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il 5 Maggio 2026

La perdita di fiducia (corriere.it)

di Ernesto Galli della Loggia

Le radici del pacifismo italiano

La storia proietta i suoi effetti sui tempi lunghi, la storia è solita dare appuntamenti non per l’indomani ma a distanza di decenni. È dunque solo oggi che vediamo con chiarezza che cosa ha significato per l’Italia la Seconda guerra mondiale e la sconfitta subita, che cosa essa ci ha lasciato in eredità. La definirei «la sindrome dell’inerme».

A differenza della Prima, la Seconda guerra mondiale coinvolse in misura massiccia la popolazione civile e devastò insieme ai centri urbani grandi parti del territorio di mezza Europa. In Italia moltissime furono le vittime innocenti, donne, vecchi, bambini. Fu l’esito complessivo della criminale superficialità del duce del fascismo che ci portò a dichiarare guerra contemporaneamente agli Stati Uniti, all’Impero britannico e alla Russia sovietica: praticamente alla metà del globo terrestre.

È dunque più che comprensibile che nell’articolo 11 della Costituzione sia iscritto il rifiuto di qualunque bellicismo.

Vale a dire il rifiuto della guerra «come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo per risolvere le controversie internazionali».

Ma mentre rifiutare il bellicismo ha certamente un senso, ed un senso positivo, invece, essere «contro la guerra» un senso non ce l’ha. Non vuol dire concretamente nulla. Per la semplice ragione che non ha alcun senso logico essere contro qualcosa che non dipende da te. È del tutto ovvio, infatti, che perché ci si ritrovi in guerra è sufficiente la volontà di una sola parte, di chiunque altro ti aggredisca e per ciò stesso ti costringa alla guerra per la necessità in cui vieni a trovarti di difenderti. Infatti — del tutto coerentemente e saggiamente — in un successivo articolo, il 52, sempre la Costituzione proclama «la difesa della Patria» essere niente di meno che un sacro dovere del cittadino. In tal caso, cioè, essa proclama la guerra addirittura «un sacro dovere»: appunto perché si tratta di una guerra di difesa. Che comunque sempre una guerra è.

Ma se la Costituzione scrive una cosa, la politica e poi la Storia sono pronte a fargliene dire un’altra. Esattamente come è capitato in Italia, dove la pluridecennale propaganda pacifista in funzione antiamericana e filosovietica del Partito comunista, sommandosi a una radicata tradizione religiosa popolare e di parte consistente delle élite cattoliche, hanno diffuso la convinzione — radicale, capillare, vastissima — che la nostra Costituzione, comunque, e in ogni caso «proibisce la guerra».

Ma nel «pacifismo» italiano che, come rivela ogni sondaggio, caratterizza la maggioranza della nostra opinione pubblica, c’è qualcosa d’altro che va al di là della politica in senso stretto e della stessa ispirazione etica cristiana. Questo pacifismo è la premessa e insieme l’esito di qualcosa di assai più profondo. Della «sindrome dell’inerme», appunto, come l’ho chiamata all’inizio.

È il sentimento tenace — depositatosi e cresciuto nella coscienza collettiva in seguito alla tragedia del 1940-’45 — che l’Italia non può nulla, che non può contare nulla, e che dunque è assurdo che essa si ponga — sia pure semplicemente armandosi a scopo dissuasivo — nella prospettiva di quel cimento supremo che è la guerra. La guerra è una cosa assurda e cattiva, e non importa che essa comunque esista: in ogni caso la guerra non è roba per noi italiani, noi vogliamo solo starne lontano il più possibile.

Al fondo è un sentimento di disprezzo di sé: così forte che paradossalmente — con un’inversione psicanaliticamente spiegabilissima perché utile ad autoassolversi — esso si tramuta in un larvato disprezzo, di cui abbiamo prova ogni giorno, per chi come il popolo ucraino, invece, la guerra la fa e si batte con eroismo inesauribile in difesa della propria libertà. Ma verso questo eroismo dal pacifismo italiano si alza un muto rimprovero: «Come osano costoro fare ciò che noi non vorremmo fare mai? Come osano avere quel coraggio che noi abbiamo deciso di non avere, che sappiamo di non avere?».

Tra i grandi Paesi d’Europa siamo quello la cui opinione pubblica manifesta il più debole sostegno all’Ucraina. Quello la cui opinione pubblica per qualsivoglia nostro eventuale, ipotizzabile, possibile, intervento di natura militare, anche il più blando e dovunque esso sia, esige immediatamente che ci sia il consenso universale. Che oltre i «buoni» anche i «cattivi» siano d’accordo: anzi soprattutto i «cattivi». Insomma, che non capiti che poi qualcuno ci spari addosso.

È l’effetto terribile e duraturo che la sconfitta del 1940-’45 ha prodotto nella coscienza nazionale italiana. Non tanto il brutale abbassamento di rango del Paese sancito dalla resa incondizionata, bensì una segreta perdita di fiducia in noi stessi, di autostima; una ferita a morte che nei due, tre decenni postbellici sembrò rimarginata ma che evidentemente non lo era e ne patiamo le conseguenze: non ci sentiamo più capaci di nulla di grande, d’importante. Non ci sentiamo pronti alla minima audacia, più disposti a osare.

E così accade che l’impotenza, le parole, i dibattiti, le chiacchiere ci stiano soffocando. Nessun esponente politico ha il coraggio di rompere, di immaginare e di tentare vie nuove, programmi nuovi, di cercare donne e uomini nuovi, di rischiare, di scommettere fino in fondo su sé stesso e su di noi: sul suo e nostro Paese. La «sindrome dell’inerme» implica un solo comandamento: durare e non fare, galleggiare, sopravvivere. E infatti ormai da oltre vent’anni l’Italia non fa altro che sopravvivere. Ma in un immobilismo che sempre di più assomiglia all’asfissia di una lenta morte.

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