Giuseppe Conte ha un talento raro, quello di travestire da democrazia le operazioni più spregiudicate.

L’ultima è un capolavoro del genere. Il nodo delle armi all’Ucraina, annuncia, “lo scioglieremo con le primarie, faremo decidere gli italiani”. Insomma la collocazione internazionale dell’Italia — stare con un popolo aggredito o consegnarlo al suo aggressore — diventa per lui materia da gazebo, un quiz domenicale tra un banchetto e una focaccia. E Matteo Renzi, che pure dichiara di trovare le idee di Conte indistinguibili da quelle di Salvini, rilancia entusiasta. Non per ingenuità, figuriamoci, ma per cinismo allo stato puro.

Sa benissimo che se vince Conte la Schlein scompare dalla scena, e a quel punto il capo dell’opposizione interna al contismo diventa lui. Per quella rendita di posizione è disposto a fare da notaio a una pagliacciata di cui conosce perfettamente la natura. Perché di pagliacciata si tratta, anzi di truffa apparecchiata con cura.

Il referendum di Conte

La domanda che Conte vuole portare ai gazebo non sarà “chi pensate sia il leader più adatto a guidare la coalizione di centrosinistra alle prossime elezioni?”. Sarà invece la seguente: “volete la pace o la guerra?”, il quesito più fraudolento che si possa concepire, quello a cui nessun essere umano ha mai risposto “la guerra”. Nessuno vota per produrre e mandare in giro più armi, così come nessuno vota per la malattia contro la salute. È un plebiscito col risultato in tasca, un trucco da imbonitore di fiera spacciato per esercizio democratico. La domanda vera — se abbandonare Kyiv a Putin chiamando resa la pace — quella non comparirà mai sulla scheda, perché formulata onestamente farebbe crollare tutto il teatrino.

Prima il programma, poi le primarie

E qui va detta una cosa semplice, senza nessuna parafrasi. Una coalizione che ha bisogno di un sondaggio tra militanti per stabilire se stare con l’aggredito o con l’aggressore non è una coalizione, è un’ammucchiata senza dignità politica. La politica estera è qualcosa che va molto al di là del salario minimo, della patrimoniale, della Tav, della transizione energetica. Non si negozia dopo aver scelto il capo.

È l’identità di chi pretende di governare: dentro l’Occidente o fuori, con Kyiv o con chi la bombarda. Chi su questo non sa decidere prima, non merita di presentarsi agli elettori dopo. Dunque ha ragioni da vendere Elly Schlein a chiarire che viene prima “il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito”. Un modo per dire che mettere ai voti la distinzione tra vittima e carnefice non è normale dialettica di coalizione. Non lo è.

La scelta populista

Nell’uscita di Conte si misura invece tutta intera la natura del populismo. Il populista non decide mai, fa decidere. Convoca il “popolo” al momento giusto perché la responsabilità non ricada su di lui, e il popolo che convoca è sempre quello che non paga il conto, che non rischia nulla, che dorme in case che nessuno bombarda. Questo popolo, secondo Conte e Renzi, dovrebbe decidere la sorte di un popolo che a quel plebiscito non può partecipare. Il populismo funziona così, affida la scelta a chi non ne subirà le conseguenze e le scarica su chi non ha voce. Ma gli assenti ai gazebo hanno un nome. Si chiamano ucraini.