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  • La cooperazione civile israelo-palestinese contro la violenza (valigiablu.it)
il 3 Giugno 2026

La cooperazione civile israelo-palestinese contro la violenza (valigiablu.it)

di Sarah Parenzo

(Immagine in anteprima via +972mag)

«Sono da preferire i dolori della pace ai tormenti della guerra» (Yitzhak Rabin)

All’indomani della fondazione dello Stato di Israele nel 1948 si lavorava per costruire una nuova identità nazionale che sostituisse l’immaginario diasporico dell’ebreo passivo e subordinato alla volontà mutevole delle nazioni ospitanti, con l’israeliano sovrano all’interno dei confini del proprio Stato e in grado di difenderlo anche con l’utilizzo della forza.

Il messaggio faceva leva sulla tragedia della Shoah, attribuendovi l’ingrato compito di legittimare l’agenda politica e militare israeliana: la drammatica disfatta subita in diaspora, culminata nello sterminio di 6 milioni di ebrei durante la Shoah, non si sarebbe mai più ripetuta grazie alla nuova patria e al suo apparato di difesa, noto per essere tra i più potenti e sofisticati del mondo.

Nel corso di tre generazioni la società ebraica ha coltivato miti fondanti che collegano Shoah e rinascita, plasmando di conseguenza la coscienza collettiva. Con il passare degli anni, il moltiplicarsi delle guerre e del terrorismo, dovuti anche alle politiche degli stessi governi israeliani, non ha fatto altro che alimentare la narrazione dell’eroe che celebra acriticamente le vittime come tributo della società contribuendo a perpetuare la violenza in una spirale senza fine. Ciò spiega come le operazioni militari a Gaza seguite al 7 ottobre, per non parlare di quelle contro l’Iran e il Libano, abbiano riscosso consenso presso buona parte della popolazione civile ebraica per lunghi mesi.

Morti, feriti, migliaia di civili sfollati, ostaggi, riprovazione internazionale, crisi economica e prezzo in termini di salute mentale: niente sembrava sufficiente per invertire la rotta perché, seppure la guerra fa paura, per qualche motivo all’inconscio israeliano medio la pace deve apparire come qualcosa di ancora più spaventoso o inaccessibile a priori.

Mettere in discussione l’intero sistema cui si appartiene, essendoci nati e cresciuti, è una scelta sofferta che, nella migliore delle ipotesi, comporta la riprovazione di familiari e amici, con conseguenze che si estenderanno anche al mondo del lavoro. Tuttavia esiste un’esigua minoranza convinta che la soluzione del conflitto in Medio Oriente non debba passare dalle armi, e che si oppone alle violente politiche di oppressione che Israele mette in atto nei confronti del popolo palestinese.

Storicamente esiste una relazione ricorrente tra l’acuirsi della violenza in Palestina e la crescita dei movimenti di opposizione interna in Israele. In altre parole, crisi e momenti di escalation militare hanno spesso prodotto una risposta organizzata di dissenso, generando nuovi movimenti o ristrutturando quelli esistenti.

Un esempio significativo risale al 1982, con la guerra del Libano: è in questo contesto che nasce Yesh Gvul, movimento fondato per sostenere i primi obiettori di coscienza israeliani che rifiutavano di partecipare alle operazioni militari. Qualche anno prima, nel 1978, in seguito alla storica visita del presidente egiziano Anwar Sadat alla Knesset, era nato Peace Now, movimento civile volto a fare pressione sul governo israeliano affinché cogliesse l’opportunità diplomatica che avrebbe condotto agli Accordi di Camp David e fermasse l’espansione degli insediamenti nei territori occupati nel 1967.

Esempi più recenti mostrano una continuità di questo rapporto tra crisi e opposizione: Breaking the Silence, fondato nel 2004 da ex soldati israeliani che avevano prestato servizio a Hebron durante la Seconda Intifada, ha raccolto e diffuso testimonianze sulle pratiche di controllo militare e sulle violazioni dei diritti umani nei Territori Palestinesi occupati. Allo stesso modo, nel 2006, in seguito al fallimento del processo di Oslo e nel pieno della Seconda Intifada, è nato Combatants for Peace, movimento congiunto formato da ex combattenti israeliani e palestinesi che hanno scelto la nonviolenza, il dialogo e la cooperazione come forma di trasformazione del conflitto.

