Di solito lo chiamano lame duck, l’anatra zoppa: un presidente degli Stati Uniti che ha ancora due anni di mandato, ma non può imporrare la propria volontà al Congresso perché non controlla la Camera, il Senato, o entrambe. Da mesi Donald Trump si avvicina con una certa preoccupazione a quella fase a causa dei sondaggi aggravati dalla crisi nello stretto di Hormuz.
Il raid estemporaneo del 30 agosto contro due lanciarazzi iraniani sull’isola di Larak, seguito dalla risposta di Teheran contro basi americane in Giordania, ha riaperto gli scontri dopo un mese e ha mostrato un certo nervosismo tattico. Il presidente non ha ancora trovato una via d’uscita per trovare un accordo definitivo con l’Iran, né con le buone, né con le cattive, né con le buone alternate alle cattive.
Appena sei giorni prima, la Casa Bianca aveva annunciato la più grande offensiva finanziaria mai organizzata contro un Stato nemico. Le nuove sanzioni dovrebbero soffocare il commercio iraniano e colpire anche imprese straniere che aiutano Teheran. Una strategia del genere richiede tempo e la collaborazione internazionale, soprattutto della Cina. La mossa sembrava coerente per spingere Pechino a far desistere Teheran, magari in vista della visita del presidente cinese Xi Jinping a Washington, il prossimo 24 settembre.
La guerra ha fatto salire il prezzo del petrolio e, di conseguenza, quello della benzina. Per molte famiglie americane è una spesa quotidiana difficile da evitare, che si aggiunge ai rincari di alimentari, affitti e servizi. Il disagio si riflette nell’ultimo sondaggi Reuters/Ipsos condotto dal 28 al 31 agosto: il 71 per cento degli intervistati disapprova il modo in cui Trump sta affrontando l’aumento del costo della vita. E solo il 33 per cento degli americani gradisce la sua presidenza Trump, il livello più basso della sua carriera politica.
Decision Desk HQ, uno dei previsori più seguiti negli Stati Uniti, assegna ai democratici il 67 per cento di probabilità di conquistare la Camera (circa 226 seggi, contro 209 repubblicani.) Al Senato l’esito più probabile è un pareggio, 50 a 50, che lascerebbe la maggioranza operativa ai repubblicani grazie al voto decisivo di JD Vance che in qualità di vice presidente degli Stati Uniti può presiedere quando vuole i lavori del Senato.
Una Camera controllata dai democratici chiuderebbe con ogni probabilità la stagione legislativa della presidenza e aprirebbe una lunga serie di inchieste parlamentari. La gestione dei dazi e l’intervento in Iran finirebbero sotto esame. Trump perderebbe libertà d’azione a Washington, senza per questo cessare di dominare il Partito repubblicano.
Secondo l’Economist, Trump difficilmente diventerebbe un presidente debole e rassegnato alla fine del mandato. Più che a un’anatra zoppa, assomiglierebbe a un vecchio gorilla dominante che, sentendo vacillare la propria posizione, si accanisce sui membri più vulnerabili del gruppo. Davanti a rivali altrettanto forti preferisce invece le minacce e le prove muscolari allo scontro aperto. Fuori dalla metafora zoologica, Trump userebbe maggiore cautela con Russia e Cina, capaci di reagire e imporre costi elevati agli Stati Uniti. La pressione ricadrebbe soprattutto sugli alleati più dipendenti dalla protezione o dal mercato americano, come hanno già sperimentato il Canada e la Corea del Sud.
Il presidente degli Stati Uniti potrebbe continuare a usare la politica estera come un’arma di distrazione di massa perché sa che nuovi dazi o bombardamenti non potranno essere arginati istantaneamente da una Camera ostile, percorrendo così l’unica strada disponibile nella politica interna: sabotare le prossime elezioni presidenziali. Da mesi Trump prepara il terreno, sostenendo che una sconfitta del candidato repubblicano, chiunque esso sia, potrebbe dipendere soltanto da brogli elettorali.
Ha invitato il suo partito a «nazionalizzare» e «prendere il controllo» del voto in almeno quindici Stati, anche se non ha specificato quali. La gestione decentrata del voto impedisce alla Casa Bianca di modificare le regole in tutto il paese con un solo ordine, ma l’amministrazione ha comunque cercato di estendere la propria presenza nel sistema elettorale.
