle aziende, soprattutto per le tempistiche di arrivo dei lavoratori (basti pensare agli stagionali).

Leggi anche:  Referendum sulla cittadinanza: cosa cambia se vince il “sì”

Peraltro, storicamente l’Italia ha sempre attratto prevalentemente manodopera poco qualificata, o comunque ha concentrato i lavoratori immigrati in mansioni di basso livello.

Ma nei prossimi anni non sarà solo la manodopera poco qualificata a scarseggiare: secondo le già citate previsioni Unioncamere-Excelsior, quasi il 40 per cento del fabbisogno sarà costituito da professioni specializzate (18,2 per cento) e professioni tecniche (18,9 per cento). Gli strumenti che attualmente consentono di attrarre queste competenze, come la Blue Card o la Global Skill Partnership, sono ancora poco utilizzati, almeno in Italia.

La somma di queste criticità porta ai numeri, impietosi, pubblicati da Ero Straniero: nel 2024, quindi dopo gli “aggiustamenti” apportati alla procedura, solo il 7,8 per cento delle quote di ingresso stabilite dal governo si è trasformato in richieste di permessi di soggiorno e impieghi stabili e regolari. Una percentuale perfino inferiore a quella del 2023, che era del 13 per cento.

Le ipotesi di riforma

Negli ultimi anni sono state avanzate diverse proposte di riforma, alcune delle quali raccolte da Ero Straniero. Ad esempio, si potrebbe sperimentare il permesso di soggiorno per ricerca lavoro, magari con una cauzione da versare in anticipo come garanzia. Oppure reintrodurre la figura del garante o “sponsor”, sul modello anglosassone, in vigore in Italia solo tra il 1998 e il 2002. Si potrebbero poi avviare meccanismi di regolarizzazione puntuali e specifici, ben diversi dalle emersioni di massa sperimentate negli ultimi trent’anni.

Indipendentemente dalla strada che verrà scelta, appare evidente la necessità di rivedere un impianto datato e farraginoso, anziché continuare a proporre piccoli correttivi.

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