La nostalgia cementa il regime. Quel populismo che ostacola la pace (corriere.it)
di Lorenzo Cremonesi
Il libro
Prendete un Paese dove da sempre l’informazione è rigorosamente censurata, la politica viene dettata da un regime totalitario che nega il dissenso in nome del «popolo» e dove la nostalgia per un’idealizzata età dell’oro imperiale sovrasta ogni possibilità di rinnovamento: in un Paese del genere solo una rivoluzione interna potrà garantire il cambiamento.
Questa è la Russia di Vladimir Putin agli occhi di Anna Zafesova: un universo bloccato, diffidente dell’Europa paladina della globalizzazione, orfano di un’era che vorrebbe essere un misto di epoca zarista e Unione Sovietica staliniana al netto di Lenin.
Da qui lo scetticismo della Zafesova, che la Russia la conosce bene visto che vi è nata nel 1969 e vi ha lavorato fino al 2004 come corrispondente da Mosca della Stampa (testata per la quale scrive tuttora) per poi venire in Italia e diventare tra i massimi esperti del mondo post-sovietico.
Nel suo ultimo libro (Russia l’Impero che non sa morire. Il passato di Mosca, il futuro di Kyiv, Rizzoli, maggio 2025), l’autrice conclude che soltanto la vittoria militare degli ucraini potrà rendere giustizia agli orrori dell’invasione voluta da Putin e «forse, un giorno» garantire anche la libertà per la Russia.
Putin non ha alcuna intenzione di rinunciare al suo progetto di controllo dell’Ucraina e oggi il castello di menzogne che ha imbastito per lanciare la sua guerra nel 2022, e ancora prima nel 2014, non gli permette più di uscirne con facilità. Ma, per capire la trappola in cui si è cacciato il nuovo zar, occorre tornare al Russkiy Mir, dove meno di una decade dopo l’implosione dell’Urss la grande maggioranza dei russi rimpiangeva già la memoria della monotonia incolore e tragicamente paralizzata del fallimento comunista.
A dire il vero ci fu il momento delle grandi speranze. Oggi a Mosca considerano Gorbaciov una catastrofe e la perestroika una parolaccia da dimenticare. Ma tra gli anni Ottanta e i Novanta furono sinonimo di ottimismo e rinnovamento. Tanto che poi la delusione del fallimento condusse alla restaurazione putiniana. Scrive la Zafesova: «Nel marzo 2000, quando Putin venne eletto per la prima volta presidente, il 75% dei russi rimpiangeva il Paese in cui erano nati e da allora la quota dei nostalgici sarebbe oscillata senza mai scendere sotto il 50». Il populismo della nostalgia diventa così il collante della dittatura.
La società civile russa cerca un uomo forte, una figura rassicurante. Ne consegue la «triste verità, che perfino gli intellettuali più critici fanno fatica ad ammettere, per cui i russi hanno reso la libertà spontaneamente, come un oggetto di cui non sapevano cosa farsene».
Putin mente, s’inventa la favola del «neonazismo ucraino», esalta missili di ultimo modello che in realtà non possiede, propaganda finte proposte di pace che in verità significano asservimento di Kiev a Mosca. Ecco il motivo per cui la pace resta lontana.

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