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  • Le mogli dello scià e quelle parodie canzonettiste (ilfoglio.it)
il 16 Marzo 2026

Le mogli dello scià e quelle parodie canzonettiste (ilfoglio.it)

di Adriano Sofri

Piccola Posta

Il loro passato infelice e il futuro che non si riscrive uccidendo un uomo solo: “Qualunque vera svolta può venire soltanto dall’interno, cioè dallo stesso popolo iraniano”, ha detto Farah Diba, terza moglie dello scià, al Domani

Il 2 giugno 1967 lo scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi, assisteva al Teatro dell’Opera di Berlino Ovest a una rappresentazione del “Flauto magico”. In strada si svolgeva una manifestazione contro il regime repressivo persiano e la sua complicità con la guerra americana in Vietnam.

Benno Ohnesorg, 26 anni, studente di Lettere, già sposato e in attesa di un figlio, era alla prima manifestazione della sua vita. L’ultima. 

Un poliziotto (membro della Stasi, si sarebbe scoperto quarant’anni dopo) gli sparò a bruciapelo, e dei suoi colleghi infierirono sul corpo. Il Sessantotto tedesco cominciò da lì, dunque in un rapporto diretto con la Persia – il nome prediletto dallo scià, che si vantava restauratore dell’impero. Ieri, per il Domani, Davide Lerner ha rintracciato e intervistato Farah Diba, la terza moglie dello scià e madre dell’imprevisto pretendente al trono del pavone, Reza Pahlavi, nato nel 1960.

“Sua maestà imperiale” ha 87 anni, vive dal 1979 in esilio fra Parigi e Washington, ha perduto due dei tre figli, una femmina e un maschio, entrambi suicidi. Dice a Lerner che “qualunque vera svolta può venire soltanto dall’interno, cioè dallo stesso popolo iraniano. E’ evidente che la stragrande maggioranza della popolazione aspira a porre fine al dominio dei mullah”.

Mi sono tornati in mente altri ricordi del precedente tedesco anticipatore del Sessantotto. Soraya Esfandiyari Bakhtiyari, la seconda moglie dello scià (la prima era stata una nobile egiziana, finita presto), era figlia di un notabile di Isfahan e di una ebrea tedesca di origine russa, era bellissima e riempiva i rotocalchi internazionali, accompagnata dalla didascalia di “principessa triste”: perché non riusciva a “dare un figlio” al suo sovrano, e vacillava sotto il peso dei gioielli di cui era ricoperta. Fu sposata con lui dal 1951, quando aveva diciannove anni, al 1958, quando venne ripudiata, e morì nel 2001 a Parigi.

 La sua vita fu costellata di sontuose tragedie, e divenne anche precocemente bersaglio della pressione maschilista della stampa internazionale, soprattutto in Germania.

Dove si canticchiava una canzoncina satirica sull’aria della “Marcia del Ponte sul fiume Kwai” (1957) che imparammo anche noi in Italia, quasi dieci anni dopo, sulla scia del “movimento”. Diceva: “Schade, Soraya kriegt kein Kind. Schade, der Shah hat Luft im Splint” – Che peccato, Soraya non può avere figli. Che peccato, lo Scià ha aria nella stecca”. Variante invidiosa: “Che peccato… che non tocchi a noi stare con lei”. Chiamati in causa, i tribunali tedeschi diedero torto alle rimostranze della principessa che chiedeva di tutelare la sua vita privata.

Stabilirono che le persone di pubblico interesse avessero meno diritto alla propria privacy dei cittadini comuni, e la chiamarono “Legge Soraya”.

Quando toccò a Farah Diba, il pubblico internazionale si divise fra le due antagoniste. Arrivò anche la parodia canzonettista per la sostituta, questa volta sull’aria di “Marina”, di Rocco Granata (1959: “Un giorno la incontrai sola sola / Il cuore mi batteva a mille all′ora… Marina Marina Marina, ti voglio al più presto sposar… / Non mi devi rovinare / Oh, no, no, no, no, no”): “O Farah, o Farah, o Diba, / Was nuetzt dir dein Charme und dein Geld / Schenkst du ihm kein Söhnchen / Dann schmeißt er dich vom Thrönchen / O arme Fara Diba, ohjeohjeohje” – “O Farah, o Farah, o Diba, / A che ti servono il tuo fascino e il tuo denaro? / Se non gli dai un figlioletto, / Ti butterà giù dal trono. / Oh povera Farah Diba, oh oh oh oh”. Lei glielo diede, poi li buttarono giù dal trono in un colpo solo. E tornò Khomeini, dal suo losco tappeto di Parigi.

Ha detto ieri Farah Diba: “La scomparsa di un solo uomo, per quanto centrale possa essere stato nell’architettura del potere, non porta di per sé alla fine di un sistema”. Saggia. Chissà che cosa pensa delle abitudini dinastiche.

(Ansa)

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