di PAOLO PECERE
Tra scienza, filosofia e mito, la ricerca di un nuovo rapporto con la natura, a partire dai libri di Eduardo Kohn e Peter Godfrey-Smith.
Quali animali sono capaci di sensazioni e pensiero? È possibile attribuire simili capacità alle piante? Si può pensare addirittura che tutta la materia dell’universo sia in qualche modo senziente? La consapevolezza della crisi climatica con le sue pesanti implicazioni produce oggi una curvatura della ricerca scientifica.
In questo contesto si cerca spesso un nuovo rapporto con le altre specie, tale da correggere l’atteggiamento miope e distruttivo che riduce la natura a risorsa e ornamento, insomma a strumento per gli scopi umani. La ricerca di altri punti di vista sul vivente produce un’intensa ricerca nelle scienze della natura, ma talvolta è condotta allontanandosi dalla prospettiva delle tradizioni occidentali.
Così, in etnologia, s’intensifica il dialogo con culture animiste per trovarvi un sapere perduto e, innestandolo nel nostro, un reincantamento del mondo dominato dai meccanismi del capitalismo. In diversi modi siamo invitati a cercare uno sguardo da lontano, a abbandonare i pregiudizi del presente, ad avviare un ripensamento del nostro passato, per trovarvi una visione del futuro. Si sta tornando, insomma, a interrogarsi su alcune domande che hanno segnato la storia della filosofia, della scienza e del mito.
Tommaso Campanella all’inizio del Seicento ne Il senso delle cose e della magia scrive: “che tutti gli animali sentano, nessuno dubita. Or che molti abbino memoria si vede, che imparano i cavalli i salti, le simie i giochi, e l’api si ricordano di tornare a casa loro […] e si vede che avendo magnato orzo il cavallo, da quello tutti gli orzi conosce, e da gli odori li cani argomentano qual sia la cosa odorata, e dal moto della selva discorrono a pensar che qualche belva quivi si muove”. Gli animali sentono, ricordano, argomentano, pensano, sono astuti.
Gli esempi di queste capacità in diverse specie di animali – cavalli, falchi, polpi, seppie, ragni – provenivano dalla tradizione filosofica antica, pitagorica e platonica. Recuperando questi temi Campanella contesta la definizione aristotelica dell’uomo come l’animale razionale, dotato di linguaggio e pertanto differente dagli àloga, gli animali non parlanti e dunque non pensanti.
Sostiene invece Campanella che gli animali ci sembrano “esser senza discorso e favella e giudizio; ma tutti n’anno, chi più chi meno”. Questa concezione degli esseri viventi comportava una tesi ancora più generale: l’intero mondo è un “animale mortale”, che sente pur non avendo gambe, occhi e mani … leggi tutto