Secondo un’inchiesta di Reuters, il governo ha fatto causa a trenta Stati per ottenere le liste degli elettori, perdendo al momento in ventuno cause consecutive, ed è intervenuto nell’amministrazione del voto in almeno altri otto Stati, attraverso indagini, perquisizioni e richieste di accesso a documenti o macchine elettorali. A gennaio l’FBI ha sequestrato schede e registri del 2020 nella contea di Fulton, in Georgia.
Il contenzioso più urgente riguarda il voto per posta. Una nuova regola del Postal Service impone agli Stati di consegnare gli elenchi dei destinatari delle schede e richiede codici a barre unici sulle buste. Il servizio postale potrebbe rifiutare i plichi che non rispettano gli standard o che risultano associati a elettori assenti dagli elenchi. Una giudice federale ha sospeso temporaneamente la misura, ritenendola probabilmente illegittima e capace di privare alcuni cittadini del voto. Ieri il governo ha presentato ricorso, a pochi giorni dall’invio delle prime schede in Carolina del Nord.
Il 12 maggio, mentre lasciava la Casa Bianca per una visita di Stato in Cina, Trump ha promesso che farà «tutto ciò che sarà necessario per assicurarci elezioni oneste», ma c’è la questione irrisolta dell’ICE, l’agenzia federale che arresta e rimpatria gli immigrati privi di permesso di soggiorno che secondo Steve Bannon, ex consigliere di Trump e figura ancora influente nel movimento MAGA (Make America Grear Again) «circonderanno» i seggi elettorali.
La legge limita severamente l’impiego di truppe federali presso i luoghi di voto e bisogna sperare che siano sincere le parole del generale Dan Caine, capo degli Stati maggiori riuniti, che ha escluso l’invio di militari o reparti federali della Guardia nazionale ai seggi. Ha precisato che le forze armate non sequestreranno schede o macchine elettorali e di non aver ricevuto ordini illegali. Inoltre il dipartimento per la Sicurezza interna assicura invece che l’agenzia non svolgerà operazioni nei luoghi di voto, salvo una concreta emergenza di sicurezza pubblica. Ma non è una gran assicurazione perché potrebbe arrivare in qualsiasi momento una telefonata dalla Casa Bianca per annunciare l’emergenza ai seggi.
Per andare sul sicuro, i senatori democratici Tammy Duckworth ed Edward Markey, insieme al capogruppo Chuck Schumer e ad altri nove colleghi, hanno chiesto all’amministrazione Trump se fosse mai stato discusso l’invio di agenti federali presso seggi, uffici elettorali o punti di raccolta delle schede. Il dubbio nasce da undici richieste di accesso agli atti presentate nell’ottobre 2025 dal Comitato nazionale democratico, l’organizzazione che dirige il Partito democratico.
Il comitato aveva chiesto all’ICE e ad altre agenzie di consegnare eventuali email, direttive, pareri legali o piani riguardanti l’impiego di personale federale nei luoghi di voto. In un primo momento l’ICE aveva dichiarato di non aver trovato materiale pertinente.
Dopo che la ricerca era stata contestata, l’agenzia ha individuato oltre undicimila pagine potenzialmente collegate alla richiesta; la Customs and Border Protection ne ha segnalate quasi 117mila. I numeri non provano che esista un piano operativo, ma il cambiamento rispetto alla risposta iniziale ha spinto i senatori democratici a chiedere quali ipotesi siano state davvero esaminate e da chi.
Il primo vero banco di prova saranno le elezioni di metà mandato del 3 novembre. La fase più delicata potrebbe iniziare dopo lo scrutinio, soprattutto se la maggioranza della Camera dipendesse da pochi collegi decisi per poche migliaia di voti. In quel caso, richieste di riconteggio e ricorsi locali diventerebbero subito una contesa per il controllo del Congresso. Le autorità dei singoli stati dovrebbero certificare i risultati e i tribunali esaminerebbero gli eventuali ricorsi. La Costituzione attribuisce poi alla Camera il giudizio finale sull’elezione dei propri membri.
Anche senza riuscire a cambiare legalmente l’esito, Trump potrebbe ottenere un risultato politico rilevante: convincere una parte dei repubblicani che l’eventuale maggioranza democratica sia nata da irregolarità. La disputa non riguarderebbe più soltanto alcuni seggi incerti, ma la legittimità del nuovo Congresso. Indebolendo così uno dei principali luoghi democratici di opposizione a un eventuale colpo di Stato prima delle elezioni presidenziali 2028. A quel punto non sarebbe così rilevante sapere chi sarà il prossimo candidato del Partito Repubblicano.