L’avventurosa storia di László Bíró e del Barone Bich (doppiozero.com)
Biro: “nome commerciale di penna a sfera”. Così laconicamente in un dizionario.
Certo c’è una voce Wikipedia piuttosto ricca, ma la storia di questa penna è assai più complessa di come viene di solito raccontata. Un neuropsichiatra oggi in pensione, Giulio Levi, ha avuto la pazienza di ricostruirla attraverso documenti, libri, email scambiate con gli eredi di László Bíró, collegandola come necessario alla vicenda del Barone Bich, l’uomo che ha sfruttato con maggior successo economico l’invenzione del giornalista ungherese. Il frutto delle ricerche di Levi s’intitola La straordinaria storia della penna a sfera (pp. 134, Diarkos, 12 euro) ed è stato pubblicato da poco.
Che cos’è questo oggetto così presente nelle nostre scrivanie, borse e astucci, che ha modificato radicalmente l’attività della scrittura, ma a cui dedichiamo ora sguardi distratti? “Un tubicino esagonale di cinque per trentacinque millimetri di plastica trasparente, con dentro un altro tubicino di plastica pieno di un liquido pastoso colorato, nero o di un altro colore. All’estremità di questo è infilato un piccolo cono di ottone sul cui apice è incastonata una piccolissima sferetta di metallo che, fatta scorrere su un foglio di carta, lascia una traccia che non macchia, perché si asciuga subito”.
Come precisa Levi questa è la Bic, un oggetto che oggi ha un valore commerciale di 20-25 centesimi, pari a un quarto di caffè, a una sigaretta o al sesto di un biglietto dell’autobus. Per raggiungere questa forma quasi perfetta sono occorsi venti anni di lavoro, vari fallimenti commerciali, procedimenti legali, sofferenze e dispiaceri vari. Prima che la Bic Cristal – questo il suo nome pubblicitario – entrasse nel mercato l’anno 1948-49, per scrivere c’erano solo i pennini e le stilografiche, oltre naturalmente la macchina a tasti.
Io stesso, che ho frequentato la prima elementare nel 1960, ho incontrato la penna a sfera solo nell’ufficio di mio padre, mentre era proibita nelle scuole, dove si doveva intingere la cannuccia dotata di pennino in liquido bluastro contenuto in una boccetta di vetro aiutandoci con la carta assorbente per non macchiare. Solo anni dopo, alle medie inferiori, mi fu concesso di usare la Bic, seppure con qualche difficoltà da parte di diversi insegnanti. Il principale protagonista della storia, il cui nome è entrato nella nostra vita, si chiama László József Bíró, ritenuto l’inventore dell’oggetto per scrivere più portatile e leggero del mondo, il più diffuso “artefatto cognitivo”, secondo la formula adottata da Donald A. Norman in Le cose che ci fanno intelligenti (Feltrinelli).
La storia tecnologica dell’artefatto e quella della sua vicenda commerciale sono due realtà strettamente intrecciate nella modernità post-bellica. Con l’avvento di Amazon abbiamo compreso come la distribuzione sia il sistema dominate della contemporaneità, che domina in termini economici e commerciali sulla produzione. Tuttavia la vicenda della biro raccontata da Levi nel suo libro fa parecchio riflettere anche riguardo questo aspetto. Con il suo libro il neuropsichiatra ha fatto uscire dall’ombra in cui giacevano da molti decenni alcuni straordinari personaggi, a partire naturalmente da László Bíró.
Se questi non si fosse messo in testa di realizzare questo strumento cognitivo, la penna oggi non esisterebbe; tuttavia ci sono almeno altri tre personaggi che sono stati partecipi di questa avventura in modo importante … leggi tutto

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