In Italia Ceuta l’hanno subito accostata a Lampedusa, ma il paragone regge fino a un certo punto. A Ceuta è iniziato e finito tutto in pochi giorni: quasi tutti sono già tornati in Marocco. A Lampedusa non funziona così: gli arrivi ci sono sempre stati e continuano, anno dopo anno. Ceuta è stato un episodio e Lampedusa è una condizione; e una condizione va gestita come tale, non come un’emergenza. Cinquantamila persone in una volta sono un problema enorme per una cittadina come Ceuta, ma anche numeri molto minori, arrivando su un’isola piccola senza mai smettere, diventano una realtà che l’isola non riesce a gestire da sola.
E allora chi sono «loro»? Sono persone che scappano da guerre, fame e persecuzione, a Ceuta come a Lampedusa. Di quelli arrivati in Spagna e in Italia quasi nessuno si è chiesto da cosa scappassero: nel racconto della crisi sono stati solo un numero. Alcuni di quelli tornati in Marocco hanno raccontato di non aver ricevuto accoglienza, nemmeno un bicchiere d’acqua; a Lampedusa tutto si regge sul lavoro delle Ong e della Croce Rossa. Chi scappa muore: a Ceuta il bilancio delle vittime in mare sale di giorno in giorno; nel Mediterraneo centrale nel 2025 sono morte almeno 1.314 persone, secondo il report di Mediterranean Hope, il programma delle Chiese evangeliche per i migranti.
In Spagna Pedro Sánchez ha un problema che l’Italia non ha: Ceuta è un pezzo di Spagna attaccato al Marocco, con un confine di terra oltre che di mare. Gestirlo significa gestire un rapporto con Rabat e con Algeri che è insieme di vicinato, di dipendenza e di ricatto. L’Algeria è il principale fornitore di energia per Madrid, ma è anche un rivale del Marocco sulla questione del Sahara occidentale. Rabat non ha gradito la visita del 20 luglio di Sánchez ad Algeri. Il governo spagnolo ha scelto di abbassare i toni: ha dato la colpa a non meglio specificati «gruppi mafiosi» e ha ringraziato il Marocco per la collaborazione. È una scelta politica trasparente: riaprire lo scontro con Rabat significherebbe rischiare che il rubinetto della frontiera si riapra.
L’Italia si è mossa nella direzione opposta. Ha sospeso per un mese l’accordo di Schengen con la Spagna, ripristinando i controlli su navi e aerei. Una misura che dice più sulla politica interna italiana che sul problema reale: tra l’altro, chi usa Ceuta per evocare un’emergenza che potrebbe essere anche italiana dimentica che quello che è successo là è potuto succedere perché c’è un confine di terra con l’Africa attraverso un’exclave, condizione che per esempio a Lampedusa non esiste. Sempre che non si voglia gridare al pericolo di un’invasione di svizzeri a Campione d’Italia.
È lo stesso argomento di Giuseppe Provenzano, che rinfaccia ad Antonio Tajani di ignorare che Ceuta è un’enclave, ma il Nazareno sembra interessato solo a dire che non è un problema che ci riguarda. È vero che l’invasione evocata non arriverà, ma le persone che sono morte a Ceuta scappano dalle stesse cose e fanno la stessa fine di chi parte per venire da noi. E quelle persone ci riguardano, eccome. Triste parabola di quello che un tempo era il partito dell’«I care» veltroniano.
Nell’Unione europea, intanto, dal 12 giugno è in vigore il nuovo Patto su migrazione e asilo, con procedure accelerate, nuove liste di «paesi sicuri» e più espulsioni direttamente dalle zone di frontiera. La direzione è chiara: delegare il controllo della frontiera a Stati terzi e allontanare il problema. È la stessa logica che a Ceuta mette in mano a Rabat il rubinetto e in Italia lo mette in mano a Libia e Tunisia. Più si delega, più chi tiene la frontiera per conto dell’Europa ha il potere di aprirla e chiuderla a proprio vantaggio. Sánchez ha appena imparato a sue spese che la toppa rischia di essere peggiore del buco. E finché la logica è questa, la prossima Ceuta non è una questione di se, ma di quando.