La solitudine delle donne tunisine a Mazara del Vallo (internazionale.it)
“Datteri, farina di ceci e sorgo”, spiega Habiba Harrazi a chi vuol fare un’ordinazione.
Nella sua casa di Mazara del Vallo, storico porto peschereccio della Sicilia occidentale, prepara tre diversi tipi di makroud, dolci tipici della Tunisia. Il marito, Salem Alilou, è morto nel 2018 e da allora per lei cucinare non è più solo un passatempo. Con cinquecento euro di pensione di reversibilità e un figlio che studia a Siena è necessario arrangiarsi. “Ricamo anche vestiti per i matrimoni”, racconta nel salotto a mattonelle bianche e blu, che dà sulla strada ed è diventato un punto d’incontro per le donne della sua comunità. Tra loro, almeno una decina sono vedove di pescatori, come Harrazi.
Il numero non deve sorprendere, visto che l’80 per cento dei tunisini che vivono a Mazara del Vallo lavora nel settore della pesca. Le morti per incidenti o per malattie causate dalla vita in mare non sono rare. Secondo l’Istituto per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail), in quest’area i tunisini sono secondi solo agli italiani per numero di infortuni. Sempre l’Inail, in un rapporto redatto insieme al ministero delle infrastrutture e dei trasporti, precisa che, anche se le malattie professionali per cui è previsto un indennizzo sono poche, “molti studi hanno comprovato l’esistenza di numerose tecnopatie legate alla pesca”.
Originaria di Mahdia, una città costiera duecento chilometri a sudest di Tunisi, Habiba Harrazi ha 63 anni ed è la più anziana tra le sue vicine. Cresciuta in una famiglia molto legata ai costumi della tradizione tunisina, ispira autorevolezza. “È stato mio padre a presentarmi Salem, dicendomi che era l’uomo che aveva scelto per me. Salem è venuto all’incontro direttamente con l’anello di fidanzamento”, racconta. “Nel giro di tre mesi ci siamo sposati e mi ha portato a Mazara nel 1980”.
Anche Zahira Hamza è di Mahdia, ha cinquant’anni e ad aprile di quest’anno ha perso il marito Rachid, che si è ammalato di tumore dopo trent’anni di lavoro sui pescherecci. “In ventitré anni di matrimonio ne abbiamo trascorsi solo cinque insieme”, racconta. “Non immaginavo una vita del genere perché non sapevo che fare il pescatore significa stare sempre in mare”.
In un’occasione, proprio per il suo lavoro, Rachid Hamza fu vittima di un sequestro: nel 1996 fu arrestato dalla guardia costiera libica mentre si trovava a bordo di un peschereccio in acque internazionali – che Tripoli però considerava acque territoriali libiche – e venne rinchiuso in una prigione di Misurata. Una vicenda che riporta alla mente il caso dei 18 marittimi di Mazara – tra cui sei tunisini – arrestati il 1 settembre 2020 nelle acque davanti a Bengasi dalla guardia costiera che risponde agli ordini del comandante Khalifa Haftar, l’uomo forte dell’est della Libia.
Rachid Hamza fu liberato dopo sei mesi. Oggi i 18 marittimi attendono da più di un mese di conoscere il loro destino. Le autorità della Libia orientale hanno accusato i pescatori di trasportare droga e intendono liberarli solo dopo che l’Italia avrà fatto lo stesso con quattro libici detenuti nel nostro paese dopo una condanna a trent’anni di carcere. Sono stati giudicati responsabili della morte di 49 migranti nella “strage di Ferragosto” del 2005. Per i libici, invece, sono “quattro calciatori” che si erano imbarcati per cercare fortuna in Europa.
Disoccupata e con quattro figli da mantenere, Zahira Hamza vive con i pochi risparmi che le ha lasciato il marito, nell’attesa di ottenere la pensione di reversibilità, cosa non sempre semplice. La convenzione Italia-Tunisia del 1984 permette di ricongiungere i contributi versati in entrambi i paesi per il raggiungimento della soglia pensionistica. È una procedura burocratica lenta e tortuosa, ma frequente … leggi tutto
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