Nel periodo successivo al 7 ottobre e in risposta alla devastante guerra di Gaza, sono emerse nuove reti di collaborazione israelo-palestinese e si sono ridefinite molte di quelle esistenti. Nel dicembre 2023 si è costituita anche la Peace Partnership (Shutfut Hashalom), una coalizione dal basso che comprende oltre 60 organizzazioni israeliane e palestinesi impegnate a livello locale, transnazionale o diasporico, tuttavia, non si tratta di un blocco omogeneo poiché le realtà che vi convergono sono profondamente diverse tra loro per struttura organizzativa, orientamento politico e pratiche di azione: si va da movimenti abolizionisti, antimilitaristi e anticoloniali fino a ONG liberal-progressiste di peacebuilding che non mettono realmente in discussione l’ordine coloniale israeliano.

L’altra Israele che si mobilita per la liberazione degli ostaggi, contro Netanyahu e la guerra a Gaza

La distinzione principale da tenere presente è probabilmente quella tra il campo della pace liberale nato nel post-Oslo e il Blocco Radicale. Il primo comprende le organizzazioni pacifiste mainstream, che continuano a limitare la questione palestinese ai confini del 1967 e alla logica dei “due Stati”. Il campo della pace post-Oslo è più vicino alla sinistra sionista, ampiamente rappresentato da ONG e finanziato dalla filantropia internazionale.

Il blocco radicale, invece, contesta l’intero paradigma politico che ha sostenuto Oslo e che oggi è in profonda crisi. È composto in larga parte di giovani attivisti e attiviste, obiettori e obiettrici di coscienza, militanti LGBQTIA+ e femministe impegnati quotidianamente in pratiche di solidarietà materiale e co-resistenza nei territori occupati, soprattutto nelle aree della Cisgiordania soggette a demolizioni, espulsioni forzate e violenza dei coloni.

Il loro obiettivo non è promuovere una generica “convivenza” o un dialogo depoliticizzato, ma sfidare l’intero sistema denunciando la natura strutturale del colonialismo di insediamento, la funzione di apartheid e il carattere profondamente razzializzato della cittadinanza israeliana. A differenza delle ONG del peacebuilding, il blocco radicale rifiuta la retorica simmetrica del “conflitto tra due parti uguali” e vuole smascherare l’illusione liberale della cosiddetta “coesistenza”, da loro considerata un dispositivo discorsivo che normalizza e legittima la violenza coloniale.

Al suo posto, questi gruppi parlano esplicitamente di co-resistenza, cioè di lotta congiunta tra oppressi e alleati interni al sistema coloniale per una trasformazione reale dei rapporti di potere. Il loro orizzonte non è una tregua o un compromesso, ma un futuro fondato su uguaglianza, decolonizzazione e giustizia per tutte e tutti, dal fiume al mare.

Alcune di queste organizzazioni sono ormai note anche al pubblico internazionale, pensiamo a Combatant for Peace a al Parents Circle – Family Forum, a B’Tselem, Physicians for Human Rights (phri), Looking The Occupation in the Eye, Free Jerusalem, A Land for All, Ta’ush, Mesarvòt, Psicoactiv, Zochrot, Zazim,  Women in Black, Standing Together, Ir Aamim, Jordan Valley Activists, A Rabbinic Voice for Human Rights, Mizrachi Civil Collective,Women Wage Peace, La Sinistra di Fede, Peace Now e Time is Now.

Anche alcune frange del partito Hadash-Ta’al simboleggiano l’importanza della partnership arabo-ebraica nella lotta per la giustizia e la liberazione e rappresentano oggi uno degli spazi politici in cui si articola una critica sistemica al regime israeliano, e allo stesso tempo una pratica concreta di solidarietà dal basso in alleanza con le comunità palestinesi. Ci sono poi realtà intellettuali come le piattaforma di giornalismo indipendente Local Call /+972 e The Seventh Eye…

Ad accomunare gli attivisti vi è soprattutto la partnership arabo-ebraica che comincia dai loro staff e ne caratterizza anche eventi e proteste. Il report di B’Tselem e Physicians for Human Rights (phri) presentato nella conferenza stampa tenutasi a Gerusalemme Est lunedì 28 luglio scorso era intitolato Il nostro genocidio proprio perché nasce da un’esperienza di solidarietà, umanità ed empatia reciproca, un’isola di speranza in un momento estremamente buio.

Per meglio comprendere tensioni, limiti e potenzialità di queste forme di cooperazione, e come esse si riorganizzano in questo momento di crisi, può essere utile esaminare alcune delle critiche levatesi soprattutto all’estero nei loro confronti.

La prima riguarda la scelta degli esponenti del blocco antioccupazione di partecipare a scioperi e manifestazioni indetti da organizzazioni di stampo sionista e finalizzati principalmente al ritorno degli ostaggi o alle proteste contro la riforma giudiziaria o per l’istituzione di commissioni di inchiesta. Quello che appare un compromesso, viene giustificato come il tentativo di approfittare del momento politico per portare l’attenzione sull’urgenza di non limitarsi al ripristino dello status quo precedente al 7 ottobre, sottolineando come la strada verso la democrazia implichi necessariamente la fine all’oppressione del popolo palestinese.

