Mario Draghi e la politica che sopravvive ai social media (youtrend.it)

di Francesco Intini

A differenza del suo predecessore, Draghi non 
ha una propria pagina né su Facebook, né su 
Instagram, né su altri social

Sono molteplici le novità che l’avvento dei social media ha introdotto nella sfera politica, dalla parziale sostituzione dei media tradizionali nella “dieta mediatica” degli elettori fino alla trasformazione della comunicazione, nei suoi linguaggi e nelle sue modalità: tutti fattori che concorrono in modo ugualmente decisivo a determinare opportunità e rischi di una presenza sui social, anche per chi – come Mario Draghi – ricopre una carica importante come quella di Presidente del Consiglio.

Da una parte, quindi, c’è la necessità di utilizzare e presidiare piattaforme che, a tutti gli effetti, vanno considerate ormai alla stregua di veri e propri mezzi di informazione – secondo il Censis (2020) il 31,4% degli italiani usa Facebook per informarsi – e dall’altra, invece, c’è l’opportunità di uniformarsi ad una classe politica e ad un suo modo di fare comunicazione molto presente nelle arene social.

A questo proposito, possiamo considerare separatamente due dimensioni fra loro molto diverse della stessa figura politica, con stili e obiettivi differenti: Draghi in quanto rappresentante più alto delle istituzioni e Draghi in quanto potenziale figura politica – nell’accezione anglosassone di politics – di massima rilevanza.

Se al primo, quindi, tocca fare i conti con il dovere di informare i cittadini sulle decisioni del proprio Esecutivo, utilizzando i canali ritenuti più adeguati, al secondo spetterà, invece, decidere se e come investire il proprio capitale di reputazione e consenso. Dovrà scegliere, insomma, se servirsi delle trasformazioni più recenti della comunicazione politica a suo vantaggio, per affermare e legittimare la propria identità di leader.

Draghi e i social: perché sì

La presenza online del Presidente del Consiglio non può dirsi sostituita dall’attività dei canali ufficiali di Palazzo Chigi. L’interpretazione formale e compassata di Draghi, infatti, non deve generare l’errore di far coincidere l’istituzione in sé con il suo più autorevole rappresentante. A testimonianza di ciò, basti pensare come Giuseppe Conte, alla fine del suo secondo governo, potesse contare, sia su Facebook che su Instagram, su un numero di follower quasi dieci volte superiore a quello dei corrispondenti profili istituzionali.

Al fine di intercettare – specialmente nei periodi di emergenza – quella porzione di pubblico che utilizza soltanto i social per informarsi, i soli profili di Palazzo Chigi non possono essere considerati sufficienti, e dotare perciò il Premier di account personali potrebbe rappresentare una soluzione opportuna. D’altra parte, presidiare i social con la figura di Draghi rappresenterebbe anche un efficace tentativo di sottrarre a leader e forze politiche narrazioni faziose e propagandistiche circa l’azione di governo.

Una chiara opportunità è quindi in prima battuta rappresentata dalla figura di garanzia che, anche sui social, Draghi si troverebbe ad interpretare, riempiendo quei silenzi che l’esecutivo ha manifestato in numerose occasioni a seguito dell’approvazione di provvedimenti mediaticamente rilevanti.
Sarebbe per questo estremamente utile, per il Governo, affermare nel dibattito pubblico sui social una voce ben più forte e autorevole di quella flebile e comprensibilmente austera di Palazzo Chigi.

E la sua percezione, sempre equamente distante da ogni partito, permetterebbe a Draghi di indossare i panni imparziali e rassicuranti del politico che usa i social solo per «comunicare quando ha fatto qualcosa» (per usare le sue stesse parole) e non per proprio tornaconto elettorale … leggi tutto

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