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  • Natalia Litvinova: “Io, figlia di Chernobyl 40anni dopo. Mostrò i limiti del sistema sovietico” (lastampa.it)
il 1 Maggio 2026

Natalia Litvinova: “Io, figlia di Chernobyl 40anni dopo. Mostrò i limiti del sistema sovietico” (lastampa.it)

di Anna Zafesova

«Non volevo nascere in autunno in un paese radioattivo».

Il romanzo autobiografico di Natalia Litvinova inizia con queste parole. La scrittrice ha vissuto la catastrofe di Chernobyl nella pancia di sua madre, e dall’infanzia nelle terre contaminate della Bielorussia è nato il suo primo romanzo, Lucciola (La nave di Teseo). «Ho scritto questo libro perché non potevo non farlo», racconta oggi da Buenos Aires dove vive dal 1996. «Chernobyl era, e continua ad essere, un argomento che mi ossessiona».

Sono trascorsi 40 anni dalla catastrofe di Chernobyl, le nuove generazioni non se la ricordano. Ha pensato di scrivere il suo primo romanzo per conservarne la memoria?

«Sono nata nel settembre del 1986, pochi mesi dopo la sciagura, e i miei nonni materni, che non ho mai conosciuto, vivevano a pochi chilometri di distanza. Sono legata a quella tragedia in modo molto stretto, sia geograficamente che emotivamente. Penso che chi è rimasto forse è riuscito a integrare o normalizzare quell’esperienza, perché la vita richiede di andare avanti, sostenere la famiglia. Nel mio caso, l’emigrazione ha reso Chernobyl una sorta di abisso, un enigma che non si chiudeva. C’era qualcosa in quella catastrofe che non si estingueva per diventare passato. Non ho mai pensato al romanzo come un’indagine, ma piuttosto come un’esplorazione della vita quotidiana di una famiglia, in un mondo attraversato da due grandissime scosse: la catastrofe di Chernobyl e la disintegrazione dell’Unione Sovietica».

Quali segni ha lasciato questa catastrofe?

«Tracce spesso non immediatamente riconoscibili. Nel mio romanzo, la madre vive una costante sensazione di minaccia, chiede a un’amica che lavora su un treno di portarle prodotti alimentari “puliti” da altre regioni. Allo stesso tempo, racconto di genitori per i quali le radiazioni non sono più una sfida, perché la vita quotidiana è già troppo difficile. Nel caso della mia famiglia, non conoscere le reali conseguenze delle radiazioni ha generato una paura molto concreta e quotidiana, al punto da vedere l’emigrazione come l’unica via d’uscita possibile».

Le “lucciole” del titolo sono i bambini considerati “radioattivi”, presi in giro perché si diceva che si illuminavano al buio. Com’è stato vivere con questo stigma?

«Noi bambini non capivamo cosa fossero le radiazioni. Nessun insegnante o adulto me ne ha parlato con l’intento di informarci o prepararci. Come la protagonista del mio romanzo, l’ho scoperto origliando le conversazioni degli adulti, ascoltando la gente nelle stazioni mormorare indicando quelle enormi mele in vendita e dicendo sottovoce che erano contaminate, o imbattendomi in opuscoli ufficiali. C’erano divieti – non prendere il sole, non bagnarsi sotto la pioggia perché poteva essere radioattiva – e una costante sensazione di allerta. Molte volte, da bambina, ho sentito che il mio stesso corpo era una zona pericolosa».

Nella sua memoria d’infanzia, si parlava di Chernobyl? O si preferiva dimenticarlo?

«Avevo sette o otto anni quando mia madre decise di recarsi nel villaggio sfollato dei suoi genitori, vicino a Chernobyl. Tornò con nel portafoglio foto di famiglia recuperate. Ero corsa ad abbracciarla, ma lei mi aveva fermato e, quasi senza guardarmi, mi aveva detto: “No. Sono contaminata. Prima devo lavarmi”. Non se ne parlava apertamente, ma attraverso scene del genere, precauzioni, gesti».

Cosa significa avere paura della mela che si coglie dall’albero?

«Ricordo un’infanzia felice, nonostante tutto, e strettamente legata alla natura, ai fitti boschi che offrivano le loro bacche, i funghi, le noci, l’esplorazione, la libertà. I bambini sono capaci di vedere il bello anche nell’orrore, quasi come piccoli poeti. Quelle mele enormi, portate a scuola da qualche ragazzo che diceva che erano radioattive, avevano qualcosa di mitico. Alcuni volevano provarle, altri dicevano che potevano avvelenarci o trasformarci in mostri; era tutto una sorta di favola. Per gli adulti, invece, era una vera preoccupazione. Perché vivevamo di ciò che produceva la terra, non avevamo altra scelta».

Cosa rimane oggi del ricordo di quella sciagura nella sua terra d’origine?

«Abbiamo lasciato la Bielorussia quando avevo nove anni. Sono tornata nell’estate del 2017 e ho provato a parlare dell’Incidente di Chernobyl. Sono rimasta sorpresa che quasi nessuno volesse parlarne. Non per un rifiuto esplicito, ma perché non sembrava più rilevante. Ho percepito un processo di normalizzazione che per me è stato scioccante. Credo comunque che questo non significhi che il trauma sia stato superato. Piuttosto si è trasformato, è diventato silenzioso, si è integrato nella vita».

Chernobyl viene considerata la tragedia che ha innescato il collasso dell’Urss. Lei è d’accordo?

«La gestione dell’Incidente ha generato profonda sfiducia, anche se non è iniziata allora. Non è stata l’unica causa del crollo, ma certamente ha mostrato i limiti del sistema nel suo rapporto con la verità e con la vita delle persone».

Nel suo romanzo, accanto alla “zona di esclusione” radioattiva, colpisce l’assenza di empatia: i pompieri inviati a spegnere il reattore esploso senza protezioni, i bambini portati in piazza nonostante la contaminazione, le lavandaie che pulivano i panni radioattivi ammalandosi.

«Nell’Europa dell’Est, il XX secolo ha lasciato segni molto profondi: guerre, stermini di massa, migrazioni, ma anche forme di sopravvivenza in cui spesso non c’era spazio per l’espressione emotiva come la intendiamo oggi. La gestione dell’Incidente di Chernobyl può essere vista come parte di una logica statale più ampia dell’Unione Sovietica, dove la stabilità o l’immagine del sistema venivano prima della salute pubblica».

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