La seconda riguarda il People’s Peace Summit per la pace promosso dall’imprenditore israeliano Maoz Inon e dal pacifista palestinese Aziz Abu Sarah che conducono insieme la campagna It’s Time. I summit, l’ultimo dei quali si è tenuto qualche settimana fa a Tel Aviv, hanno visto la partecipazione di migliaia di persone venute ad ascoltare familiari degli ostaggi, soldati israeliani contrari alla guerra in corso, residenti delle zone di confine, diplomatici, politici, personaggi pubblici e artisti, tutti uniti dalla volontà di porre fine alla guerra e impegnarsi per una soluzione politica.

L’iniziativa è stata naturalmente denigrata dalla destra, ma ha suscitato perplessità anche all’interno della sinistra radicale, israeliana e non, che l’ha interpretata come un’operazione di pacificazione simbolica costruita per rassicurare e consolare l’opinione pubblica ebraica e rianimare l’identità politica “progressista” in crisi.

In particolare è stata criticata la centralità dell’esperienza israeliana del trauma post-7 ottobre rispetto all’assenza di un confronto articolato con la spinosa questione del genocidio e con la sofferenza palestinese, quest’ultima depoliticizzata e ridotta a funzione testimoniale o decorativa, a conferma di un’asimmetria anche nella costruzione dello spazio del dissenso.

La terza e ultima riguarda le accuse di “normalizzazione” rivolte a Standing Together, un movimento dal basso arabo-ebraico fondato con l’obiettivo di rilanciare la sinistra israeliana attraverso l’attivismo sul territorio, la comunicazione bilingue e la mobilitazione collettiva. Dopo anni di crescita costante, durante la guerra a Gaza, con le loro t-shirt di colore viola gli attivisti di Standing Together hanno acquisito molta visibilità sia a livello locale che internazionale. Pur rappresentando uno spazio significativo per molti palestinesi di cittadinanza israeliana, spesso esclusi da qualsiasi forma di partecipazione politica e discriminati, per scelta Standing Together collabora anche con componenti della sinistra liberale sionista.

In un contesto strutturalmente asimmetrico, come quello israelo-palestinese, parlare di co-resistenza senza contemplare la disparità rischia di far sì che siano ancora gli ebrei a definire tempi, linguaggi e obiettivi, riproponendo forme di egemonia anche quando il discorso si fa progressista. In una dimensione ideale,  un progetto binazionale richiederebbe probabilmente di de-sovranizzare il privilegio ebraico, accettando che l’uguaglianza piena sia un obiettivo ancora da conquistare, e che gli ebrei israeliani rinuncino guidare il processo partecipandovi da alleati decentrati.

All’ombra di una guerra che dura da quasi tre anni, tuttavia, resta aperto l’interrogativo se non siano proprio queste forme imperfette di dialogo e di resistenza a tenere viva l’idea di una convivenza possibile. Movimenti come Combatants for Peace o Standing Together dimostrano infatti che, proprio in assenza di negoziati politici reali, la società civile riempie il vuoto promuovendo un cambiamento pragmatico e un linguaggio inclusivo che parte dal riconoscimento dell’umanità dell’altro.

Non si tratta di un’operazione neutra, bensì di un attivismo che richiede coraggio da entrambe le parti, esponendole ad accuse di collaborazione e isolamento nelle rispettive società di provenienza. Da parte palestinese il costo politico è più alto, ma anche la società israeliana punisce gli attivisti liquidandoli come “traditori” per la rottura con il consenso interno.

Inoltre se le critiche effettuate “a tavolino” negli ambienti accademici e dell’attivismo internazionale sono sostenute da un solido apparato teorico, è altrettanto vero che la stessa distanza geografica conferisce loro una rigidità ideologica e morale che rischia di perdere di vista la dimensione quotidiana, ignorare le contraddizioni reali e sottovalutare le relazioni umane e concrete che favoriscono il compromesso. Sul campo invece, tra checkpoint, lutti e vite condivise a distanza ravvicinata, le identità si fanno più porose e le scelte più ambigue.

Forse la postura migliore è quella che tiene presenti i limiti di simili iniziative senza per questo condannarle a priori, proprio perché nella loro incoerenza esse hanno pur sempre la capacità di raggiungere un maggior numero di persone, creando una porta d’ingresso al tema nei contesti lontani dal conflitto.

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